Brani tratti
da Orazio Giuffrida - Buscaglia e gli Aerosiluranti – Ed. Stato maggiore
dell’Aeronautica, Ufficio Storico, Roma , 1998 – pagine 175-179)
Cieli
del Mediterraneo, 21 Aprile 1941
Nell’Aprile 1941 i Savoia Marchetti S.79 della 278° Squadriglia
Aerosiluranti sono stanziati a Pantelleria ed in Nord Africa. La mattina
del 21 Aprile, alla 5a Squadra di stanza a Berka, in Cirenaica, perviene
la segnalazione della presenza a sud di Creta, di un convoglio costituito
da circa 30 piroscafi, fortemente scortati. Il Comando ritiene conveniente
impiegare gli aerosiluranti per una azione offensiva contro le unità
nemiche. Vengono convocati i capi equipaggio, con i quali vengono
concordate le modalità di attacco. Nell’azione saranno impiegati il
Cap. Cimolini ed il Ten. Robone. Alle 16,40 decolla per primo il Ten.
Robone. ( ... ) Il convoglio viene avvistato alle 19,25 . ( ...) l Ten.
Robone si lancia all’attacco di un piroscafo di 6/8.000 tonn., contro il
quale sgancia il suo siluro alle 19,28 da una quota di 80 mt. ed una
distanza orizzontale dal bersaglio di 800 mt. Una alta colonna d’acqua
si alza in corrispondenza del centro della nave, che sbanda subito. Tutto
lascia presumere che sia andato a segno. Il bollettino di guerra n.322 del
23 Aprile attribuisce al Ten. Robone l’affondamento si di un piroscafo
da 800 tonn. ( ... ) Il Ten.Robone atterra regolarmente sul campo di Berka
alle 21,30. Da qui, soltanto alle 17,25, è decollato l’S.79 del
Capitano Cimolini, con equipaggio: mar. pil.Barro, Ten. Vasc. Oss.
Franchi, Serg. Magg. Marc. De Luca, 1° Av. Mot. Bozzelli, 1° Av. Arm.
Romanini. Il velivolo non rientra alla base. Nulla si sa della sua sorte e
le ricerche effettuate nella zona danno esito negativo . ( ... ) (Diversi
dispacci contenuti negli archivi della AM testimoniano che non si riescono
ad avere notizie del velivolo – ndr). L’aviere Dondi ci trasmette con
te sue parole l’ansia e la tristezza per la sorte di questi uomini:
“Dove saranno a quest’ora? Prigionieri, lo speriamo, oppure sul
battellino sperduti nell’immensità del mare? La sorte che noi tetti vi
auguriamo è quella che caduti prigionieri passiate quanto prima dare
vostre notizie. Ancor più ci dispiace per il Sergente Maggiore De Luca,
una dei veterani, reduce da cento e cento battaglie. Povero De Luca, così
buono e pieno di buonumore! La sorte ti è stata sempre propizia e
vogliamo sperare te lo sia tutt’ora. Aveva la licenza già firmate in
tasca e purtroppo il dovere gli ha imposto questa azione dalla quale non
ha fatto ritorno. Notizie precise non se ne hanno al riguardo. Ancora oggi
i nostri aerei da ricognizione e della Croce Rossa perlustrano il mare
nella zona dove si presume sia accaduto il sinistro, con la speranza di
poterli rintracciare”. Dovranno trascorrere vent’anni per poter sapere
quale era stata la sorte del Cap. Cimolini e del suo equipaggio.
Il
mistero del deserto
Il
21 luglio 1960 i componenti di sua squadra di lavoro della Soc. CORI
Compagnia Ricerche Idrocarburi, del Gruppo ENI, impegnati in rilievi
geofisici nel deserto libico, rinvengono a pochi chilometri dalla pista
Gialo-Giarabub i resti di su aviatore italiano. È un mistero in che modo
quest’uomo possa essere finito nell’interno, a circa 400 Km da
Bengasi. Nei dintorni non ci sono tracce di un relitto d’aereo. Ma
accanto ai poveri resti dell’aviatore vengono trovati una bussola, un
binocolo, una borraccia, due orologi, una pistola lanciarazzi e un bossolo
di cartuccia. Questo sembra dimostrare che lo sventurato, costretto ad
atterrare in pieno deserto, si era diretto a piedi verso Nord in cerca di
soccorsi, ma le forze lo avevano abbandonato quando era oramai in vista
della pista Gialo-Giarabub.
Ma un altro elemento viene in aiuto di coloro che si impegnano nel dare su
nome a quei poveri resti trovati in pieno deserto: una chiave con una
targhetta metallica recante t’indicazione: “S79 MM 23881”.
Ricerche immediatamente esperite presso il Ministero dell’Aeronautica
consentono di stabilire che si tratta di un velivolo silurante scomparso
nel 1941 durante un’azione. Vengono anche individuati i componenti
dell’equipaggio. Ma a questo punto il mistero si fa più fitto.
Come può infatti un uomo dell’equipaggio, partito da Bengasi per una
azione sul mare a Sud
di Creta, essersi venuto a trovare nell’interno del deserto, a 400 Km
dalla base di partenza e
ad oltre 500 Km dalla zona ove era stato segnalato l’obiettivo
dell’attacco?
Trascorrono più di due mesi, ed il 5 Ottobre, a circa 90 Km. A sud del
punto in cui sono stati rinvenuti i resti dell’aviatore, viene ritrovato
il relitto di un S.79. Nonostante vent’anni trascorsi nel deserto, il
relitto, protetto dalla sabbia, è in buone condizioni: la tela della
fusoliera è stata consumata dal ghibli, ma tutto il resto è intatto,
lucido come nuovo. Sulla fusoliera appare ancora evidente il numero di
Squadriglia: è 278.
Nelle vicinanze del relitto vengano trovati resti umani, due berretti,
qualche strumento. I poveri resti vengono recuperati dagli uomini
dell’AGIP e consegnati al Consolato italiano di Bengasi.
Nel febbraio dell’anno successive un elicottero dell’AGIP si posa nei
pressi del relitto e degli
esperti Io esaminano attentamente, nell’intento di raccoglierne dati
tecnici.
L’aereo e' atterrato con i carrelli ed i dispostivi di ipersostentazione
estratti, e con i motori accesi. L’impatto con il terreno è stato duro,
tanto che le gambe di forza dei carrelli hanno sfondata la superficie
superiore dell’ala. I motori si sorso staccati dai castelli e giacciono
nella sabbia, le pale delle eliche distorte. La mitragliatrice dorsale è
in perfetto stato, i vetri della cabina di pilotaggio intatti, e sotto
l’ala sono ancora visibili il disco bianco con i tre fasci ed i colori
mimetici. All’interno della fusoliera viene individuato il numero di
matricola: sono visibili quattro dei cinque numeri. E’ ormai
inequivocabile: si tratta del S79 MM 23881 del Cap. Cimolini. Una
relazione completa viene inoltrata al Ministero dell’Aeronautica. Il 17
aprile del 1981 un altro elemento completa il mosaico di questa drammatica
vicenda. Nel corso della tumulazione della salma recuperata nei pressi
della pista Gialo-Giarabub, nella tasca delle combinazione di volo, viene
rinvenuto il piastrino di riconoscimento: si tratta del 1° av. Arm.
Giovanni Romanini, componente dell’equipaggio dell’ S79 del Cap.
Cimolini. Dunque l’aviere Romanini ha marciato per giorni nel deserto,
orientandosi con la pesante bussola smontata dall’aereo, alla ricerca di
una pista a di un qualsiasi punta dove fosse possibile chiedere soccorso
per i suoi compagni. Oramai stremalo ha lanciato un razzo per attirare
l’attenzione di qualcuno, ma il destino ha voluto che nessuno ne vedesse
la scia colorata salire in cielo.
Ma manca ancora una risposta. Come abbia potuto Cimolini addentrarsi nel
deserto fino a quasi 300 Km da Bengasi. Una accurata indagine ufficiale
esclude che lo smarrimento sia stata causato da qualche avaria, non avendo
il velivolo tracce di colpi, e avendo atterrato con tutti i principali
organi in efficienza. L‘indagine conclude quindi che l’aereo, dopo
aver portato il sua attacco al convoglio nemico, si è spostato verso
Sud-Est per evitare di sorvolare la base di Tobruk, ancora in mano agli
inglesi. Con ogni probabilità ha incontrato venti molto forti da
Nord-Ovest, che lo hanno portato fuori rotta senza che, a causa del buio,
i piloti potessero rendersi conta dell’accentuata deriva.Giunto al
limite dell’autonomia, non è rimasto che l’atterraggio forzato in
pieno deserto. Questa vicenda ha appassionato per anni tecnici, storici ed
aviatori, che si sana staccati per dare una risposta a tanti
interrogativi. (singolare la analogia con il caso del B-24 “Lady be Good”,
scomparso nell’Aprile del 1943, e ritrovato nel deserto Cirenaico, 400
miglia più a sud della sua base, nel Maggio 1959, 14 anni dopo la sua
scomparsa - ndr)
Uno dei più qualificati tentativi è venuto dal giornalista aeronautica
Franco Pagliano, che nel suo volume In Cielo e In Terra, edito nel 1969 da
Longanesi, dice: “Abbiamo provato a tracciare su .me carta il triangolo
del vento, calcolandone la velocità in cento chilometri l’ora, sulla
base di alcuni dati meteorologici rilevati dalle relazioni. La deriva
risultante è di tale entità che, se non fosse stata adeguatamente
corretta, dopo due ore di volo dal punto del convoglio, l’aereo,
seguendo sulla bussola l’angolo di rotta per Bengasi, si sarebbe trovato
a cento ottanta chilometri a Sud Est di questa località. Chi ha svolto
l’attività da quelle parti sa che, quando spiravano venti forti, anche
se si era pratici dello zona, non si correggeva mai abbastanza la deriva e
bisognava calcolarla ripetutamente, sia per mancanza di punti di
riferimento evidenti, sia perché variava molto con la quota. Purtroppo
l’equipaggio di Cimolini era arrivato in Africa il giorno prima, o
probabilmente non conosceva bene lo condizioni ambientali. È probabile
che, non avvistando Bengasi, a bordo abbiano ritenuto di essere ancora sul
mare, ed abbiano quindi accostato decisamente a sinistra aggravando la già
difficile situazione perché, navigando ormai col vento in coda, l’aereo
aumentava la sua velocità di allontanamento dalla base. Questa ipotesi,
che ci sembrata più attendibile, presuppone però l’inefficienza degli
apparecchi radio. Infatti, anche se Bengasi era stata riconquistata solo
da diciassette giorni, una stazione campale era certamente in funzione a
Berka; quindi l’aereo avrebbe potuto individuare la direzione col
radiogoniometro o chiedere di essere radiogoniometrato o informato della
sua posizione rispetto a Bengasi. Se questo non avvenne è purché
l’impianto radio dell’areo ora in avaria. Anche se abbiamo
appreso che, quando l’impianto è stato recuperato, si presentava in
buone condizioni, ci sembra impossibile che, dopo vent’anni di deserto,
vi fosse la possibilità di accertare se al momento dell’atterraggio era
efficiente o no. L’ipotesi che la radio fosse efficiente e che a bordo
siano stati tratti in inganno dalle emissioni di un radio-faro inglese
situato nella zona di Giarahub è suggestiva, ma ci sembra debba essere
senz’altro scartata, perché presuppone che nessuno dell’equipaggio
abbia tenuto
conto delle indicazioni della bussola magnetica, il che è assurdo. Questa
ipotesi è stata a suo
tempo formulata soltanto perché la mancanza di dati sicuri o di
giustificazioni precise sollecita la fantasia e porta a romanzare anche un
errore di rotta, sia pure assunto in circostanze eccezionali…”
Le sabbie, il
cielo o il vento del deserto custodiscono la verità sulla sorte di questo
equipaggio di giovani aerosiluranti:
Cap. pil. di
complemento Oscar Cimolini, nato a Trieste d 26/ll/1908;
Ten. vascello oss. Franco Franchi, nato a Fiume il 11/10/1912;
Mar. pil. Cesare Barro, nato a Conegliano Veneto il 16/5/1914;
Serg.Magg. marc. Amorino De Luca, nato a Frascati d 7/2/1915;
1° av. mot. Quintilio Bozzelli, nato a Pistoia il 5/5/1915;
1° av. arm. Giovanni Romanini, nato a S. Paolo (Parma) il 28/10/1916.

foto tratta
da ALI NUOVE - Aprile 1961. La
mitragliatrice SAFAT dell'MM 23881, funzionante al momento del
ritrovamento.