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RODI SETTEMBRE 1943 Quest'articolo del ricercatore ed esperto di storia militare,Luciano Alberghini Maltoni, è stato pubblicato sulla rivista Storia Militare (ediz. Albertelli) del mese di giugno 2002. Questo documento è la ricostruzione più recente sulle drammatiche vicende dell’armistizio dell’8 settembre 1943 nell’isola di Rodi.L'autore ha svolto pazienti ricerche d'archivio sia in Inghilterra che in Italia recuperando documenti inediti britannici ed italiani.Il quadro storico militare complessivo risultante da questa ricerca, fornisce nuove chiavi d’interpretazione soprattutto riguardo ai colloqui tra l'ammiraglio Campioni e la missione segreta Jellicoe ed il mancato intervento degli Alleati in sostegno alle forze italiane. |
Premessa
Un recente film sui fatti di Cefalonia 1così come la visita del Presidente della
Repubblica, Azelio Ciampi, sull’isola dove avvenne il massacro dei militari
italiani della Divisione Acqui, hanno avuto il merito di riportare alla cronaca,
eventi storici di un nostro recente passato che sembravano destinati all’oblio.
Sono invece totalmente sconosciute al grande pubblico le vicende politiche
militari, gli eccidi e le tragedie che coinvolsero in quel decisivo anno del
1943 decine di migliaia di italiani nell’isole italiane dell’Egeo ora note come
Sporadi Meridionali. Occupate nel 1912 dal corpo di spedizione del gen.Ameglio
furono considerate tra il 1923 ed il 1936 la perla dei nostri possedimenti oltre
mare. Il Dodecaneso, popolato da greci di religione ortodossa, minoranze turche
ed ebree oltre che dai numerosi italiani immigrati visse in quegli anni un
periodo di notevole sviluppo e di sostanziale tolleranza sotto il governatorato
di Mario Lago. La progressiva militarizzazione delle isole, voluta dalla
politica mediterranea di Mussolini in funzione antibritannica, dislocò nel
Dodecaneso un contingente di circa 40.000 uomini tra aviazione, esercito, marina
che lì vissero per lunghi anni quasi come in una seconda patria. L’affinità
etnica della popolazione greca con gli italiani determinò in questa lunga
convivenza, il nascere di forti legami che a dispetto della guerra dichiarata
dal regime alla Grecia, avrebbero salvato la vita di migliaia d’italiani in
quegli ultimi tragici mesi del 1943. Allo scoppio del conflitto, l’Impero
Britannico avvertì immediatamente l’esigenza di neutralizzare quelle isole che
rappresentavano una potenziale minaccia per il suoi traffici, i suoi porti,
aeroporti, raffinerie nel Mediterraneo Orientale. Churchill sapeva bene che i
bombardieri italiani, ad un tiro di schioppo dal porto d’Alessandria, dal Canale
di Suez, dalle raffinerie di Haifa così come i sommergibili italiani della base
di Lero, avrebbero potuto creare seri problemi al successo della guerra in Nord
Africa. Già dal 1939 l’intelligence inglese disponeva d’informazioni
dettagliatissime sul dispositivo militare italiano che nei nostri documenti è
identificato come Piano di Difesa delle Isole, il nome stesso tradisce
l’impostazione strategica rinunciataria che i Comandi Militari vollero assegnare
a quel possedimento. In quest’articolo, frutto di una ricerca su inediti
documenti di fonte britannica, integrato e correlato ad altri documenti e
testimonianze di fonte nazionale, si tenterà di tracciare il quadro di un anno
decisivo per gli sviluppi militari del conflitto nell’aerea mediterranea e
balcanica, il 1943. Si vedrà come i Comandi Militari Alleati persero
un’eccellente opportunità di abbreviare la durata della guerra stessa
coinvolgendo al loro fianco la Turchia. Inediti particolari sulla missione
segreta inglese Dolbey – Jellicoe a Rodi ci consentiranno poi di ricostruire
quei terribili giorni di settembre successivi all’armistizio. Questo articolo
intende riportare alla luce pagine di storia dimenticate e rendere omaggio alla
memoria dei caduti italiani in Egeo.
Piani per un’invasione mai avvenuta
Il piano originario per la conquista di
Rodi, elaborato all’indomani del conflitto era noto come Mandible, fu poi
ribattezzato Handcuff e quindi Accolade. Spesso questi ultimi due acronimi sono
citati nei documenti ufficiali 2in modo equivalente, tuttavia nel corso del 1943
la sigla Accolade viene estesamente usata per indicare generiche operazioni
contro l’isola di Rodi. Il piano Mandible originario, rimasto nel cassetto degli
Alleati sino al settembre 1942, sembrò riprendere vita nell’ultima parte del
1942. Il punto di svolta per le sorti del conflitto mondiale era già stato
superato. Il 31 agosto il gen.Montgomery infliggeva una pesantissima sconfitta a
Rommel presso Alham Halfa in Egitto, poco dopo agli inizi di settembre l’8.a
Armata inglese riceveva 300 carri armati Sherman. Sul fronte russo a Stalingrado
iniziava il 15 settembre la più grande battaglia del conflitto mentre un mese
dopo, il 23 ottobre alle ore 23,40, iniziava la grande offensiva inglese "Lightfoot"
ad El Alamein, battaglia che preludeva alla totale liberazione del Nord Africa.
Si approssimava quindi il previsto sbarco in Marocco, operazione Torch, per
stringere nella morsa le forze dell’Asse. In questo scenario strategico, W.
Churchill ebbe la totale e lucida consapevolezza del prossimo crollo dell’Italia
e che il Mediterraneo ed i Balcani potevano essere gli snodi centrali delle
future mosse inglesi. Ecco quindi che il piano Accolade per l’invasione
dell’Egeo, mai dimenticato dal Primo Ministro inglese, diventava il grimaldello
per la successiva penetrazione nei Balcani. Gli obiettivi strategici di
Churchill, unanimemente condivisi del suo Gabinetto di Guerra e del Comando del
Medio Oriente, erano:
1. Aprire l’accesso ai Dardanelli tramite la piena disponibilità del porto di
Smirne
2. Riconquistare la Grecia
3. Scacciare i tedeschi dalla Romania e quindi privarli dei pozzi petroliferi
accelerando la fine del conflitto
4. Contenere la prevedibile espansione della Russia nei Balcani e impedire il
passaggio di Grecia e Turchia sotto quella sfera d’influenza
Tuttavia ci furono altre variabili, oltre al puro andamento militare del
conflitto nel Mediterraneo Centrale, che condizionarono pesantemente Accolade e
quindi gli avvenimenti del settembre – novembre 1943 in Egeo, questi fattori di
natura politica diplomatica furono sostanzialmente tre:
a) Il progressivo peso strategico degli USA, concretatosi nella promozione di
Eisenhower a Comandante in Capo Forze Alleate nel Mediterraneo nel febbraio
1943.
b) L’orientamento americano verso l’apertura del secondo fronte nel cuore
dell’Europa anziché nei Balcani
c) La non belligeranza della Turchia contro l’Asse e in ogni modo la sua scarsa
propensione ed indecisione nel supportare attivamente Accolade tramite la
concessione delle sue basi aeree e navali.
La lettura critica degli avvenimenti del 1943 in Egeo, alla luce dei documenti
conservati negli archivi britannici 3e sino ad oggi poco conosciuti, dimostra
che le operazioni militari furono condizionate in modo decisivo
dall’atteggiamento sostanzialmente inerte e timoroso della Turchia verso la
Germania. Se è vero che il totale dominio dell’aria della Luftwaffe nei cieli
dell’Egeo fu in definitiva la causa prima della sconfitta angla italiana a Lero
(novembre 1943), è altrettanto vero che gli stormi da caccia della RAF avrebbero
potuto garantire la copertura aerea dalle basi della Turchia (qualora concesse)
e consentire alle truppe anglo italiane di resistere con successo agli sbarchi
germanici. L’oscillante rapporto politico militare della Turchia con l’Impero
Britannico, ebbe origine sia dalle complesse vicende internazionali dei Balcani
sia dai rivolgimenti politici interni (1908 movimento dei Giovani Turchi) che
portarono alla dissoluzione dell’Impero Ottomano.
All’indomani dello scoppio del conflitto mondiale,la Turchia aveva firmato ad
Ankara (19 ottobre 1939)un trattato di mutua alleanza con Inghilterra e Francia
la cui clausola principale era:
Art.2
Nell’evento di un atto d’aggressione da parte di una potenza europea da cui
consegua una guerra nell’area mediterranea in cui sono coinvolti Francia ed
Inghilterra, la Turchia collaborerà con Francia ed Inghilterra prestando l’aiuto
e l’assistenza in suo potere.
Ma la Turchia non rispettò questa obbligazione essendo la sua politica governata
da tre fattori principali – la paura della potenza dell’Asse- la scarsa fiducia
nell’effettiva assistenza militare degli anglo francesi- il non ripudio da parte
degli inglesi dell’alleanza con la Russia.
Quasi due anni dopo nel giugno del 1941, la Turchia firmò un trattato d’amicizia
di soli tre articoli con la Germania. In esso si riaffermava la volontà comune
di rispettare le reciproche frontiere e si ponevano le basi per una più stretta
collaborazione commerciale.
Ma già prima di questo Trattato, la Turchia esportava verso la Germania grandi
quantità di lana e di nichel, metallo questo essenziale a fini bellici. Ecco
perché gli inglesi ritenevano essenziale troncare questo cordone economico,
obiettivo che perseguirono anche con sistemi non ortodossi quali l’incetta della
lana sul mercato turco ed altre manovre di guerra economica. In pratica la
Turchia favoriva segretamente gli Alleati e ne riceveva saltuariamente armamenti
mentre continuava ad esportare merci verso la Germania, tale era l’ambiguo
rapporto di neutralità della Turchia verso i due schieramenti.
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Il generale Henry Maitland Wilson comandante in capo delle forze alleate in Medio Oriente |
Il 23 ottobre 1942 si riuniva ad Alessandria il Coordinamento Pianificazione
Interforze (J.P.S. Joint Planning Staff) del Medio Oriente per un riesame della
situazione strategica nel Mediterraneo alla luce del programmato sbarco in
Marocco (operazione Torch) ed in vista del prevedibile collasso italiano.
L’analisi strategica e le conclusioni che ne conseguirono partivano da alcuni
postulati base quali - l’operazione Torch avrebbe consentito l’occupazione del
Nord Africa francese con successo – i tedeschi non sarebbero riusciti a
penetrare nel sud del Caucaso- la Turchia sarebbe rimasta neutrale- i punti
chiave del Mediterraneo rimanevano -la Libia- la Sardegna - la Sicilia - Creta
ed i Dodecaneso.
La cattura di queste due ultime aree avrebbero consentito, sempre secondo il
Coordinamento Pianificazione Interforze, il blocco totale dei traffici
mercantili nemici nell’area – il rafforzamento della Turchia ed eventualmente
aprire la strada verso i Balcani.
La valutazione strategica complessiva del Coordinamento Pianificazione
Interforze che tuttavia non aveva informazioni attendibili sulla situazione
interna dell’Italia e sulla sua propensione effettiva ad uscire dal conflitto,
fu sottoposta al Comandante in Capo Levante agli inizi del dicembre 1942. Il
rapporto sosteneva che il crollo italiano avrebbe portato ad una corsa contro le
forze tedesche per l’occupazione dei territori sotto la sovranità italiana.
Sulla possibile condotta dei Comandi Germanici Est e del Mediterraneo, in caso
di collasso italiano, la valutazione strategica proseguiva sostenendo che i
tedeschi avrebbero “subito” l’iniziativa alleata attingendo forze dalla Francia
e mantenendo un atteggiamento difensivo ed ispirato all’improvvisazione. La
sconfitta delle forze dell’Asse in Nord Africa con la conseguente incapacità di
evacuare totalmente mezzi ed uomini insieme ai bombardamenti del territorio
nazionale avrebbero poi causato uno shock di proporzioni tali da causare il
crollo dell’Italia. Sul versante orientale la perdita dei rifornimenti di
petrolio rumeni avrebbe reso impossibile la prosecuzione della guerra per la
Germania così come lo sbarco alleato nei Balcani avrebbe minacciato le linee di
comunicazione verso la Turchia e la Russia.
Per quanto riguardava il comportamento tedesco verso l’Italia si postulava che a
seguito del collasso italiano, la Germania di fronte alla scelta di impiegare
ingenti forze per “occupare” l’Italia distraendole dal fronte russo e dalla
Francia o di ritirarsi oltre le Alpi, avrebbe scelto la prima opzione per
ragioni di prestigio e strategia. Tuttavia, sosteneva ancora il rapporto, sotto
determinate circostanze dovute ad una notevole carenza di forze, la Germania
avrebbe lasciato l’Italia al suo destino per concentrarsi sulla difesa dei
Balcani. E’ sorprendente che un’analisi così lucida ed azzeccata manifestasse
delle debolezze ed incongruenze proprio nella conclusione. La risposta di
Churchill non si fece attendere, il 12 febbraio 1943 così telegrafava al
Gen.Wilson4, Comandante in Capo Medio Oriente
“ Nel prendere possesso del suo Comando lei avrà i seguenti obiettivi
prioritari:
.....(omissis) lei si preparerà a supportare la Turchia con tutte le misure
necessarie a rendere efficace la politica del Governo di Sua Maestà Britannica
come sarà comunicato di volta in volta dal Capo di Stato Maggiore.
....Lei si preparerà per operazioni anfibie nel Mediterraneo Orientale.”
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Il premier britannico Churchill in Egitto, egli fu il più accanito sostenitore dell'intervento in Egeo ma si scontrò con la resistenza degli alleati americani. |
A seguito di questa direttiva, vaga in conseguenza dei rapporti ambigui tenuti
dalla Turchia, il Comandante in Capo Medio Oriente non esitò a dare conferma al
Capo di Stato Maggiore che l’aggiornamento del piano Handcuff per la conquista
di Rodi era in corso e che si richiedevano due divisioni di fanteria dal Nord
Africa per completare l’organico delle tre previste.
In merito alla possibile richiesta di partecipazione di truppe turche
all’invasione, evento contemplato nell’art.5 della Convenzione militare annessa
al Trattato di Mutua Assistenza anglo - turco del 1939, il Governo britannico
intendeva negare questa possibilità sostenendo che tale partecipazione sarebbe
stata accettata SOLO se la Turchia fosse entrata immediatamente in guerra contro
l’Asse.
Ma anche i greci intendevano partecipare all’operazione con loro truppe e questo
per evidenti mire politiche sulle isole, tuttavia anche se quest’opzione non fu
scartata a priori e in ogni modo, viste le contrastanti ambizioni dei turchi e
dei greci, si ritenne saggio non includere tali contingenti almeno nella prima
fase delle operazioni.
Agli inizi di maggio il piano prevedeva la cattura di Rodi ed anche di Scarpanto
(Karpatos) col requisito minimo di tre divisioni di fanteria, una brigata
corazzata, due battaglioni indipendenti, due battaglioni paracadutisti ed
un’adeguata copertura aerea. Tuttavia il 1° giugno arrivò la doccia fredda,
tutte le operazioni nel Mediterraneo erano poste sotto la direzione di
Eisenhower, lo Stato Maggiore del Medio Oriente doveva quindi coordinarsi con
quest’ultimo ed in caso di contrasti appellarsi al War Office per le decisioni
ultime. Il Capo di Stato Maggiore informava quindi che la cattura delle isole
era subordinata ai piani di Eisenhower la cui priorità, come noto, era lo sbarco
in Sicilia, bisognava quindi pensare ad un’occupazione come risultato il
collasso dell’Italia, piuttosto che un assalto.
A questo punto, si era arrivati a fine luglio, il piano Accolade diventava
un’improvvisazione in base alle possibili evoluzioni della situazione politico
militare italiana. E’ importante notare che il Governo britannico non aveva
informato i comandi militari mediorientali sullo stato delle trattative segrete
con Badoglio, i quali non scartavano ancora l’ipotesi di occupare le isole se i
tedeschi le avessero abbandonate spontaneamente, in caso contrario, ossia di
opposizione tedesca, era necessario sbarcare assolutamente prima di novembre,
termine ultimo imposto dalle sfavorevoli condizioni meteo.
Agli inizi di agosto era evidente l’impreparazione inglese solo l’8.a5 Divisione
indiana era pronta, la 10.a e le truppe greche di rinforzo così come la brigata
corazzata non erano pronte, mancavano anche i mezzi navali per lo sbarco.
Sebbene il Capo di Stato Maggiore affermasse da Londra che bisognava aiutare gli
italiani contro i tedeschi, l’affannosa e rimediaticcia ricerca di mezzi e
uomini cozzava contro l’esigenza dello sbarco in Sicilia e quindi potevano
essere recuperate solo le risorse marginali.
L’11 agosto si teneva ad Algeri una riunione dei Comandanti in Capo che si
sarebbe rivelata fatale per il destino del Dodecaneso italiano. Essi
raccomandarono l’abbandono d’Accolade anche perché notizie d’intelligence
riferivano che la Turchia si preparava ad invadere Rodi.
In questo clima confuso l’unico dato certo era che i tedeschi non avevano alcun’intenzione
di ritirarsi ed anzi si rafforzavano.
Alla fine di agosto, l’imbarco dell’8.a Div.Indiana era completato ed essa era
pronta il 1.° settembre per l’assalto a Rodi. Lo stesso giorno il gen.Wilson
emanava l’ordine di sbarcare le truppe facendo proseguire i mezzi navali per
l’India. Egli era assolutamente all’oscuro di quanto stava maturando tra gli
Alleati ed il Governo Badoglio.
Solo il 3 settembre il Governo britannico informava il Comandante in Capo Medio
Oriente che l’Italia stava negoziando la resa, cioè 5 giorni prima dell’annuncio
ufficiale concordato. Wilson in successivo vibrante dispaccio a Londra così
criticava la mancanza d’informazione:
“….un’ operazione accuratamente pianificata è stata così vanificata e nessuna
urgente azione fu prevista per l’immediato futuro, poiché io non fui informato
di ciò che stava accadendo”
Il precipitoso disimbarco delle truppe indiane ha oggi il sapore di una beffa,
migliaia di soldati alleati pronti a salpare il 1.° settembre per Rodi, messi in
libera uscita proprio quando bisognava cogliere l’attimo fuggente.
Sappiamo che il gen. Castellano 6incaricato da Badoglio dei negoziati con gli
Alleati, rientrato da Lisbona a Roma il 27 agosto aveva sottoposto a Badoglio
stesso, Ambrosio, Acquarone e Guariglia l’armistizio breve. Castellano veniva
poi rispedito in Sicilia il 1.° settembre per confermare l’accettazione italiana
e quindi firmava l’armistizio breve a Cassibile alle ore 17,45 del 3 settembre
di fronte a Bedell Smith. Perché un evento così decisivo, ormai assodato già a
fine agosto e certo il 1.° settembre, non venne comunicato il giorno stesso a
Wilson. Questa clamorosa omissione di Londra appare incomprensibile.
Un’imperdonabile sbadataggine od un colpevole silenzio? E’ difficile credere ad
una svista poiché il Governo britannico nella persona di Churchill 7 e lo Stato
Maggiore a Londra erano costantemente aggiornati sulle operazioni in tutti i
fronti Essi sapevano perfettamente cosa stava accadendo e forse l’unica
spiegazione plausibile è che Churchill abbia volutamente “dimenticato” di
sferrare il colpo verso Rodi ed i Balcani per non irritare l’alleato americano
ed essere accusato di disperdere le forze destinate all’obiettivo primario cioè
l’Italia. La strategia balcanica di Churchill incontrava l’ostilità di Roosvelt
ed Eisenhower.
Senza più divisioni disponibili Wilson decise comunque di fare qualcosa,
proponendo al War Office il 7 settembre di sfruttare la situazione conquistando
alcune isole minori come Castelrosso (Kastellorizo), Coo (Kos) e Samos inviando
contemporaneamente una missione a Rodi. Scopo di tale missione era quello di
prendere accordi con i Comandi Italiani e concordare uno sbarco inglese8 se il
porto fosse stato agibile. Egli aveva intenzione di sbarcare la 234.a 9brigata
di fanteria a supporto degli italiani con la copertura di una squadriglia di
Spitfire da basare a Coo. L’analisi di Wilson era molto lucida, non avendo mezzi
da sbarco doveva disporre del porto di Rodi così come dell’aeroporto di Kos,
isola dove non c’erano forze germaniche.
Il 9 settembre Churchill approvava l’idea dicendo “ Bene, è giunto il momento di
giocare forte Improvvisate ed osate “.
La missione Dolbey-Jellicoe a Rodi. L’incontro con l’amm.glio Campioni.La
sconfitta delle forze italiane.
Alle ore 19 dell’8 settembre 1943 il comunicato radio di Badoglio
sull’armistizio veniva captato anche a Rodi cogliendo impreparati i vertici
militari e le truppe. Era infatti avvenuto che il promemoria n.2 del Comando
Supremo per le forze in Egeo al 10 t.col.Maravigna della Regia Aeronautica per
consegna a mano ad Egeomil 11non pervenne mai poiché il latore fu bloccato dal
maltempo il 7 ed arrivò in aereo il 9 a Pescara ove gli fu ingiunto di seguire
il Comando Supremo ed il Re sulla nave Baionetta.
Soltanto il 9 settembre il Comando Supremo alle ore 2,15 trasmise il telegramma
24202 che riassumeva le disposizioni del promemoria n.2. Il dispaccio
prescriveva al punto 2 quanto segue:
“Egeomil est libero assumere verso germanici atteggiamento che riterrà più
conforme at situazione. Qualora fossero prevedibili atti di forza da parte
germanica procedere a disarmo immediato delle unità tedesche nell’arcipelago alt
Dalla ricezione del presente messaggio Egeomil cesserà di dipendere dal comando
Gruppo Armate Est 12 et dipenderà direttamente dal Comando Supremo.” Al punto 6
poi si ordinava che “ Tutte le truppe dovranno reagire immediatamente et
energicamente et senza speciali ordini at ogni violenza armata germanica et
della popolazione in modo da evitare di essere disarmati e soprafatti. Non deve
però essere presa iniziativa d’atti ostili contro i germanici”.
Come detto nessun allerta ufficiale od ufficioso giunse ad Egeomil ma ci furono
alcuni segnali premonitori di quanto sarebbe accaduto. L’episodio 13 più
inquietante di cui fu testimone il cappellano di Maritza, Edoardo Fino che ne
riferì al gen. Briganti avvenne il 1.° agosto nell’aeroporto di Atene Kalamaki.
Era accaduto, infatti, che un aviere postino fosse disarmato ed ucciso dai
tedeschi ed una quarantina di militari italiani nei paraggi fossero arrestati.
Il cappellano chiese spiegazioni ad un tenente tedesco il quale rispose
ingenuamente che a causa del tradimento italiano essi avevano ricevuto l’ordine
di disarmare e fermare tutti gli italiani. Sebbene i Comandi tedeschi si fossero
poi scusati del gesto altri segnali sibillini giunsero da Roma. Il gen. Briganti
fu infatti convocato dal Comando Supremo a Roma nella terza decade di agosto e
qui rimase in attesa di ordini inutilmente. Egli cercò di contattare senza esito
Ettore Muti 14 che in una precedente visita a Rodi gli aveva preannunciato la
caduta di Mussolini, proprio per ottenere informazioni confidenziali. Briganti
ebbe persino un udienza col Re 15che però non gli rivelò nulla. Egli ripartì
infine per Rodi il 5 settembre, perplesso ed inquieto, senza aver ottenuto
alcuna informazione. Mentre Egeomil 16permaneva in uno stato letargico e
passivo, i tedeschi erano da tempo pronti all’azione secondo le direttive del
piano Achse. Come abbiamo visto anche gli inglesi su direttiva del gen.Wilson
erano pronti a sfruttare il momento ed infatti alle ore 19 del 7 settembre il
magg. J.A. Dolbey 17, appartenente alle forze speciali (Forza 133) del Medio
Oriente, era preavvertito dal Brig. Keble che per le ore 10 del giorno seguente
al quartier generale del Cairo ci sarebbe stato un “briefing” relativo ad una
missione segreta su Rodi. Alla riunione di quella mattina fatidica dell’8
settembre18 erano presenti sette ufficiali che facevano parte della missione ed
il Brig. Heyman, furono discussi i compiti di ciascuno ed i dettagli operativi.
Lo scopo del piccolo gruppo che sarebbe stato inviato a Rodi era quello di
contattare l’amm.glio Campioni 19e stabilire le eventuali modalità d’intervento
delle forze inglesi coordinando le operazioni di contrasto ai tedeschi. Il
magg.Jellicoe20 , che da tempo operava nella Forza 133 e conosceva molto bene le
isole, suggerì di arrivare a Rodi nella stessa notte in aereo e paracadutarsi
nel campo di golf situato sulla riva del mare a otto chilometri sud della città.
Egli informò che non erano ancora riusciti a mettersi in contatto via radio con
il nucleo d’agenti segreti a Rodi e che non c’era certezza che questo nucleo
potesse ottenere un contatto preliminare con Campioni. Il resto della missione
avrebbe invece raggiunto via mare le isole di Castelrosso o Cipro in attesa di
istruzioni. Poco dopo il gen.Wilson autorizzava Dolbey, Jellicoe ed un operatore
radio, serg. Kesterton all’azione la notte stessa. Alle ore 22 il gruppetto era
all’aeroporto Cairo West terminando i preparativi d’imbarco delle attrezzature,
fu deciso anche un diverso il punto d’atterraggio, più vicino a Rodi città.
Alle ore 2,30 del 9 settembre l’aereo decollava dal Cairo ed alle 5,30 era su
Rodi ma le condizioni meteo erano sfavorevoli, cielo totalmente coperto, per 30
minuti l’aereo volò in circolo sfiorando la costa turca che s’intravedeva ma
alle 6,30 era ormai giorno pieno e l’aereo puntò verso il Cairo dove atterrarono
alle ore 9,30 del 9. Il Brig. Heyman ordinò di reiterare l’operazione la notte
stessa cosa che avvenne alle ore 19,30 in condizioni di tempo perfette. Alle ore
22,40 il pilota dell’aereo identificava l’area d’atterraggio ed un minuto dopo
si lanciavano in sequenza Jellicoe, Dolbey, Kesterton.
Durante la discesa le batterie italiane aprirono un violento fuoco contraereo, i
tre uomini atterrarono incolumi a svariate centinaia di metri l’uno dall’altro
su una collinetta a circa 3 km dal previsto punto d’atterraggio ed a poco meno
di 1 km dalle linee tedesche. Al fuoco delle mitragliatrici si aggiunse anche
quello dei mortai, solo dopo aver cercato di ripiegare il paracadute Dolbey si
rese conto di avere una gamba fratturata ma nonostante questo riuscì a
trascinarsi per un’altra decina di metri sino ad un riparo. Nella notte di luna
piena Dolbey attese che il fuoco diminuisse e realizzò di essere a circa 30
metri da una postazione italiana verso cui urlando dichiarò di essere un
ufficiale inglese e di voler parlare col comandante. Poco tempo dopo apparve
sulla strada un carro armato ed un autoblindo da cui scese un ufficiale (cap.Brunetti)
ed alcuni soldati. Dolbey spiegò loro lo scopo della missione e chiese di poter
cercare gli altri due compagni, una prima battuta fu vana e quindi Dolbey
insegnò poche parole d’inglese alla pattuglia incaricata di cercare gli altri
due membri ma, secondo il suo rapporto, questo fu il compito più arduo della sua
missione. I militari italiani furono assai gentili offrendo sigarette e liquori,
soprattutto il capitano si dimostrò molto collaborativo ed informò che il suo
colonnello, aderente al P.N.F. avrebbe cercato d’ostacolare la sua missione. In
ogni modo la mattina seguente del 10, Dolbey era presso il distaccamento
italiano a Calithea e, come previsto, il colonnello ordinò di tenerlo
prigioniero e che non c’era motivo di mandarlo a Rodi. Regnava una gran
confusione e Dolbey apprese che da due giorni gli italiani stavano combattendo
contro i tedeschi, il loro morale gli apparve buono sebbene fossero tutti
preoccupati di quanto accadeva in Italia. Dolbey riuscì a fare leva sulla buona
disposizione del cap. Brunetti riaffermando l’importanza per il destino di tutti
di parlare con Campioni e quindi l’ufficiale italiano sotto la sua
responsabilità e contravvenendo agli ordini ricevuti lo fece trasportare su una
motocarrozzetta a Rodi città. Durante il tragitto ad ogni posto di blocco,
l’autista conscio del destino a lui affidato nella storica missione, andava
raccontando a tutti chi fosse quel paracadutista inglese che aveva a bordo. Alla
fine del tragitto Dolbey, oggetto di manifestazioni di simpatia dei militari
italiani si ritrovò pieno di sigarette e bottiglie di liquore. Finalmente alle
1.15 del 10 settembre arrivò al Palazzo del Governatore dove fu visitato da un
medico che confermò la frattura della gamba ma senza poterla ingessare. Alle
1,45 giunse Campioni ed alti ufficiali di Egeomil tra cui il gen. Alberto
Briganti21 ed il gen.Forgero22. L’atmosfera inizialmente fredda migliorò dopo
qualche tempo. Ancora una volta nello spiegare lo scopo della sua missione egli
richiese di cercare immediatamente gli altri due compagni cosa che Campioni fece
dando gli opportuni ordini telefonici. Dolbey disse chiaramente ai convenuti che
le truppe inglesi di rinforzo non sarebbero potute arrivare prima del 15
settembre 23 e che il compito principale delle forze italiane sarebbe stato
quello di tenere liberi gli aeroporti ed il porto di Rodi. Era anche necessario
che il presidio italiano di Castelrosso fosse informato dell’arrivo della
missione completa al comando del col.Turnbull24 che doveva quindi proseguire in
sicurezza verso l’isola di Symi per incontrare tutti a Rodi. Tuttavia in quel
momento l’aeroporto di Maritsa era già sotto controllo tedesco, le forze
italiane erano già state separate in due tronconi a sud e nord dell’isola ed i
tedeschi stavano assumendo il controllo delle posizioni strategiche. Campioni
aveva deciso di ritirare le truppe su una linea difensiva da costa a costa a
circa 6 km a sud della città di Rodi. Questa linea difensiva sfruttava sia
l’orografia dei luoghi sia alcune postazioni in bunker 25. realizzate prima del
conflitto. Campioni riteneva possibile una difesa su questa linea sino al 15
posto che fossero attuate dagli inglesi azioni diversive nel sud dell’isola dove
si trovava l’aeporto di Cattavia. In proposito il gen.Calzini 26 aggiunse che i
tedeschi si aspettavano azioni di questo tipo e si stavano muovendo per
impadronirsi di Cattavia27 ma che rapide azioni di forze inglesi avrebbero
indotto i tedeschi a separare le forze dando il tempo ai 6.000 italiani rimasti
sotto il comando di Campioni di riorganizzarsi. Il resto delle isole erano sotto
il controllo italiano salvo Scarpanto dove 3.000 italiani stavano combattendo
contro 1.000 tedeschi sbarcati il giorno 7.
Mentre Jellicoe attendeva l’arrivo degli altri due, ricevette le confidenze di
Campioni che disse di essere stato tradito dai tedeschi.
Nella notte del giorno 8 infatti, il gen.Kleemann 28 lo approcciò informandolo
che essendo la situazione confusa ed al fine di evitare incidenti, era suo
dovere raccogliere le poche miglia di uomini intorno al suo quartiere generale
nella località di Psinto 29. Egli giurò che questo era il suo unico scopo e che
d’altronde vista la superiorità numerica italiana proprio questa era la prova
della sua buona fede. Campioni convenne con questa richiesta e diede 24 ore di
tempo per l’operazione. Sempre secondo la testimonianza di Dolbey, Campioni ebbe
la notizia dell’armistizio intorno alle ore 20,30 dell’8. Secondo la
testimonianza del gen.Briganti, già dalle ore 19 la stazione radio militare
aveva captato la notizia da Radio Algeri mentre il proclama di Badoglio fu
ascoltato da Briganti stesso alle 20 ora locale che ne informò subito Campioni.
Dolbey fu quindi informato che i tedeschi avevano occupato gli aeroporti di
Maritsa e Gadurrà privando le forze italiane di copertura aerea. Le forze
tedesche ammontavano a 5.000 uomini, 25 Panzer mod.IV, 150 blindati di vario
tipo, 15 pezzi semoventi da 155 mm.
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Postazione italiana sul Monte Crucià, da questa località gli italiani contrastarono efficacemente le colonne meccanizzate tedesche. |
Dolbey valutò che la situazione militare non era totalmente compromessa e che
intervenendo tempestivamente dall’aeroporto di Kos e mantenendo la linea di
resistenza da costa a costa, Cremastò – Afando, c’era qualche speranza. Alle
2.45 arrivarono sia Jellicoe sia Kesterton accompagnati dallo stesso capitano
che li aveva recuperati, i due sembravano in eccellenti condizioni di salute.
Jellicoe consegnò la lettera di credenziali e le istruzioni del gen.Wilson a
Campioni che si manifestò perplesso ed in difficoltà non avendo ricevuto alcun’istruzione
del Comando Supremo circa la collaborazione con forze inglesi ma aggiunse che
non dubitava della buona fede del gen.Wilson e dei latori del messaggio. Un’ora
dopo i tre militari si ritirarono nel lussuoso appartamento a loro assegnato e
prepararono un messaggio cifrato da inviare tramite le stazioni radio militari
italiani di Rodi e Leros30 Alle 8 del mattino dopo una pattuglia italiana
rinvenne la stazione radio paracadutata e poco dopo Kesterton, issata un’antenna
di fortuna era in grado di trasmettere autonomamente al Cairo.
A questo punto bisogna far un salto indietro di qualche ora nella notte, poco
dopo che i tre inglesi si ritirassero nell’appartamento assegnato, Campioni
riceveva il comandante tedesco Kleemann 31 in un'altra ala del castello. Durante
questo negoziato Kleeman ammise che l’occupazione di Maritsa era dovuta ad
un’errata interpretazione dei suoi ordini e cercò di accreditare la sua buona
fede. Mentre il gen.Briganti suggeriva di trattenere Kleeman come garanzia per
il rispetto del cessate il fuoco, Campioni ritenne che il tedesco fosse in buona
fede e lo lasciò andare sulla parola, quindi intorno alle 9 della mattina del 10
raggiunse gli inglesi nella loro stanza. Egli sembrava abbastanza ottimista, la
situazione non dava segni di deterioramento, i tedeschi non si battevano bene ed
alcuni reparti si erano arresi senza combattere, Kleemann aveva cercato di
contattarlo ed egli riteneva volesse chiedere una tregua (omise di informare
Dolbey dei suoi colloqui contemporanei con il Comando tedesco) aggiunse poi che
il presidio italiano di Castelrosso era in attesa del col. Turnbull.
Dolbey ammonì Campioni di non fidarsi dei tedeschi e dopo essere rimasto solo
con Jellicoe, entrambi convennero che il Governatore non si dimostrava risoluto
ed energico così come il suo staff d’ufficiali, propenso a compiacerlo.
Prepararono pertanto un rapporto radio chiedendo l’invio immediato di una
piccola forza, almeno 200 paracadutisti per mettere Campioni di fronte al fatto
compiuto e sostenere il morale degli italiani. Nessuna risposta era ancora
arrivata dal Cairo perciò decisero che uno di loro (fu prescelto Dolbey perché
immobilizzato) si recasse a Cipro con un idrovolante 32 per riferire della
situazione. Campioni non fu d’accordo perché temeva che se in città si fosse
sparsa la voce della presenza di una missione inglese i tedeschi avrebbero
effettuato rappresaglie33. Dalla stanza essi potevano udire i colpi delle
artiglierie italiane. Poco dopo Campioni tornava col gen.Calzini a cui essi
ribadirono che non intendevano rimanere segregati e che si sarebbero messi in
borghese per non destare sospetti, la cosa fu concessa immediatamente. Il loro
messaggio destinato a Wilson era nel frattempo stato inviato alle ore 4.45. La
gamba fratturata di Dolbey era molto gonfia perciò all’ospedale non fu possibile
ingessarla e furono applicate solo delle stecche. Intanto alle 11,30 fu deciso
in un nuovo incontro con Campioni, che un idrovolante da Leros sarebbe ammarato
a Castelrosso per prelevare Turnbull mentre gli altri membri della missione
sarebbero giunti via mare a Symi, l’arrivo di Turnbull era previsto per il
pomeriggio o l’indomani. Durante quell’incontro, Campioni mostrò una bozza di
lettera che Dolbey avrebbe consegnato a Wilson e si concordò che se i tedeschi
avessero conquistato il porto di Rodi la missione inglese sarebbe fuggita con un
MAS e che gli idrovolanti Cant Z 506 sarebbero decollati per Cipro.
Intorno alle 13 Dolbey informò Campioni che una missione inglese sarebbe giunta
nella notte a Kos (Coo) e che bisognava avvertire i comandi locali. Il terzo
bombardamento aereo tedesco della giornata impedì a Dolbey cui si era nel
frattempo unito il cap.Giannotti del S.I.M34 di lasciare Rodi, cosa che avvenne
finalmente con l’oscurità.
Il giorno seguente 11 alle ore 11, finalmente Dolbey incontrò il col.Turnbull
giunto a Symi con un idrovolante. Dopo un rapido scambio d’informazioni,
Turnbull approvò quanto sinora fatto da Dolbey ed attesero l’arrivo di Jellicoe
previsto vi mare. Non arrivando ancora quest’ultimo, Dolbey s’imbarcò
sull’idrovolante italiano messogli a disposizione dal Governatore arrivando a
Limassol ( Cipro) da cui raggiunse Nicosia.
Dopo una certa confusione, nel tardo pomeriggio giunse un ufficiale della RAF
incaricato di consegnare la missiva di Campioni a Wilson che ripartì per il
Cairo col cap.Giannotti.
Dopo essere rimasto all’ospedale militare di Nicosia per tutta la mattinata del
12 settembre, Dolbey giunse al Cairo intorno alle 15,30 dove incontrando il Brig.
Heyman seppe della resa di Campioni, la missione si era conclusa con un
fallimento.
La preda sfumata
Cosa era dunque accaduto a Rodi prima, durante la permanenza e dopo la partenza
di Dolbey? Possiamo ripercorrerne sinteticamente alcuni passi decisivi.
Alla mezzanotte del 9 il Gen. Kleeman si presentò al Comando di Monte Profeta e
con una certa concitazione disse al Gen. Forgero che quanto stabilito in
precedenza (ossia di non muovere le truppe dalle rispettive posizioni) doveva
essere modificato in quanto solo l’Italia aveva dichiarato l’armistizio mentre
la situazione di belligeranza contro gli Alleati continuava da parte della
Germania. Ciò imponeva alle sue truppe libertà di movimento all’interno
dell’isola ed il controllo degli aeroporti. Alle ore 0,30 Kleemann lasciò il
Comando Italiano di Monte Profeta. Della nuova richiesta avanzata dal Gen.
Tedesco venne edotto l’Ammiraglio Campioni ma egli, dice Forgero, rimase molto
perplesso e riguardo alle eventuali azioni future non desiderava che fossero
gl’italiani a creare per primi un incidente. Il Governatore richiese a Forgero
di andare da lui unitamente al Gen. Kleemann ma quest’ultimo disattese l’invito
assumendo ragioni di servizio. Kleeman in quel momento era impegnato a dare gli
ordini operativi per il concentramento delle unità di combattimento nella zona
interna dell’isola per occupare posizioni di vantaggio, i principali incroci
stradali e l’avvio verso gli aeroporti dei gruppi di combattimento d’Alearma e
di Psinto. Secondo il Capitano Bayer del Comando della Rhodos l’ordine d’attacco
alle basi aeree fu dato da Kleeman alle ore 0,30 del 9 settembre e cioè non
appena rientrato dall’ultimo incontro di Monte Profeta. L’azione per Maritza fu
abbastanza rapida perché già alle ore 1,00 il Colonnello Capigatti, Comandante
del Settore San Giorgio telefonava al Gen. Forgero informandolo che il gruppo
corazzato aveva raggiunto l’aeroporto, dislocandosi intorno al campo di volo.
Chiese ordini sul da farsi, in quanto aveva numerose batterie35 a disposizione
per colpire la colonna blindata germanica. Il Gen. Forgero disse che il
Governatore riteneva opportuno di «lasciarli fare» dato che i tedeschi non
avevano fatto violenze, ma di continuare a sorvegliare la situazione. Il Col.
Capigatti chiamò allora il Ten. Col. Fossetta Comandante dell’Aeroporto di
Maritza il quale riferì che i soldati germanici erano già penetrati nella base
aerea ed avevano disarmato gli uomini di guardia.
Mentre alle ore 3,30 Kleeman, Forgero e Campioni erano a colloquio arrivò una
telefonata che il gruppo corazzato germanico era entrato a Gadurrà. Tra i
comandanti ci fu un breve diverbio verbale e il Gen. tedesco si scusò che era
stato un suo ordine male interpretato. Alla presenza di un ufficiale italiano
interprete chiamò al telefono il Comandante del Gruppo di attacco ordinandogli
di uscire dall’aeroporto cosa che subito venne fatta ma il gruppo corazzato
tedesco si dispose lungo la rotabile che fiancheggiava l’aeroporto stesso,
rimanendo così virtualmente in mano germanica.
Alle ore 7,10, infatti, il generale Kleeman ritornato al suo Comando di Fondoclì
poteva inviare al Comando del Gruppo Armate Est il seguente radiogramma:
«Aeroporti Maritza e Gadurrà saldamente in nostre mani36».
Nella stessa mattinata il Generale Forgero indisse una riunione al Comando di
Monte Profeta di tutti i comandanti di settore per concertare un’azione comune
tendente a contrastare l’avversario, la riunione non produsse alcun risultato
concreto mentre il piano Kostantin di Kleemann marciava a pieno ritmo, infatti
alle 13.30 aveva circondato e catturato a Campochiaro tutto il Comando della
Divisione Regina compreso il comandante, gen.Scaroina.
Dopo la caduta del Comando Divisionale di Campochiaro,la cattura del Gen.
Scaroina e del suo Stato Maggiore i tedeschi distrussero la rete di
comunicazione rendendo inefficienti tutti i centri di controllo e comando. Ciò
provocò l’isolamento quasi totale dei reparti dislocati nei vari Settori e
quindi la disgregazione del modello unitario di difesa che fu totalmente e
definitivamente stravolto. Anche il Generale Forgero Comandante Militare
dell’isola, rimasto isolato nel suo Comando periferico di Monte Profeta, chiese
al Governatore di trasferire il Comando stesso nel castello di Rodi.
Dalla lettura dei diari storici della Divisione Rodos emerse che tedeschi
pensavano di occupare facilmente Rodi città e furono sorpresi per la valida
reazione dei reparti italiani dislocati sulle posizioni chiave infliggendo loro
perdite rilevanti e catturando numerosi prigionieri. E’ documentato che i
numerosi prigionieri tedeschi catturati e accompagnati nelle varie Caserme in
stato di detenzione furono sistematicamente liberati e riarmati per ordine del
Comando Superiore Italiano tra la costernazione e l’indignazione dei militari
che li avevano catturati.
La resa e la situazione dopo l’11
settembre a Rodi
Nonostante gli ordini vaghi, confusi, contradditori e privi di una coerente
condotta militare unitaria delle operazioni, la situazione la sera del 10
settembre non era molto favorevole ai tedeschi, i reparti italiani sbarravano
efficacemente il passo al nemico anche se gli aeroporti erano persi.
Kleemann, consapevole della sua posizione incerta ma altrettanto consapevole
delle debolezze dell’avversario non ebbe alcuna riserva per muoversi dalla
guerra guerreggiata alla guerra psicologica. Costrinse in qualche modo il
gen.Scaroina, suo prigioniero, a preparare un messaggio di proposta
d’armistizio. Per rafforzare l’effetto psicologico lo fece pervenire a Rodi,
alle ore 8 della mattina dell’11 tramite due ufficiali tedeschi che scortavano
il t.col.De Paolis37 . Quest’ultimo dipinse una situazione tragica asserendo che
se non si accettava l’armistizio 3.000 militari italiani ammassati a Campochiaro
sarebbero stati fucilati per rappresaglia. Non esiste alcun riscontro storico
che tale notizia fosse vera né che i tedeschi avessero catturato quelle truppe.
Gli ufficiali tedeschi minacciarono quindi bombardamenti indiscriminati di Rodi
con gli Stormi della Luftwaffe basati a Creta.
Nel corso della mattina si tenne al Castello un consiglio sul da farsi, erano
presenti Campioni, il gen. Forgero, il gen.Alberto Sequi38 ed il gen. Briganti.
Campioni tracciò il quadro della situazione così come gli era stata riferita
dagli emissari tedeschi e precisando che i tedeschi, dalle perdute batterie di
Monte Fileremo e Paradiso39 , avrebbero potuto colpire la città stessa: Nello
scenario prospettato da Campioni nulla era più possibile fare. Gli alti
ufficiali espressero parere concorde alle conclusioni del Governatore. Le
trattative con il Comando germanico si svolsero nel pomeriggio dell’11 in un
casolare nei pressi di Afando. Forse è superfluo ricordare che nessuna delle
condizioni concordate con alla resa furono rispettate dal Kleemann.
Nonostante la facile vittoria conseguita, all’indomani dell’ 11 le forze
tedesche erano in una situazione ancora precaria che li esponeva a possibili
contrattacchi sia dal mare che atti di guerriglia o una vera e propria rivolta
40. Le forze totali tedesche ammontavano a 4.500 elementi di cui solo 3.000
combattenti mentre i soldati di nazionalità austriaca e cecoslovacca (500
uomini) erano stati disarmati. Nella città di Rodi erano presenti solo 200
uomini, due carri armati, di cui uno stazionato a Punta Sabbia ed uno in
continuo movimento nella città. Il grosso dei Panzer era concentrato a Psinto
mentre le truppe erano concentrate tra Soroni e Campochiaro. Un altro
contingente si trovava nel paese di Peveragno. Le armi confiscate ai militari
italiani erano state concentrate in depositi presidiati da qualche sentinella
che non sarebbe stato difficile sopraffare. Le truppe italiane disarmate erano
localizzate nelle loro sedi abituali mentre gli ufficiali venivano trasferiti in
Grecia con la massima velocità tramite un ponte aereo di 30 velivoli Ju 52
utilizzando l’aeroporto di Gadurrà (Maritza era inagibile41). Con gli stessi
velivoli giungevano specialisti tedeschi per la posa di mine ed artiglieri per
la sostituzione dei militari italiani ai pezzi costieri. In gran segreto i
tedeschi stavano minando vari tratti di costa in particolare da Afando verso
Rodi città. Il 22 agosto il piroscafo “Gaetano Donizetti” di 3428 tonnellate di
stazza, già della Compagnia di navigazione “Tirrenia” e sequestrato dalla
Kriegsmarine all’armistizio, fu stipato di quasi duemila prigionieri italiani e
salpò tenendosi sotto la costa orientale di Rodi. Diresse per sud - ovest, passò
davanti a Lindos e, venne a trovarsi alle ore 01,10 poco al largo di Capo Prasso,
estrema punta meridionale dell’isola. Lo scortava una silurante con equipaggio
tedesco al comando dell’Oberleutnant Jobst Hahndorff. La piccola unità - 610
tonnellate - armata con due cannoni da 100 - era al terzo cambio di mano. Dopo
essere nata francese col nome “La Pomone”, era diventata FR 42 per la Marina
italiana ed infine TA 10 per la Kriegsmarine.
Sulle stesse acque nel canale di Scarpanto, il cacciatorpediniere britannico
“Eclipse”42 colse sul proprio radar i profili delle due unità che procedevano di
conserva. La Royal Navy si era impegnata sin dai primi giorni dopo l’armistizio
- meglio sarebbe dire sin dalle prime notti - in una vera e propria guerra di
corsa tra le isole. Partendo dalle basi lontane d’Alessandria e di Cipro, unità
veloci battevano i canali di Caso e di Scarpanto e risalivano verso nord - ovest
non sino ai limiti dell’autonomia, ma sino alla calcolatissima copertura delle
tenebre. L’obiettivo era quello di far piazza pulita di qualsiasi natante senza
attardarsi mai e con l’ordine di disimpegnarsi a tutta velocità in modo
d’essere, all’alba, fuori dall’Egeo e il più lontano possibile dai ricognitori e
bombardieri della Luftwaffe.
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Carri armati Panzer IV nei pressi della Porta Marina, città vecchia di Rodi. |
Quella notte del 23 settembre, l’”Eclipse” stava operando una ricerca tra Rodi e
Scarpanto assieme all’unità consorella “Fury”. Più a nord, tra Stampalia ed
Amorgos, altri due caccia, il “Faulknor” e il “Vassilissa Olga” - (destinato
quest’ultimo, tre giorni più tardi, a colare a picco in coppia con Intrepid”
nella baia di Portolago) - stavano conducendo analoghe operazioni. Il tiro al
piccione sulle due navi fu rapidissimo. . Il “Donizetti” affondò in pochi
istanti trascinando nel mare 600 avieri, 1110 marinai, 114 sottufficiali e 11
ufficiali dei quali, in assenza di sopravvissuti e di liste nominative redatte
all’imbarco, non si sono mai conosciuti i nomi. Con altrettanta rapidità la TA
10 finì la sua carriera sotto le salve implacabili dell”Eclipse”. Si arenò sugli
scogli di Prassonisi lasciando emergere la plancia e il fumaiolo. Aerei della
RAF ne completarono poi la distruzione impedendone il recupero. I tedeschi
superstiti dell’equipaggio trovarono temporaneo rifugio nell’area abbandonata
della batteria “Mocenigo”. Il Col.Arcangioli43 venuto da Rodi col permesso del
Comando tedesco per conoscere i dettagli del disastro e raccogliere gli scampati
all’ecatombe, non trovò naufraghi né ebbe notizie di loro dai superstiti della
TA 10. Così avvenne la prima grande tragedia dell’Egeo dopo la resa di Rodi.
In merito alla situazione alimentare e di conseguenza sulla capacità tedesca di
sostenere l’assedio, il col. Coraucci, Responsabile dei rifornimenti e fuggito
il 27 settembre da Rodi, informò l’intelligence inglese che le scorte alimentari
erano sufficienti per 4 o 5 mesi ma che erano state confiscate dai tedeschi.
Dal punto di vista politico – amministrativo il Comando tedesco non esitò a far
pubblicare sul Messaggero di Rodi decreti che affermava il pieno controllo degli
affari civili sotto la direzione del cap.Schimdt, mentre cercavano
affannosamente volontari da arruolare nelle loro fila. I primi ad accogliere
tale invito furono i 250 militi della 201.a Legione M.V.S.N. comandata dal
console Casalinuovo e 50 uomini della milizia portuaria. I Reali Carabinieri
continuarono a svolgere il loro compito di polizia territoriale ma sembra
cercassero di favorire in tutti i modi le fughe dei militari sbandati.
Certamente questi uomini non avrebbero avuto alcuna possibilità di fuga senza
l’attiva collaborazione della popolazione greca che fece fronte unito contro i
tedeschi. Nell’isola esisteva già da tempo una rete di spionaggio e
fiancheggiamento alleata (nota come Erratic) composta da elementi locali e da
greci infiltrati da Cipro, i commandos di Forza 133 se ne servivano per le loro
missioni44. Nel paese di Villanova l’arciprete ortodosso Michele Lucas, dopo
aver favorito la fuga di numerosi italiani era riuscito a sminare un piccolo
tratto di costa con l’aiuto di due genieri italiani che si nascondevano nella
sua chiesa, il serg. Langella e Lanzotti. Quest’area sminata serviva sia come
via di fuga sia d’infiltrazione in previsione d’operazioni di guerriglia e
sabotaggio in supporto allo sbarco alleato. Un’altra spiaggia sminata era
disponibile nella costa est nei pressi Calithea. Prima di fuggire Coraucci aveva
contattato il t.col.Miraglia del S.I.M. ed il Col.Barra Caracciolo, dei
carabinieri, che segretamente si dichiararono disponibili a collaborare sebbene
formalmente al servizio dei tedeschi. Nonostante i buoni propositi d’infiltrare
agenti italiani ed inglesi nell’isola per sabotaggi ed aizzare una rivolta
quando ancora i tedeschi erano deboli, di questo piano non se ne fece niente.
La strategia di Wilson fu allora di puntare sulle isole vicine dove non
esistevano forze tedesche e gli sbarchi potevano avvenire con la collaborazione
italiana direttamente nei porti tramite unità navali militari e civili. Limitati
contingenti inglesi furono quindi sbarcati a Kos e Leros nella seconda metà di
settembre.
Tuttavia i tedeschi colsero in contropiede gli Alleati ottenendo un brillante
successo che si rivelerà poi determinante ai fini del possesso dell’Egeo, la
conquista di Kos e del suo aeroporto. La mattina del 3 ottobre un convoglio
tedesco scortato da 3 Ct probabilmente ex italiani sbarcava indisturbato 1.000
uomini comandati dal gen.Muller spazzando via nel giro di soli due giorni i
pochi reparti anglo-italiani. Tra il 4 ed il 6 ottobre i tedeschi trucidarono un
centinaio di ufficiali italiani prigionieri (tra cui il col.Leggio) nei pressi
di Linopoti. Questo barbaro eccidio di cui ben poco si è parlato (come quasi
tutte le vicende dell’ Egeo), è talmente dimenticato da non aver meritato
neppure il nome di una strada di periferia.
La perdita dell’isola di Kos e del relativo aeroporto marcò un’altra svolta
decisiva per cui il 9 ottobre si riunivano a Tunisi i maggiori comandanti
militari alleati dell’area inclusi Eisenhower, il Primo Lord del Mare Sir Andrew
Cunningham ed il Comandante in Capo Levante Sir John Cunningham, essi decisero
di rinunciare definitivamente ad Accolade e tenere il presidio di Lero e Samo
finchè fosse stato possibile rifornirli.
Il teatro d’operazioni si spostava quindi a Leros dove purtroppo le forze
inglesi ed italiane cobelligeranti avrebbero subito una sanguinosa disfatta nel
successivo novembre.
Alcune considerazioni
critiche sugli avvenimenti del settembre
La perdita di Rodi, che come abbiamo visto fu sempre nei pensieri di Churchill,
rappresentò un duro colpo proprio per il Premier inglese che scrisse in
proposito pagine appassionate ed amare nel suo libro “La Seconda Guerra
Mondiale” (vol V pagg. 217-240). Churchill intitolò quel capitolo come “La preda
sfumata” riconoscendo malinconicamente in apertura di capitolo, che lo sfumare
della preda derivò in massima parte dal mancato aiuto alle guarnigioni italiane
da parte degli anglo-americani, ecco le sue parole.
« Mentre avevano luogo i terribili eventi della resa italiana, la mia attenzione
si volse alle isole dell’Egeo, da tanto tempo oggetto di mire strategiche. Il 9
settembre telegrafavo da Washington al generale Wilson, comandante supremo dei
Medio Oriente: “Questo è il momento di giocare forte. Improvvisate e osate.”
Wilson era uomo d’azione pronta, ma il suo comando era stato impoverito
d’effettivi. Egli disponeva soltanto della 234’ brigata, che aveva fatto parte
della guarnigione duramente provata di Malta, e di nessun altro naviglio che non
fosse quelle racimolato tra le risorse locali. Il naviglio d’assalto toltogli di
recente non era irrecuperabile, ma la pressione americana — che tendeva a
disperdere i nostri mezzi da sbarco del Mediterraneo o ad occidente, per i
preparativi dell’ancor più lontano “Overlord”, o nel settore dell’Oceano Indiano
— era molto forte. Accordi convenuti prima della tragedia italiana, e adatti a
una situazione totalmente diversa, vennero rigidamente invocati, almeno dai
comandi subalterni. Cosicché i piani abilmente concepiti da Wilson per una
rapida azione nel Dodecaneso furono buttati all’aria, e noi fummo condannati a
fare del nostro meglio con forze insufficienti per occupare e tenere isole
d’importanza strategica e politica senza pari. »
« La resa italiana ci offri l’occasione di fare notevoli prede nell’Egeo con un
minimo di sforzi e di risorse. Le guarnigioni italiane obbedirono agli ordini
del re e di Badoglio e sarebbero passate dalla nostra parte, se noi avessimo
potuto raggiungerle prima che i tedeschi le sopraffacessero e disarmassero nelle
isole. Essi erano di numero inferiore, ma è probabile che già da tempo non
credessero alla fedeltà dell’alleato e avessero preparato un piano preciso.
Rodi, Lero e Coo erano isole fortificate, da molto tempo obiettivo strategico
per noi di grande importanza nella sfera dei teatri d’operazione secondari. Rodi
era la chiave dell’arcipelago, perché aveva buoni campi d’aviazione, da cui le
nostre forze aeree avrebbero potuto operare in difesa di qualsiasi altra isola
noi avessimo potuto occupare, completando il nostro controllo navale di queste
acque. Inoltre, le forze aeree britanniche in Egitto, in Cirenaica avrebbero
potuto difendere l’Egitto altrettanto bene, se non meglio, qualora parte di esse
fosse stata trasferita a Rodi. Mi sembrava un voler irridere alla fortuna
trascurare tesori siffatti. Il controllo dell’Egeo era, per aria e per mare,
compreso entro il nostro raggio d’azione. L’effetto di ciò avrebbe potuto essere
decisivo sulla Turchia, in quel periodo profondamente impressionata dal crollo
dell’Italia. Se avessimo potuto servirci dell’Egeo e dei Dardanelli, la
scorciatoia marittima per la Russia sarebbe stata trovata. Non ci sarebbe più
stato bisogno dei pericolosi e costosi convogli artici o della lunghissima e
tediosa linea di rifornimenti attraverso il Golfo Persico. »
Possiamo oggi addebitare questa pagina di storia cosi tragica per noi italiani e
così fallimentare per l’Impero Britannico alla sola incapacità britannica di
cogliere l’occasione favorevole? In che misura il comportamento dei Comandi
Italiani condizionò le scelte inglesi? Ed ancora, quale fu il concorso
dell’alleato americano in queste decisioni?
La verità non ha quasi mai una sola faccia così come gli eventi della storia che
appaiono spesso determinati dal caso o dal concorso di cause e condizioni uniche.Alla
luce degli elementi emersi in questa ricerca credo sia possibile formulare un
giudizio storico più articolato di quanto sinora ritenuto. Per arrivare a tale
conclusione bisogna partire da alcuni postulati:
a) A nome del Comando Medio Oriente Dolbey garantì l’intervento entro il 15
settembre e non come citato da alcune fonti italiane dopo 15 giorni. Questo non
sembra un fatto trascurabile.
b) Il gen.Wilson non disponeva di mezzi da sbarco e necessitava del porto di
Rodi per sbarcare sue truppe.
c) Egli aveva comunque la disponibilità immediata di almeno una brigata (la
234.a) ed uno Squadron45 di Spitfire.
d) Sia la base navale di Lero che l’aeroporto di Coo (Kos), basi indispensabili
d’appoggio aeronavale, erano saldamente in mano Italiana (i caccia Spitfire non
potevano operare da Cipro per problemi d’autonomia di volo).
e) Gli inglesi disponevano di forze navali necessarie a garantire il transito
notturno dei convogli. Il X Fliegkorp della Luftwaffe aveva in quei giorni una
limitata superiorità aerea in termini d’interdizione ma non di bombardamento.
Infatti, i pochi bombardamenti aerei sulle postazioni italiane in quei due
giorni furono effettuati da bimotori He 111 e Ju 88 basati a Creta che potevano
essere facilmente intercettati dagli Spitfire.
f) Sebbene il Comando tedesco dello scacchiere avesse circa 30.000 uomini a
Creta non aveva modo di trasportarli a Rodi per contrastare un eventuale sbarco
alleato né tantomeno disponeva di forze di pronto intervento in Grecia
g) La superiorità numerica italiana era valutabile nell’isola di Rodi (al 10
settembre) di 5 a 1 ma esse non avevano possibilità di movimento.
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La mappa dei I movimenti delle truppe tedesche tra l'8 e l'11 settembre 1943 (da Peter Schenk) |
Non c'è dubbio che l’obiettivo italiano, correttamente indicato a Campioni da
Dolbey, doveva essere quello di resistere almeno sino al 15 settembre mantenendo
libera la piazzaforte di Rodi ed il porto. Considerando poi che solo tre erano
le vie praticabili per i 30 Panzer (litoranea nord Trianda – intermedia da
Asguro – litoranea sud est Kosckino) il Comando Superiore avrebbe dovuto
concentrare tutti i reparti ed i pezzi d’artiglieria su alcuni punti chiave di
controllo di queste direttrici, far brillare i ponti, le strade stesse, minare
il terreno circostante e piazzare ostacoli fissi. L’ordine assoluto, resistere
ad oltranza. A differenza del Comando Superiore, molti ufficiali italiani ebbero
immediatamente le idee molto chiare sul da farsi. Comportamento esemplare in tal
senso fu quello del Comandante del Settore di Calato, Col. Luigi Bertelli che
nella notte del 9, aveva già sbarrato il passo ai tedeschi verso l’aeroporto di
Gadurrà, dovette smobilitare le difese poiché una telefonata alle ore 3,30 del
maggiore Di Stefano Sottocapo di Stato Maggiore dal Comando di Monte Profeta
ordinava di lasciar fare, dando libero transito al nucleo corazzato germanico
verso l’aeroporto di Gadurrà. Proprio quello che non fece il col.Enzo Manna,
comandante del 331.o Reggimento Brennero46 che bloccò il Passo Zampica,
strettoia obbligata della strada d’accesso litoranea sud est. Nella mattina del
9 di fronte ad una colonna blindata tedesca e contravvenendo agli ordini assurdi
e contradditori del Comando Superiore (lasciateli passare) il cap. Venturini
comandante della 1.a compagnia del citato Reggimento diede l’ordine di aprire il
fuoco costringendo i tedeschi ad un rapido dietrofront, sarebbero passati solo
il giorno 11 dopo la resa decretata dal Governatore. Troppo lungo sarebbe
descrivere i combattimenti che si accesero nei vari settori e che videro dei
brillanti successi tattici italiani con la cattura di centinaia di prigionieri
tedeschi (per ordine del Comando Superiore ai prigionieri tedeschi furono
restituite le armi e messi in libertà mentre si combatteva ancora!) ma un dato
di fatto emerge incontrovertibile nessun ordine sensato e coerente venne dal
Comando Superiore. Nessun coordinamento serio dei reparti e delle batterie fu
tentato, eppure gli uomini come quelli delle batterie Settore S.Giorgio
combatterono sino alla morte. Non sembra che ordini militarmente efficaci e
sensati furono impartiti prima che i tedeschi acquisissero posizioni
vantaggiose, in alcuni settori come quello di S.Giorgio (aeroporto di Maritsa,
batterie di Monte Fileremo e Paradiso) mentre le forze italiane contrastavano
efficacemente gli assalti tedeschi venne l’ordine di ritirarsi attestandosi su
posizioni arretrate verso Rodi città. Che senso poi aveva chiedere agli inglesi
un attacco diversivo nel Sud dell’isola, dove a causa del terreno pianeggiante
avrebbero avuto buon gioco i carri tedeschi? Certamente nessuno e probabilmente
questa richiesta consolidò negli inglesi la scarsa fiducia che essi nutrivano
sul Comando italiano.
Per giustificare questa rovinosa sconfitta si è adombrato da più parti che una
lobby d’orientamneto filogermanico e favorevole al deposto regime fascista, tra
i più diretti collaboratori militari del Governatore, lo abbia condizionato
negativamente. Non esistono prove certe di un complotto filogermanico
organizzato tuttavia l’atteggiamento passivo di numerosi ufficiali superiori ed
inferiori ( tra cui il predetto t.col.Fossetta della R.A. che aderì
successivamente alla R.S.I.) influenzò negativamente le scelte di Campioni oltre
agli avvenimenti sul campo. A questo bisogna aggiungere che, anche in quella
occasione, certe gerarchie superiori italiani abbiano manifestato un’evidente
incapacità militare unita a scarsa combattività47 . E’ lecito ritenere che le
truppe, se correttamente comandate avrebbero resistito ad oltranza così come
avvenne a Cefalonia ed a Lero. L’amm.glio Campioni, figura di notevole spessore
morale che sostenne il processo e la condanna a morte del regime di Salò con
dignità ed onore, apparve incerto e poco energico agli occhi della missione
inglese. Seppure con l’attenuante di essere abbandonato a se stesso e senza
ordini chiari dal Comando Supremo, l’analisi psicologica delle sue azioni rivela
che egli non fu sostenuto da una lucida e consapevole visione degli eventi, dei
rapporti di forza e della corretta valutazione dei rischi e delle opportunità.
Egli si mosse cercando disperatamente spazi di negoziazione o rispetto di regole
formali da parte di un avversario che aveva un’unica spietata regola, uccidere o
essere ucciso. Nei rapporti con l’ex alleato tedesco palesò quindi un
comportamento48 che potremmo definire romantico o cavalleresco a differenza
dell’avversario Kleemann che si dimostrò cinicamente bugiardo ma lucidamente
determinato a raggiungere i suoi scopi con tutti i mezzi.
Ma se Churchill predicava di osare, i tedeschi lo fecero veramente dimostrandosi
infatti, rapidi e lucidi nel perseguire l’obiettivo fissato. Nei due mesi
successivi allestirono con improvvisazione e celerità un corpo di spedizione che
inflisse una cocente sconfitta agli inglesi. I diari dell’ammiraglio Frincke,
Comandante tedesco del settore Egeo, caduti in mano britannica, rivelarono che
il contingente tedesco a Rodi avrebbe potuto essere facilmente sconfitto da un’
immediata offensiva inglese e che essi erano pronti a tutte le evenienze inclusa
quella della fuga da Rodi.
L’importanza e la priorità attribuita dalla Germania al possesso del Dodecaneso
è testimoniata dagli ordini relativi impartiti direttamente da Hitler, il 18
settembre ( sgombero delle truppe italiane da Rodi cosi’ come la riconquista di
tutto il Dodecaneso) e successivamente il 17 ottobre per l’assalto a Lero.
Furono quindi elaborate già dal 19 settembre le operazioni denominate “Eisbar”
per la riconquista di Kos e “Leopard” per Lero. dall’amm.Lange (Comandante
navale dell’Egeo) e dal gen. Guldenfeld (Capo di SM Comando Sud Est) che si
riunirono per l’occasione ad Atene. Nonostante la critica situazione sul fronte
russo ed i timori per l’apertura del terzo fronte nel cuore dell’Europa (si
ipotizzava uno sbarco in Francia), il Furher era talmente ossessionato dalla
possibile perdita del Dodecaneso e quindi dei Balcani da distogliere ben 300
aeroplani dal fronte russo ed altri contingenti di fanteria e meccanizzati dalla
Francia stessa.
Da un punto di vista strategico non si può tuttavia affermare che la tenuta
dell’Egeo prima della perdita della Grecia (nella primavera del 1944) abbia
costituito per la Germania un particolare vantaggio posto che in ogni modo le
sorti del conflitto erano ormai segnate. Né si può affermare che l’occupazione
tedesca dell’Egeo abbia drenato risorse degli Alleati da altri fronti. L’unico
effetto strategico conseguito dai tedeschi fu di deterrenza nei confronti della
Turchia ma cessò agli inizi del 1944. Non si può quindi sostenere che
l’incapsulamento tedesco in Egeo durato sino alla fine del conflitto, avesse
ritardato significativamente la sconfitta della Germania. Ha una rilevanza
altamente simbolica ricordare che l’ultimo bollettino emesso dal Comando Supremo
tedesco fu proprio quello per la vittoria sulle forze inglesi a Leros (novembre
del 1943), dopo di che fu il nulla. Churchill ebbe successivamente ad affermare
che in Egeo esistevano 40.000 tedeschi prigionieri che si mantenevano da sé
sollevando quindi gli Alleati dal relativo onere. Purtroppo se è vero che la
guarnigione tedesca nell’Egeo era autosufficiente questo avvenne a spese della
popolazione civile e dei militari italiani prigionieri. Nel corso del 1944 si
calcola che nella sola città di Rodi vi fossero una decina di morti al giorno
per fame.
Da parte inglese anche se spiazzati dalla resa italiana dell’11, mancò il
coraggio di rischiare e portare sino in fondo l’ “improvvisate ed osate” di
Churchill. Wilson non accolse l’invito di Dolbey ad inviare subito 200
paracadutisti ed anche se la situazione a Rodi si deteriorò molto rapidamente,
non comprese subito che il destino dell’Egeo si decideva a Rodi e non in altre
isole. Gli Alleati sottovalutarono la capacità d’improvvisazione dei tedeschi e
si cullarono nell’erronea convinzione di poter occupare Rodi tramite
accerchiamento da altre isole ignorando quindi la storica lezione del Gran
Suleyman nel 1522 e quella più recente del nostro gen.Ameglio nel 1912. Wilson
fu certamente influenzato in ciò dall’allettante prospettiva di perdite zero
sbarcando a Lero e Coo anziché a Rodi. Tuttavia anche dopo la resa di Rodi ci
sono prove che Wilson non rinunciò all’idea del colpo di mano, valutando
l’opportunità di provocare contemporaneamente una rivolta, ma ciò avrebbe dovuto
essere fatto nel giro di qualche giorno prima che sbarcassero i rinforzi
tedeschi49. Il contingente tedesco ricordiamolo, era di soli 3.000 uomini ed una
rivolta generalizzata dei militari italiani insieme ad operazioni convenzionali
di reparti inglesi avrebbero messo in crisi il dispositivo tedesco.
All’errore strategico iniziale a Rodi, i Comandi inglesi ne aggiunsero purtroppo
altri che non possiamo qui analizzare (citiamo quello principale di arroccarsi a
Coo ed a Lero, dando il tempo ai tedeschi di far giungere truppe dalla Francia e
racimolare una composita flottiglia di mezzi da sbarco) e che sommati insieme ad
altre circostanze portarono alla perdita del Dodecaneso.
Le successive sconfitte di Kos e Leros, oltre a costituire motivo d’orgoglio per
l’agonizzante regime nazista50, destarono notevole sensazione presso l’opinione
pubblica britannica ed in parlamento. Il sottosegretario Attlee dovette rendere
un imbarazzata quanto frustrante ammissione a seguito di un interrogazione dei
laburisti. a.
La stampa inglese e le dichiarazioni di Wilson, molto franche ed oneste anche
nei nostri riguardi (Al tempo dell’armistizio abbiamo chiesto agli Italiani di
combattere per noi e non potevamo lasciarli nelle peste solo perché non eravamo
capaci di tirarli fuori), sostennero la tesi che non si poteva abbandonare
l’Egeo per motivi di prestigio e che tutto sommato, l’avere distolto ingenti
forze tedesche da altri fronti ed aver causato loro perdite elevate, era un buon
risultato nell’ambito di un disegno strategico militare più ampio.
La stampa in Italia, pilotata dalla direttive della R.S.I., diede notevole
risalto alla vittoria nazista cogliendone i vantaggi strategici soprattutto nei
riguardi della Turchia ancora intimorita dalla potenza militare germanici
Tuttavia nell’economia complessiva del conflitto, il peso di una vittoria
inglese, conseguita forse con perdite elevate, sarebbe stato molto più grande di
quello che fu nei fatti per l’Asse, infatti, l’entrata in guerra della Turchia
contro la Germania avrebbe accelerato la fine del conflitto e seconda, ma non
troppo fantasiosa conseguenza, avrebbe nuovamente fatto sventolare la mezzaluna
sul pennone del Palazzo del Gran Maestro dei Cavalieri di Rodi, azzerando d’un
colpo 4 secoli di storia.
RIFERIMENTI E FONTI USATE NELL'ARTICOLO
1 “il mandolino del capitano Corelli” interpretato da N.Cage .
2 Le fonti del PRO utilizzate appartengono alla categorie generali War Office,
Cabinet of War, Air Ministry, HS Special Operations, Foreign Office. Vengono
specificate nella narrazione quando opportuno.
3 PRO Fondo WO 106/6106
4 Di tutti i comandanti alleati era quello che aveva acquisito la maggiore
esperienza nell'area del Mediterraneo. Era nato nel 1881 a Stowlangtoft, nel
Suffolk (Inghilterra). Nel 1939 allo scoppio delle ostilità fu inviato in Egitto
come comandante dell'Armata del Nilo con il compito di approntare i piani
d’operazione contro la Libia, possedimento italiano nell'Africa settentrionale.
Nel marzo-maggio 1941 ebbe il comando del corpo di spedizione britannico in
Grecia. Il 6 giugno 1941 condusse le truppe inglesi nella campagna contro le
forze francesi di Vichy in Siria, che capitolarono il 3 luglio. Dal 15 settembre
1942 assunse il comando della Persia e dell'Iraq, e dal 16 febbraio 1943
sostituì il generale Alexander quale comandante in capo delle forze britanniche
dislocate nel Medio Oriente. Dal 24 dicembre 1943 succedette ad Eisenhower nella
carica di comandante in capo interalleato nel Mediterraneo.
5 L’ 8.a Divisione indiana dopo l’annullamento di Accolade fu immediatamente
inviata in Italia mentre i mezzi da sbarco furono inviati in India per
un’operazione nel Bengala che non fu poi attuata.
6 Gianni Oliva, I vinti ed i liberati, Mondatori 1994.
7 Churchill visse durante il conflitto nel bunker sotterraneo del Cabinet of
War, centro supremo di comando e controllo delle operazioni alleate.
8 Nei piani inglesi fu chiamato “quick Accolade”.
9 Questa Brigata, proveniente da Malta, insieme ad altre unità combatterono
valorosamente la battaglia di Lero contro i tedeschi nel novembre 1943,
riportando oltre 5.000 prigionieri e centinaia di feriti e caduti.
10 Gli avvenimenti in Egeo, Vol. V ,Ufficio Storico delle Marina , Roma 1957
11 Egeomil, sigla telegrafica del comando Superiore delle Forze Armate in Egeo.
12 Con sede a Tirana
13 Oltre le nubi il sereno, A.Briganti , Roma 1994
14 E.Muti ex segretario del P.N.F. prestò servizio come comandante di una
squadriglia da bombardamento a Rodi tra il 1940 ed il 1941.
15 Egli era stato negli anni 30 aiutante militare presso Casa Savoia.
16 A capo del Comando Superiore delle Forze Armate dell’Egeo era il governatore
dell’isola amm.glio Inigo Campioni.
17 Dolbey parlava abbastanza bene l’italiano ed aveva una certa familiarità con
la lingua greca.
18 PRO , HSS/715 89660
19 Inigo Campioni, già sottocapo di Stato Maggiore della Marina prima che
durante la guerra, fra l’intervallo tra i due incarichi comandò le Forze Navali
e diresse la flotta durante le battaglie di Punta Stilo e Capo Teulada. Si
ritiene che proprio il suo deludente comando durante questo scontro sia stato la
causa del suo allontanamento da tale incarico
20 Si trattava del figlio dell’amm.glio J.R.Jellicoe comandante in capo della
flotta britannica nella I GM e vincitore della battaglia dello Jutland.
21 Comandante dell’Aeronautica dell’Egeo
22 Il gen. Arnaldo Forgero aveva assunto la carica di Comandante Militare
dell’isola il 1.o agosto.
23 Questo è uno dei punti chiave della testimonianza di Dolbey, infatti altre
fonti e lo stesso gen. Briganti sostengono che “gli inglesi non sarebbero potuti
intervenire prima di 15 giorni”. Questa incomprensione potrebbe anche essere
causata da un errata traduzione durante i colloqui ma più probabilmente è frutto
di un travisamento a posteriori.
24 Turnbull era il comandante delle forze speciali inglesi Middle East Commando.
25 AUSMM
26 Comandante del settore «Piazza» di Rodi
27 In realtà l’aeroporto di Cattavia era stato reso inservibile ma non in modo
permanente già dal marzo 1943 su ordine del Comando Aeronautica, poteva quindi
essere ripristinato dopo la rimozione di alcuni ostacoli fissi
28 Ulrich Kleeman comandante della Divisione Corazzata tedesca Sturm Rodos
sbarcata a Rodi tra il mese di aprile e maggio con il pretesto ufficiale di
rinforzare la guarnigione italiana contro attacchi nemici.
29 In questa località fu combattuta e vinta dal corpo di spedizione italiano
l’unica battaglia contro i turchi nel 1912 . Psinto fu scelta dai turchi come
ridotta difensiva poiché ottimale a questo fine.
30 La loro stazione radio paracadutabile non era stata ancora trovata.
31 Testimonianza del gen.Briganti nel libro citato. Ulrich Kleemann fu
trasferito nel 1944 al fronte Normandia come comandante di Divisione Panzer
Grenadier.
32 Erano disponibili in quel momento nel porto di rodi , tre idrovolanti Cant Z
506.
33 Il timore di rappresaglie rivela che già nella mente di Campioni la resa era
avvertita come ineluttabile.
34 Il cap.Giannotti portava con se documenti e mappe riservate da consegnare
agli Alleati, fu prescelto perché la sua famiglia viveva ad Alessandria ed
avrebbe collaborato senza riserve con gli inglesi.
35 2 batterie da 149/12, 3 batterie di mortai da 81mm, 2 batterie da 75, 1
antiaerea da 88 mm., 1 sezione da 105, 312.o battaglione carri a Psinto, due
compagnie di fanteria, una compagnia mitraglieri della difesa costiera.
36 Diario storico della Divisone Sturm Rodos
37 Già Capo di Stato Maggiore della Divisione Regina
38 Comandante dei reparti d’artiglieria
39 Assaltate dai tedeschi nella notte tra il 10 e l’11 e valorosamente difese
dai militari italiani che furono per questo trucidati dopo la resa.
40 Informazioni desunte dal documento HSS/715, rapporti dell’intelligence
conservato presso il PRO.
41 Quest’aeroporto era inagibile sia a causa dei bombardamenti aerei inglesi sia
per i tiri delle batterie italiane durante i combattimenti del 10 settembre.
42 Questa unità affondò il 16 ottobre urtando una mina nei pressi di Lero.
43 Incaricato dai tedeschi delle operazioni di trasporto.
44 Un clamoroso attacco di commandos avvenne nel settembre 1942, si veda
articolo “Rodi attacco agli aeroporti” di L.Alberghini Maltoni su Storia
Militare del novembre 2001.
45 Lo Squadron della R.A.F. non è assimilabile numericamente alla Squadriglia
della Regia Aeronautica ma piuttosto al conglomerato gruppo-squadriglia ossia
all’unità elementare aerea, tipicamente non inferiore a 32 velivoli.
46 Dettagliata testimonianza inedita dei combattimenti a Rodi fu presentata dal
gen. Gaetano Messina allora tenente di quel reggimento ad un convegno
dell’associazione reduci dell’Egeo A.R.D.E. Notizia riportata da Gino Manicone
ex aviere reduce dell’Egeo.
47 Salvo le dovute eccezioni, come il gen. Maletti morto il 21 settembre 1940 a
Nibeiwa in A.S. alla testa dei suoi uomini oppure il generale della
RegiaAeronautica Stefano Cagna abbattuto mentre guidava il suo stormo
aerosiluranti all’attacco di due portaerei inglesi il 31 luglio 1940.
48 Peter Schenk nel suo libro “Kampf und die Aegaeis” ritiene che gli italiani
si trovassero in una condizione di sudditanza psicologica nei confronti dei
camerati tedeschi.
49 Il comm.Zarli , direttore delle poste di Rodi, il 19 settembre telegrafava a
Mariegeo Lero “I tedeschi non hanno ricevuto rinforzi da fuori “.
50 Per la storia l’ultimo bollettino di guerra emesso dal Comando Supremo
tedesco OKW il 18 novembre 1943, fu appunto quello sulla vittoria di Lero.
3[S1]
Le fonti del PRO utilizzate appartengono alla categorie generali War Office,
Cabinet of War, Air Ministry, HS Special Operations, Foreign Office. Vengono
specificate nella narrazione quando opportuno.
6[S2]
PRO Fondo WO 106/6106
Page: 6
[LA3] Di tutti i comandanti alleati era quello che aveva acquisito la maggiore
esperienza nell'area del Mediterraneo. Era nato nel 1881 a Stowlangtoft, nel
Suffolk (Inghilterra). Nel 1939 allo scoppio delle ostilità fu inviato in Egitto
come comandante dell'Armata del Nilo con il compito di approntare i piani
d’operazione contro la Libia, possedimento italiano nell'Africa settentrionale.
Nel marzo-maggio 1941 ebbe il comando del corpo di spedizione britannico in
Grecia. Il 6 giugno 1941 condusse le truppe inglesi nella campagna contro le
forze francesi di Vichy in Siria, che capitolarono il 3 luglio. Dal 15 settembre
1942 assunse il comando della Persia e dell'Iraq, e dal 16 febbraio 1943
sostituì il generale Alexander quale comandante in capo delle forze britanniche
dislocate nel Medio Oriente. Dal 24 dicembre 1943 succedette ad Eisenhower nella
carica di comandante in capo interalleato nel Mediterraneo.
8[S4] Gianni Oliva, I vinti ed i liberati, Mondatori 1994.
Page: 8
[LA5] Churchill visse durante il conflitto nel bunker sotterraneo del Cabinet of
War, centro supremo di comando e controllo delle operazioni alleate.
Page: 9
[LA6] Gli avvenimenti in Egeo, Vol. V ,Ufficio Storico delle Marina , Roma 1957.
Page: 9
[LA7] Egeomil, sigla telegrafica del comando Superiore delle Forze Armate in
Egeo.
9[S8] Con sede a Tirana.
9[S9] Oltre le nubi il sereno, A.Briganti , Roma 1994
9[S10] E.Muti ex segretario del P.N.F. prestò servizio come comandante di una
squadriglia da bombardamento a Rodi tra il 1940 ed il 1941.
Page: 9
[LA11] Egli era stato negli anni 30 aiutante militare presso Casa Savoia.
9[S12] A capo del Comando Superiore delle Forze Armate dell’Egeo era il
governatore dell’isola amm.glio Inigo Campioni.
9[S13] Dolbey parlava abbastanza bene l’italiano ed aveva una certa familiarità
con la lingua greca.
Page: 10
[LA14]PRO , HSS/715 89660
10[S15] Inigo Campioni, già sottocapo di Stato Maggiore della Marina prima che
durante la guerra, fra l’intervallo tra i due incarichi comandò le Forze Navali
e diresse la flotta durante le battaglie di Punta Stilo e Capo Teulada. Si
ritiene che proprio il suo deludente comando durante questo scontro sia stato la
causa del suo allontanamento da tale incarico.
Page: 10
[LA16] Si trattava del figlio dell’amm.glio J.R.Jellicoe comandante in capo
della flotta britannica nella I GM e vincitore della battaglia dello Jutland.
Page: 11
[LA17] Il gen. Arnaldo Forgero aveva assunto la carica di Comandante Militare
dell’isola il 1.o agosto.
11[S18] Questo è uno dei punti chiave della testimonianza di Dolbey, infatti
altre fonti e lo stesso gen. Briganti sostengono che “gli inglesi non sarebbero
potuti intervenire prima di 15 giorni”. Questa incomprensione potrebbe anche
essere causata da un errata traduzione durante i colloqui ma più probabilmente è
frutto di un travisamento a posteriori.
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[LA19]
Turnbull era il comandante delle forze speciali inglesi Middle East Commando.
Page: 11
[LA20] AUSMM
Page: 11
[LA21] Comandante del settore «Piazza» di Rodi
Page: 11
[LA22] In realtà l’aeroporto di Cattavia era stato reso inservibile ma non in
modo permanente già dal marzo 1943 su ordine del Comando Aeronautica, poteva
quindi essere ripristinato dopo la rimozione di alcuni ostacoli fissi.
Page: 11
[LA23] Kleeman comandante della Divisione Corazzata tedesca Sturm Rodos sbarcata
a Rodi tra il mese di aprile e maggio con il pretesto ufficiale di rinforzare la
guarnigione italiana contro attacchi nemici.
12[S24] In questa località fu combattuta e vinta dal corpo di spedizione
italiano l’unica battaglia contro i turchi nel 1912 . Psinto fu scelta dai
turchi come ridotta difensiva poiché ottimale a questo fine.
12[S25] Testimonianza del gen.Briganti nel libro citato. Ulrich Kleemann fu
trasferito nel 1944 al fronte Normandia come comandante di Divisione Panzer
Grenadier.
13[S26] Erano disponibili in quel momento nel porto di rodi , tre idrovolanti
Cant Z 506.
Page: 13
[LA27] Il cap.Giannotti portava con se documenti e mappe riservate da consegnare
agli Alleati, fu prescelto perché la sua famiglia viveva ad Alessandria ed
avrebbe collaborato senza riserve con gli inglesi.
Page: 14
[LA28] Diario storico della Divisone Sturm Rodos
Page: 15
[LA29] Tratto dai libri “Nei cieli del Levante “ “Italiani in Egeo” di
G.Manicone
16[S30] Informazioni desunte dal documento HSS/715, rapporti dell’intelligence
conservato presso il PRO.
16[S31] Quest’aeroporto era inagibile sia a causa dei bombardamenti aerei
inglesi sia per i tiri delle batterie italiane durante i combattimenti del 10
settembre.
17[S32]Incaricato dai tedeschi delle operazioni di trasporto.
17[S33] Un clamoroso attacco di commandos avvenne nel settembre 1942, si veda
articolo “Rodi attacco agli aeroporti” di L.Alberghini Maltoni su Storia
Militare del novembre 2001.
[S34] Salvo le dovute eccezioni, come il gen. Maletti morto il 21 settembre 1940
a Nibeiwa in A.S. alla testa dei suoi uomini oppure il generale della
RegiaAeronautica Stefano Cagna abbattuto mentre guidava il suo stormo
aerosiluranti all’attacco di due portaerei inglesi il 31 luglio 1940.
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