Dodecaneso  
Il sito italiano sulla storia antica e moderna delle isole dell'Egeo   

   

 1306-1522  1522-1912

 1912-1943

      1943-1945   

 1945-1947  1947

Come l'Italia conquistò il Dodecaneso, maggio 1912.                

       La conquista di Rodi, è nella storia militare italiana, una delle operazioni  meglio riuscite ma detiene anche il primato di essere stato l'unico vero grande sbarco mai realizzato  dalle nostre forze armate. 

di Alberto Rosselli

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  Mappa della flotta italiana durante lo sbarco a Rodi

 

 

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Libia, pezzo d'artiglieria cammellato

 

 

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Kalithea, navi italiane alla fonda dopo lo sbarco

 

 

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Kalithea, lo sbarco delle fanterie italiane

 

 

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Il Bastione di S. Nicola all'ingresso del Mandracchio (porto antico) di Rodi illuminato dalle fotoelettriche italiane.

 

 

 

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Fanteria turca

 

 

Nel ritaglio di un giornale d'epoca lo sbarco del comandante Presbitero a Stampalia. 

Collezione J.F.Lagueniere Parigi 

 

 

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Le difese turche a Rodi erano simili a queste batterie di cannoni a Tripoli.  

 

 

Una foto del gen. Ameglio salutato dalla folla a Rodi.  

Collezione J.F.Lagueniere Parigi 

Come scrisse nelle sue memorie il generale Giovanni Battista Ameglio, nel quadro delle operazioni della Guerra Italo-Turca del 1911-12, "l’occupazione italiana delle Isole Sporadi meridionali (il Dodecaneso) rappresentò - nella storia militare d’Italia - la prima importante (e riuscita) operazione combinata fra truppe di terra e di mare". Opinione, quest’ultima, globalmente condivisa successivamente da illustri studiosi tra cui il Prof. Mariano Gabriele, esperto di storia navale ed autore dell’eccellente La Marina nella Guerra Italo-Turca (edito dall’Ufficio Storico della Marina Militare). La conquista del Dodecaneso, le rilevanti implicazioni di carattere politico e diplomatico (vedi l’ostilità dell’Austria-Ungheria e la diffidenza dell’Inghilterra e della Francia nei confronti di un’espansione italiana nell’Egeo) e le non irrilevanti difficoltà tecniche e logistiche che caratterizzarono questa complessa e per molti versi delicata opzione militare, confermarono in effetti il raggiungimento di un’intesa e di uno standard di cooperazione tra le forze della Marina e dell’Esercito che mai si era potuto scorgere nel corso delle precedenti avventure belliche italiane.

La campagna del Dodecaneso altro non fu che la logica estensione del conflitto scatenatosi tra Italia e Turchia in seguito all’occupazione da parte della prima della Libia, l’ultima regione dell’Africa Settentrionale ancora soggetta alla sovranità della Sacra Porta. In seguito allo sbarco in Libia e alle inaspettate difficoltà incontrate dal nostro Corpo di Spedizione nel conquistare i punti chiave della Tripolitania e della Cirenaica (come è noto, la reazione delle tribù libiche, armate e fiancheggiate da un folto numero di consiglieri militari turchi rese molto complessi il consolidamento e la penetrazione delle colonne all’interno del territorio), indussero il Comando Supremo Italiano ad effettuare, tramite l’apporto della Marina Militare, una serie di operazioni contro le forze ottomane lungo le coste del Libano, nel Mar Rosso e nell’Egeo settentrionale, centrale e meridionale. Ma se le operazioni italiane nel Mar Rosso e lungo la costa libanese suscitarono soltanto l’insofferenza da parte dei governi di Londra e Parigi (l’Inghilterra, in considerazione della sua presenza a Suez e a Aden, considerava il Mar Rosso come una zona nevralgica; mentre la Francia rivendicava antichi e mai rinunciati "privilegi" sulla costiera libanese ed in modo particolare sulle città di Beirut e Tripoli), quelle contro i Dardanelli e le isole turche dell’Egeo rischiarono di compromettere seriamente i rapporti con l’Austria, deteriorando anche quelli con molte altre nazioni che temevano una chiusura da parte dei turchi degli Stretti: iniziativa che la Sacra Porta mise poi in pratica.

Fino dai primi mesi di guerra, il Comando Supremo Italiano aveva già preso in esame eventuali azioni offensive contro le isole dell’Egeo: opzione che con il passare dei mesi ed in seguito alla coriacea resistenza delle forze senusse in territorio libico divenne prioritaria, nonostante il parere contrario espresso da alcuni alti ufficiali. Nel novembre 1911, il capo di Stato Maggiore, ammiraglio Rocca Rey e il generale Alberto Pollio, avevano infatti dichiarato che un’occupazione delle isole dell’Egeo era fattibile, ma probabilmente non decisiva ai fini di una rapida risoluzione del conflitto. I due ufficiali sottolinearono, infatti, le numerose difficoltà tecniche che sia la flotta che l’esercito avrebbero dovuto affrontare, evidenziando nel contempo lo scarso valore economico e bellico di isole come Rodi, Stampalia e Scarpanto. Tuttavia, ai primi di aprile del 1912, il Governo italiano - preoccupato dal protrarsi della resistenza ottomana - decise, nonostante le riserve di Rey, di preparare il terreno all’operazione. E alla fine del marzo 1912, dopo avere convinto il kaiser Guglielmo II (al quale premeva l’imminente ratifica del terzo trattato della Trilpice Alleanza tra Italia-Germania-Austria) circa l’opportunità di convincere Vienna ad ammorbidire il suo atteggiamento nei confronti di un’eventuale espansione italiana in Egeo meridionale, Vittorio Emanuele III e i vertici militari diedero il via ad una serie di operazioni navali e di sbarco in Egeo. Manovre che avevano come scopo primario quello di costringere la Sacra Porta a fare cessare la resistenza in Libia e ad accettare di buon grado la sua stabile occupazione da parte dell’Italia. Va infatti notato che, secondo i piani di Roma, la conquista delle Sporadi meridionali (altre operazioni italiane contro le isole turche dell’Egeo centrale erano state soggette al veto più assoluto da parte di Berlino, Vienna, ma anche da parte di Francia ed Inghilterra) avrebbe assunto un carattere "temporaneo", in quanto si pensava di restituire le isole all’Impero Ottomano allorquando fosse cessata ogni resistenza in Libia.

Il 24 aprile 1912, l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel - dopo essersi consultato due giorni prima con l’ammiraglio Ernesto Presbitero - insistette presso il ministero della Marina circa l’urgenza di un’occupazione non soltanto di Rodi, ma anche delle isole di Stampalia e di Lemno. Revel reputava che l’Italia avrebbe dovuto spostare con determinazione il baricentro delle sue forze nell’Egeo per effettuare una più efficace pressione militare e diplomatica sul governo di Costantinopoli, già scosso dal bombardamento e dall’attacco ai forti degli Stretti effettuato il 19 aprile alle navi di linea Benedetto Brin, Saint Bon, Emanuele Filiberto, Regina Margherita e dagli incrociatori Ferruccio, Amalfi e Pisa e da quello, tentato il giorno precedente, dalle torpediniere Climene, Pegaso, Perseo e Procione, scortate dall’incrociatore Pisani e Coatit e dai caccia Nembo e Turbine. Il 28 aprile, unità italiane effettuarono un rapido sbarco a Stampalia, non riscontrando da parte turca alcuna resistenza. Il primo passo era stato compiuto. Accolti tutti i suggerimenti dell’ammiraglio Revel, ad esclusione di quello concernente la conquista di Lemno (operazione che avrebbe suscitato violente e pericolose reazioni internazionali), il Comando Supremo italiano diede il suo definitivo assenso alla presa di Rodi e delle Sporadi meridionali. Secondo le informazioni in possesso degli italiani, la guarnigione turca dell’isola risultava composta da 5.000 effettivi di cui 3.000 regolari, con a disposizione almeno dieci pezzi d’artiglieria di medio-grosso calibro. Ma come in seguito fu possibile constatare, le difese di Rodi non superavano i 1.300 uomini, con una disponibilità di appena tre o quattro vecchi cannoni.

Per l’attuazione di questa operazione che, indipendentemente dalla reale consistenza delle forze nemiche, avrebbe comunque comportato uno sforzo logistico non indifferente, Roma previde l’impiego, oltre alla flotta, di due reggimenti di fanteria (il 34° e il 57°) concentrati a Tobruk, rinforzati da due battaglioni tratti dal 4° reggimento bersaglieri, da un battaglione di alpini, da 4 batterie d’artiglieria (2 da campagna da 75 mm. e due da montagna da 70 mm. per un totale di 20 pezzi), da 2 sezioni di mitraglieri (equipaggiati con Vickers Maxim) e da alcuni plotoni del genio, della sanità e delle trasmissioni. Il contingente, che ammontava a circa 9.000 tra ufficiali e soldati, venne posto al comando del tenente generale Giovanni Battista Ameglio che, il 12 marzo, nei pressi di Bengasi, aveva respinto e battuto nello scontro delle Due Palme un forte contingente senusso. La squadra navale alla quale sarebbe spettato il compito di trasportare e scortare dalla Libia a Rodi il Corpo di spedizione venne affidata al vice ammiraglio Marcello Amero d’Aste Stella. Il 22 aprile, il generale Alberto Pollio conferì ad Ameglio "la più ampia libertà di azione", indicando però nella baia di Trianda, situata ad ovest di Rodi, la località più adatta per lo sbarco del contingente. Tuttavia, proprio in virtù delle felici caratteristiche dell’area prescelta (la vicinanza al capoluogo e la presenza di un’ampia spiaggia), Amero ipotizzò la presenza in loco e lungo la strada Trianda-Rodi di forti concentramenti di truppe nemiche: eventualità che indusse l’ammiraglio a suggerire al collega di scegliere un altro punto di sbarco. Verso la fine di aprile, presso il Quartiere generale della Spedizione di Tobruk, Ameglio e Amero apportarono una modifica al piano, decidendo per uno sbarco a Kalitea, località non distante dal centro abitato di Rodi, ma situata sul versante opposto a quello di Trianda. L’operazione scattò il 2 maggio, quando da Tobruk salpò un grosso convoglio italiano, con a bordo le truppe e tutti i materiali, formato dai piroscafi Sannio, Europa, Verona, Toscana, Bulgaria, Cavour e Valparaiso. La scorta a queste unità era garantita dalle navi da battaglia della 2° Divisione della Prima Squadra (Regina Margherita, Luigi Filiberto, Benedetto Brin e Saint Bon) e da un gruppo di siluranti. Era previsto che, durante la fase di sbarco, un altro gruppo di torpediniere avrebbe dovuto proteggere i piroscafi e le truppe da eventuali risposte nemiche, sia dal versate di terra che dal mare. Il piano contemplava poi un’altra serie di manovre atte a distogliere l’attenzione dei turchi dal lido di Kalitea. L’incrociatore ausiliario Duca di Genova avrebbe dovuto avvicinarsi a Trianda per simulare uno sbarco di un contingente della Marina, non prima però che la nave da battaglia Regina Margherita che il cacciatorpediniere Ostro avessero provveduto ad attirare l’attenzione delle vedette nemiche effettuando puntate contro altri siti costieri. A dimostrazione dell’accuratezza del piano, il Comando Supremo della Marina dispose che tra il 4 e il 6 maggio, l’altra Divisione della Prima Squadra (quella al comando dell’ammiraglio Ernesto Presbitero) pattugliasse le acque tra la costa occidentale anatolica e le Isole Cicladi per intercettare eventuali unità ottomane dirette a Rodi. Infine, per cercare di confondere ulteriormente le idee ai turchi, nei giorni che precedettero la partenza il generale Ameglio e l’ammiraglio Amero fecero circolare la voce secondo cui sia la Squadra che il contingente imbarcato sulle unità da trasporto sarebbero stati impiegati in uno sbarco nel Golfo di Bomba (Cirenaica), da dove gli italiani avrebbero sviluppato un’azione offensiva contro alcune tribù libiche ribelli. Tutto, insomma, venne preparato con la massima cura. Il Comando Supremo sapeva che l’attacco a Rodi non avrebbe dovuto subire ritardi o intoppi di altro genere. Un eventuale fallimento, anche parziale, dell’operazione avrebbe, infatti, indebolito la posizione dell’Italia nei confronti della Francia, dell’Inghilterra e soprattutto nei confronti dell’ostile governo Vienna.

Come programmato, all’alba del 4 maggio 1912, la squadra di Amero giunse del tutto indisturbata davanti a Kalitea. Prima di procedere allo sbarco del grosso delle truppe, l’ammiraglio, d’intesa con il generale Ameglio, inviò a terra un gruppo di marinai armati tratti dagli equipaggi della Regina Margherita, della Filiberto e della Saint Bon, i cui numerosi pezzi di medio e grosso calibro tenevano sotto tiro l’intera linea di costa e le alture ad essa sovrastanti. Una volta sulla spiaggia, il manipolo effettuò un’accurata ricognizione dell’area e, dopo un paio di ore, non avendo riscontrato la presenza di alcun reparto nemico, segnalò alla nave ammiraglia il via libera. In breve tempo, l’intero Corpo di Spedizione toccò terra a bordo di una flottiglia di grosse scialuppe protette dai pezzi leggeri e a tiro rapido delle siluranti. Alla testa delle sue truppe, il generale Ameglio mosse verso nord, appoggiato dai cannoni a lunga gittata della corazzata Regina Margherita. Nel pomeriggio, le unità da guerra italiane presero posizione più a nord, tra capo Voudhi e l’abitato di Rodi e davanti a capo Kum Burun, in modo da bersagliare con i loro pezzi le strade dell’entroterra, dove si pensava fosse concentrato il grosso della guarnigione ottomana. Analoga operazione venne compiuta, pressoché in simultanea, lungo la costiera nord occidentale dalla corazzata Regina Elena e dall’incrociatore Coatit. Verso sera, sul colle Koskino e in località Argurù, la marcia delle avanguardie a cavallo di Ameglio venne contrastata con assai poca convinzione da un reparto ottomano composto da circa 400 uomini. Battuti con facilità i turchi, le colonne italiane ripresero la loro marcia in direzione della ridotta di Psithos, dove, secondo notizie pervenute ad Ameglio, il nemico stava concentrando tutte le sue forze. Nel frattempo, il cacciatorpediniere Alpino (comandante Gustavo Nicastro) si diresse sulla città di Rodi per intimare la resa al valì (governatore turco). Quest’ultimo, dopo avere preso tempo per decidere, fuggì però con una piccola imbarcazione a Lindos, porticciolo situato sulla costa occidentale anatolica dove, il 28 maggio, verrà catturato dai marinai del caccia Ostro. La mattina del 5 maggio, l’ammiraglio Leone Viale inviò a terra il contrammiraglio Camillo Corsi (suo capo di Stato maggiore) con l’incarico di prendere possesso dell’abitato di Rodi che, nel frattempo, era stato raggiunto dalle avanguardie del generale Ameglio. E alle ore 14 dello giorno, un picchetto innalzò il tricolore sul vecchio castello turco posto a difesa dell’imboccatura del porto. Il giorno seguente, per sventare un possibile attacco a Rodi da parte di siluranti ottomane di base a Bodrum, l’ammiraglio Amero inviò gli incrociatori Coatit e Duca di Genova e il caccia Lanciere verso la costa anatolica per controllare eventuali movimenti di navi nemiche nei pressi di Bodrum e di Smirne. Ma dopo avere verificato la totale assenza di forze ottomane, le unità italiane fecero rientro all’isola. Tra il 6 e il 20 maggio, la Squadra italiana dell’Egeo completò l’occupazione di quasi tutte le isole minori del gruppo delle Sporadi. L’incrociatore Pisa e un suo distaccamento da sbarco presero possesso di Calino, l’incrociatore San Marco fece altrettanto a Lero, gli incrociatori Amalfi e Duca degli Abruzzi occuparono, rispettivamente, Patmo, Calchi ed Emporio; mentre le corazzate della 1° Divisione, scortate da siluranti, si impadronirono di Nisino, Scarpanto, Piscopo e Coo, disarmando i deboli presidi ottomani. Nel corso di queste operazioni, le forze italiane vennero accolte entusiasticamente dalla popolazione greca, tradizionalmente ostile all’occupante turco. Al Comando italiano non rimaneva che eliminare l’ultimo ostacolo, cioè la presenza, all’interno di Rodi, dei resti della guarnigione ottomana ritiratisi nell’impervia valle di Psithos. Per stanare le truppe nemiche, il generale Ameglio dispose un attacco concentrico su tre colonne. Mentre il grosso delle forze italiane avrebbe marciato su Psithos partendo dal capoluogo, altre due colonne - una composta da bersaglieri appartenenti al 4° reggimento (al comando del colonnello Maltini) e l’altra composta da alpini del battaglione Fenestrelle (agli ordini del maggiore Rho) - avrebbero effettuato una manovra a tenaglia, puntando su Kalapetra e Plotania. Il 15 maggio, i piroscafi Sannio e Bulgaria, scortati dalla corazzata Regina Margherita e Saint Bon, trasportarono i due contingenti a Cala Warda e a Malona, da dove penetrarono con relativa facilità all’interno dell’isola. Il giorno 16, gli italiani si scontrarono con un paio di deboli distaccamenti turchi, che vennero rapidamente battuti. E la mattina del 17 maggio, protette dai grossi calibri della corazzata Luigi Filiberto e dai pezzi del caccia Lanciere, ai quali Amero aveva affidato il compito di tenere sotto tiro le strade di accesso alla conca, le colonne giunsero finalmente davanti al ridotto di Psithos, la cui guarnigione si arrese senza sparare un colpo. Con quest’ultima operazione terminava così la campagna del Dodecaneso. L’occupazione di Rodi era costata alle forze italiane di mare e di terra perdite decisamente contenute. Il 57° reggimento fanteria lasciò sul campo 2 uomini ed ebbe 5 feriti, mentre il 4° reggimento perse un ufficiale e 5 bersaglieri ed ebbe un totale di 28 feriti. Da parte turca, i combattimenti sull’isola provocarono la morte di 23 tra ufficiali e soldati e il ferimento di altri 48 uomini. Gli italiani catturarono 33 ufficiali e 950 soldati, oltre a 6 pezzi d’artiglieria, 750 fucili, munizioni, quadrupedi e carriaggi.

BIBLIOGRAFIA:

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G. Galuppini, Guida alle Navi d’Italia, la marina da guerra dal 1861 ad oggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1982

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