Dodecaneso  
Il sito italiano sulla storia antica e moderna delle isole dell'Egeo   

   

 1306-1522  1522-1912

 1912-1943

      1943-1945   

 1945-1947  1947

La storia del periodo cavalleresco, i Grandi Maestri, lo sviluppo dei commerci e l'espansione del dominio dei Cavalieri sull'Egeo, il contrasto della potenza Ottomana, gli assedi alla città di Rodi.     

Gli stemmi dei Cavalieri di Rodi 

 

PERIODO CAVALLERESCO tratto dal libro di Gino Manicone “Rodi sposa del sole” edizioni La Monastica  

FRA GIOVANNI Di LASTIC

Al Fluvian successe il Cavaliere fra Giovanni di Lastic il quale, trovandosi al momento deila nomina in Europa, potè raggiungere Rodi solo l’anno successivo (1438). Il Lastic essendo un accorto di­plomatico tentò subito di realizzare una tregua con il Sultano Amurat ma non riuscì nel suo intento in quanto il Sultano turco aveva fatto un accordo segreto con il Sultano d’Egitto, per farla finalmente finita con i cavalieri Giovanniti. Vista la mala parata  il  Gran Maestro fece armare subito una piccola squadra navale composta da & galere, 4 navi e alcuni grippi per il pattugliamento continuo delle acque dell’isola. Il Sultano d’Egitto dopo aver fat­to assaltare Castelrosso, fece dirigere una flotta di 18 galere verso Rodi dove giunse il 25 settembre 1440, dando fondo nei pressi del­la punta delle arenelle (Punta della Sabbia). Non appena le galere tentarono di deviare verso il porto iniziò una schermaglia di artiglierie che fu molto dissuasiva per gli attaccanti. Durante la notte le navi ‘del Sultano ripresero il largo verso la costa anatolica ma, raggiunte dalle 8 galere dell’Ordine, vennero impegnate in un duro combattimento. La notte successiva le navi dell’Ordine si defilarono in direzione di Rodi mentre la flotta egiziana proseguì verso Cipro mettendo a soqquadro i beni di quella grande Commenda. A tal punto il Gran Maestro paventando a breve anche una incursione della flotta del Sultano Ottomano, emanò un bando per il rientro di tutte’ le persone espuise dall’isola a causa dei reati commessi con la sola ‘esclusione dei rei per alto tradimento, lesa maestà e incendio. Il Sultano d’Egitto che aveva minacciato una rivincita non si smentì ed a1 principio •di agosto del 1444 la sua flotta si stagliò ancora all’orizzonte di Rodi. Il Gran Maestro fece rifugiare tutti i rustici (contadini) all’interno dei castelli ed in par­ticolare nei castelli di Feraclo e di Lindo. Dalle navi del Sultano sbarcarono circa 18000 saraceni i quali, prima di dirigersi verso la città, misero a ferro e fuoco le campagne dell’isola. L’assedio durò 40 giorni e per fortuna con la sconfitta degli attaccanti, i qua­li, a causa delle gravi perdite subite si reimbarcarono ‘e fecero nuo­vamente vela verso Alessandria. Malgrado la spinosa e ‘difficile situazione che vedeva i Giovanniti costantemente sugli spalti, i membri dell’Ordine trovavano anche il tempo per diatribe interne e ris’sose dispute nei riguardi delle attribuzioni delle alte dignità del governo che fino a que4 momento erano state sempre ricoperte da Cavalieri di origine francese. La spinosa questione di ordine so­prattutto morale venne finalmente risolta e da quel momento le varie cariche dell’Ordine e del governo vennero ripartite fra i cavalieri delle varie lingue. Il  Sultano Amurat morì l’anno 1450 ed al trono ottomano salì il figlio Maometto II. Anche al nuovo Sultano il Gran Maestro Lastic rinnovò profferte di pace, e Maometto IL che forse aveva già in mente l’impresa di Costantinopoli accettò di buon grato l’offerta del Gran Maestro Giovannita. Il 29 maggio dei 1453 Maometto 11 attaccò con estrema violenza il cuore dell’Impero Bi­zantino, mettendo a ferro e fuoco l’antica capitale imperiale. Lo stesso Imperatore Costantino venne trucidato durante il furioso attacco ed il suo corpo potè essere riconosciuto fra le montagne di cadaveri solo dai calzari di porpora ricamati con le aquile d’oro che indossava. Il disastroso avvenimento della caduta di ~ostantino~poii nelle mani degli Ottomani gettò nel profondo sconforto l’intero convento di Rodi che si riteneva, ormai, la seconda vittima sacrificale del battagliero Sultano. Con la conquista del centro politico dell’Impero Bizantino Maometto LI si riteneva, ormai, titolare di tutte le province dell’im­pero per cui si affrettò ad inviare messaggi ai vari governanti lo­cali pretendendo il pagamento dei consueti tributi. All’isola di Rodi venne imposto il pagamento di 2000 Ducati annui. Il Gran Maestro si oppose alla proterva richiesta del Sultano assu­mendo che l’isola era sotto la sovranità del Papa ed il Papa vietava di pagare tributi o sottomettersi a qualsiasi altra autorità che non fosse la sua. « Insula mea non est Pa’pae ego, ut tu domino tuo sub­ditus sum. Vetat Papa, non soium tuo principi agenere et fida no­stra alieno et dissentienti, verum etiam ulli regum gentis ac reli­gionis suae solvere tributum ». Maometto II masticò sicuramente amaro leggendo la decisa e dignitosa risposta del Gran Maestro Giovannita e come si può in­tuire, in quel momento alla gente di Rodi venne sicuramente la pelle d’oca pensando al pericolo di fare, nell’immediato futuro, la stessa fine dei bizantini di Costantinopoli. Il Gran Maestro si diede subito da fare per rinforzare le difese e provvedere ad approv­vigionan~enti straordinari di armi, munizioni e vettovaglie. Il Lastic morì nel maggio del 1454 lasciando generale rimpianto. 

FRA GIACOMO DI MILLY

Deceduto il Lastic il governo dell’Ordine passò nelle mani dei cavaliere Giacomo di Milly. Egli giunse a Rodi quando Maometto 11 ‘stava già organizzando la vendetta per il diniego del tributo. Nello stesso periodo anche l’altro braccio della grande tenaglia musulmana protesa a stritolare l’isola di Rodi e cioè il Sultano d’Egitto, fece iniziare una serie di disastrose incursioni nell’isola, per cui il Gran Maestro fu costretto ad ordinare a tutti gli abitanti della costa orientale, la più frequentata dalle bande saracene, per­ché protetta dai venti di maestrale permetteva più facili gli approdi, di rifugiarsi all’interno della città e dei castelli. L’anno 1456 alle incursioni si aggiunse anche una terribile peste, unita a carestia poiché che le terre erano rimaste incolte a causa delle in­cursioni e le navi dedite ai commerci si defilavano dal porto di Rodi per evitare il contagio. Alle necessità materiali che angustia­vano seriamente il Gran Maestro, si aggiunsero, poi, anche quelle di ordine morale che per uno Stato etico-religioso assumevano rile­y~nte importanza. La città di Rodi in quel tempo era piena di me­retrici che con il loro sconrveniente e plateale atteggiamento davano alla città una triste immagine di corruzione e di lassismo. Non po­tendo impedire con i mezzi legali l’esercizio del più antico mestie­re del mondo il Gran Maestro decise di far riunire tutte le « put­tane » in un solo quartiere della città. La grande retata venne ese­guita con estrema energia dalle guardie dell’Ordine il giorno 3 marzo 1457 e possiamo dire che da qual giorno la Rodi cavalle­resca fu la prima città del mondo ad avere un intero quartiere de­dicato all’eros, eguagliata solo nei tempi moderni da Amburgo e da Amsterdam. Il Gran Maestro di Milly sempre cagionevole di salute morì a Rodi l’anno 1461.

FRA RAIMONDO ZACOSTA

A fra Giacomo di Millv successe lo spagnolo fra Raimondo Zacosta. Durante il suo governo uno spiacevole incidente andò a turbare i rapporti dei Cavalieri con Venezia. Due galere veneziane che veleggiavano nell’Egeo, provenienti dalla Siria, con a bordo mercanti e mercanzie saracene vennero intercettate e attaccate dalle navi dell’Ordine che sequestrarono i due legni e resero schia­vi tutti i mori trovati a bordo. Venezia deprecò l’accaduto ed in­viò contro Rodi una flotta di 42 navi per riavere le due galere, i passeggeri e le mercanzie confiscate. Come si sa dalla storia il commercio per la Serenissima rappresentava la principale fonte della sua economia e della sua influenza politica verso l’esterno, per cui lo riteneva una cosa assolutamente intoccabile, un vero tabù al di sopra di ogni altra ragione anche religiosa. Non appena giunta nelle acque dell’isola la flotta veneziana mise a ferro e fuoco le coste e gran parte dell’entroterra di Rodi. Il Gran Maestro Za­costa per scongiurare ulteriori danni aderì a tutte le condizioni imposte dai Ven~ziani. Anche Rodi, però, in fatto di commer­cio non era seconda a nessuno e già nel periodo arcaico, esso rappresenlò la principale fonte di guadagno dei rodioti. Proprio al tempo dello Zacosta venne decisa una nuova gabella denominata diritto della catena’ imposta a tutte le navi che attraccavano nel porto. Ciò suscitò un esteso malcontento fra la gente del mare ed il Gran Maestro dovette intervenire al riguardo, non attenuando o eliminando il nuovo balzello ma imponendolo anche a carico del­la <(macina del grano ». La politica, insomma del male comune mezzo gaudio. Come vedremo nei capitoli seguenti anche il Gran Maestro Zacosta attese a migliorare le difese delfisola ed egli va storica­mente ricordato soprattutto per aver diviso la cerchia delle mura in otto settori definiti poste attribuendone il presidio e la difesa ai Cavalieri delle varie lingue. Un modo sicuramente intelligente ed efficace per far affluire il più rapidamente possibile i difensori su­gli spalti ed anche per combattere i pavid.i e gli ignavi che non mancavano e che durante gli attacchi si dissimulavano fra i an­l’ratti della muraglia senza possibilità di controllarli. Alcuni potentati europei, constatanto la riluttanza di Maomet­to IL ad intervenire contro Rodi, pensavano che il Gran Maestro avesse fatto sottobanco atto di sottomissione al Sultano, cosa as­surda e non veritiera che addolorò notevolmente lo Zacosta. Per scrollarsì di dosso tale diceria il Gran Maestro fece rappresentare sulle strade di Rodi una curiosa dichiarazione di guerra, simile ad una scen~ggiata napoletana. Inviò sulle strade della città un araldo e un trombettiere con i suoi suoni richiamava l’attenzione della gen­te. Non appena i predetti incontrarono l’ambasciatore del Sultano gli si pararono davanti e l’araldo ad alta voce declamò la dichiara­zione dì guerra in stile da operrtta. Il rimedio, però, si rivelò peg­giore del male perché se lo strombettamento riuscì a far cambiare opinione ai prnicipi europei calunniatori, diede modo al Sultano Ot­tomano di organizzare i primi attacchi all’isola per creare scon­certo e per fiaccare il morale dei difensori. Il Gran Maestro Zacosta morì a Roma il 21 febbraio 1467 dove si era recato per partecipare ad un Capitolo dell’Ordine e nel quale doveva rispondere ad as­surde accuse rivelatesi, poi, assolutamente infondate, lanciate con­tro la sua persona dal Re Giovanni d’Aragona, che aveva chiare mire sull’Ordine Giovannita.

FRA GIOVANNI BATTISTA ORSINI

L’Orsini che in quel momento ricopriva la carica di Priore di Roma venne eletto Gran Maestro anche con la calda raccoman­dazione del Pontefice. A causa della difficile situazione raggiunse subito la sede di Rodi. Non potendo contare sull’aiuto di Venezia e degli altri potentati europei, nel ricordo dell’amara esperienza del Re di Na­poli, si mise subito all’opera per modificare l’organizzazione in­terna dello Stato, rendendola più flessibile e più pronta in caso di attacco dall’esterno. Nella primavera del 1469 una flotta Ottoma­na di 30 galere sbarcò truppe lungo la cimosa dell’isola devastando gran parte ‘dei territorio. L’Orsini non si fece sorprenidere e man­dò contro gli attaocanti cospicui reparti [di cavalleria che fecero strage •dei soldati ottomani, mentre i pochi superstiti in tutta fret­ta ripresero la via del mare. Si trattò, comunque, di un piccolo as­saggio turco per mettere alla prova le difese di Rodi. Il Gran Maestro data la fluidità della situazione, fece nuovi approcci per rientrare nelle grazie di Venezia ma senza esito per via ‘del grande volume di affari che la Serenissima intratteneva con il mondo musul­mano e non poteva certo guastare tali rapporti per compiacere ai Cavalieri Giovanniti, votati a combattere per motivi confessionali e cioè per una jhad crociata identica ed alternativa a quella mu­sulmana. Anche il Pontefice Sisto IV interpose i suoi buoni uffici per aiutare i Giovanniti e riuscì ad ottenere da Venezia e dal Re di Napoli solo un contributo in navi che unito alle 30 galere messe a disposizione anche dal Pontefice costituì una potente squadra che partì per l’Egeo sotto il comando del Capitano Generale Mocenigo. Dopo aver condotto un azione contro Smirne, nell’inverno del 1472 la potente squadra si sciolse come neve al scie e gli aiuti per Rodi divennero solo « promesse di marinaio ». Il Gran Maestro Orsini, stanco e sfiduciato morì l’8 giugno del 1476.

 FRA PIETRO D’AUBUSSON

 Dati i tempi difficili che correvano l’Orsini venne subito so­stituito dal Priore di Alvernia fra Pietro d’Aubusson, il quale è storicamente ricordato come il più importante Gran Maestro Giovannita. Per i suoi indiscutibili meriti, prima della fine del suo magistero, venne elevato alla porpora cardinalizia (Cardinale Dia­cono) con il titolo di 5. Adriano e Legato Pontificio d’Asia. In data 28 marzo 1489 con la bolla concistoriale vennero con­cessi al d’Aubusson anche altri benefici e cioè i beni appartenenti agli Ordini Cavallereschi del « Santo Sepolcro » e « San Maurizio e Lazzaro » che erano stati sciolti (Bosio). Fra i tanti meriti attribuiti al d’Aubusson c’è però anche qualche ombra e cioè la cacciata degli ebrei dall’isola di Rodi e da tutti i domini dell’Ordine voluta dal Gran Maestro con la risibile motivazione che la gran parte dei vizi e dei malefici che regnavano nei convento di Rodi erano causati soprattutto dalla comunità israelita. Con il decreto del gennaio 1503 il Gran Maestro diede agli ebrei 40 giorni di tempo per disfarsi di ogni avere non traspor­tabile e partire alla volta di Nizza. Si trattò, come è evidente, di una seconda caccia alle streghe, che t’ante pene arrecò alla gente ebraica. La comunità israelita di Rodi ritornò nell’isola solo dopo l’avvento del governo Ottomano.Nel luglio 1477 Maometto II fece uscire da Gallipoli una poderosa squadra navale composta da 200 vele che mise a ferro e fuoco le isole di Leros, Cos e Patmos. Tale azione, portata avanti con brutale energia, fece capire al Gran Maestro che si avvici­nava, ormai, il definitivo attacco contro Rodi. Il d’Aubusson con­tinuò il rafforzamento delle mura e invocò aiuti in denaro dal Pontefice Sisto IV, il quale bandi un Giubileo per raccogliere de­naro da inviare a Rodi. Per attenuare l’altra minaccia musulmana il   Gran Maestro svolse una politica di buone relazioni con il Sul­tano d’Egitto, accettando perfino un rappresentante di detto Sul­tano nella città di Rodi, con la carica di Console. L’anno successivo e cioè il 1478 Maometto II, prima di sferrare l’attacco contro l’isola, inviò ambascerie offrendo al Gran Maestro la pace alla condizione ‘di rendersi tributario ‘del Sultano. Nel contempo; in attesa della risposta, ordinava sanguinose scor­rerie ‘che ebbero come obiettivo il castello di Fanes ed il territorio circostante che furono devastati. Anche questa volta la caval­leria dell’Ordine si mosse contro gli attaccanti, ma era assoluta­mente impossibile far fronte alle incursioni che avvenivano con­temporaneamente in più pùnti della costa. Sollecitato dall’infausta esperienza di Fanes, il Gran Maestro fece rinforzare con estrema urgenza le difese del castello di Villanova e quelle del castello del monte Fiieremos, facendo presidiare quest’ultimo da soli armati franchi che gli davano più fiducia essendo il sito molto vicino alla città. Paventando l’imminenza dell’attacco in forze del Sultano Ot­tomano, il d’Aubusson fece trasportare all’interno delle mura il quadro della Vergine del Fileremos e quando giunse la notizia che le forze Ottomane si stavano ormai raccogliendo a Fisco, per fare l’ultimo balzo verso Rodi, il Gran Maestro diede ordine ai rustici di tagliare tutte le granaglie comprese quelle non mature per fare terra bruciata intorno al nemico e raccogliere tutto il bestiame ‘dell’isola nei pressi delle mura della città e dei castelli per poterlo rapidamente tirare dentro in caso di attacco.

ASSEDIO DEL 1480

 

 

 Il  23 maggio 1480 una flotta Ottomana di circa 160 vele mosse dalle acque di Fisco verso Rodi con a bordo le avanguardie dell’esercito turco, sotto il comando di Misah Paleologo, un rin­negato crede della storica famiglia imperiale bizantina, ormai pas­sato al servizio del Sultano. Lo sbarco avvenne nella riviera set­tentrionale dell’isola tra il monte 5. Stefano e Trianda. Dopo lo sbarco le forze turche si inoitrarono rapidamente verso l’interno occupando subito il castello del Fileremos e le alture circostanti. Per quasi una settimana le galere del Sultano continuarono a sbar­care armati fino a raggiungere una forza di circa 100.000 uomini, mentre tutti gli uomini di Rodi dall’alto delle mura guardavano sgomenti la frenetica spola delle navi turche. Il Poleologo fece su­bito circondare la città dalle sue truppe e come iniziale strategia di attacco rivolse la sua attenzione contro il forte di San Nicola, che dalla sua particolare posizione dominava e controllava l’intera cinta muraria di nord-est. La conquista di tale posizione era rite­nuta importante e .prioritaria rispetto ad ogni altro obiettivo ed a tale riguardo fece piazzare una batteria di grosse bombarde negli orti di Sant’Antonio, dove venivano sepolti i Cavalieri, precisamen­te nella zona individuabile tra il palazzo del governo ed il tekke di Murad Reis. Il bombardamento contro il forte aprì enormi brecce in varie parti della torre e del basamento causando crolli e rovine. Cessato il bombardamento fece attaccare il forte anche dalla parte dei mare e numerosi vascelli carichi di truppe si acco­starono alla muraglia per assaltarla. I difensori, appoggiati anche dalle batterie che sparavano dalle mura, respinsero gli assalti, facendo degli attaccanti una vera strage. L’azione contro il forte di San Nicola continuò anche nei giorni successivi ma con una di­versa strategia di attacco. Gruppi di assaltatori s’incunearono tra gli spuntoni di roccia allora emergenti nel tratto dalla torre del trabu•cco al fbrte, ma senza alcun esito. La lotta, con tiri e contro tiri, attacchi e contrattacchi continuò anche nei giorni successivi lungo tutto il perimetro delle mura fino a quando le grosse bom­barde già piazzate negli orti di Sant’Antonio non vennero traspor­tate e assestate in ordine di fuoco davanti alla posta d’Italia, le cui mura sembravano meno idonee a resistere alle artiglierie del Sul­tano. In quei giorni in città venne arrestato un certo Giorgio Frapan (detto Mastrogiorgio) un tedesco esperto di fortificazioni che nei mesi precedenti era stato accolto dai cavalieri come amico ma in realtà giunto a Rodi per fare il doppio gioco con il nemico. Il   Frapan processato come spia venne immediatamente giustiziato. Dopo un’accurata preparazione il 27 luglio i turchi scatenarono un attacco generale, ma il vero finimondo avvenne soprattutto contro la posta d’Italia e cioè quell’a parte della muraglia conside­rata più sguarnita. Contro tale posta lunga appena 224 metri, dopo un infernale bombardamento si avventarono con furore 2500 Jannizzeri, seguiti per molte ore da ondate successive di fanti che non davano il minimo respiro ai difensori. Gli attaccanti turchi arrivarono fino alla sommità della muraglia piantando numerose insegne ma la tenace resistenza dei cavalieri italiani, condotta sotto l’inci­tamento personale dello stesso Gran Maestro riuscì a sbarrare la strada agli assalitori. I Turchi, ormai stremati, ripiegarono senza speranza nei loro attendarnenti lasciando sugli spalti, sui terra­pieni e nei fossati un inge’nte numero di morti e di freriti. Maometto II era stato sconfitto ed il Paleologo con i resti di un’armata umi­liata il 18 agosto 1480, stanco e sfiduciato, riprese il mare pe’r Fisco. La cronaca ci dice che durante la cruenta battaglia ci fu­rono delle prodigiose apparizioni. Per certo si sa ‘che nel momento più critico il Gran Maestro fece issare sulle mura lo stendardo dell’Ordine. Un drappo rettangolare con l’effigie dei Crocifisso, della Santa Vergine e di San Giovanni Battista ai lati in posizione orante. Quel 27 luglio, che la Chiesa dedica a S. Pantaleone martire, la gioia dei Giovanniti e soprattutto dei Cavalieri italiani che si erano coperti di gloria fu davvero grande. Il Sultano espresse il suo rammarico per la grave sconfitta subita con la seguente significativa frase che venne poi scritta anche sulla sua tomba: « volevo conquistare Rodi e sottomettere la superba Italia ». La sconfitta di Maometto 11 fu salutata con gioia da tutti gli Stati europei e lo stesso Pontefice Innocenzo VIII su suggerimento del d’Aubusson con la bolla Redemptoris Noster del 31 maggio 1485 autorizzò l’erezione della Chiesa dedicata a Santa Maria della Vittoria ed un oratorio dedicato a 5. Pantaleone a ricordo della grande vittoria di Rodi. Anche una bolla di Giulio Il del 25 giugno 1507 ricorda l’assedio di Rodi.

Il   Gran Maestro d’Aubusson dando atto ai cavalieri italiani del valore dimostrato in quei fatidico 27 luglio, fece affigge’re sul­la muraglia della posta d’Italia una targa in marmo riportante il versetto del IX salmo: « in convertendo inimicum meum retrursum infirmabundur et peribunt a facie sua ». Dopo la morte di Maometto 11 gravi discordie nacquero fra i suoi eredi per i diritti di successione ed in particolare fra i prin­cipi Baiazet e Gem, quest’ultimo conosciuto •in occidente con il soprannome di Zizim. Dopo alterne vicende il Principe Gem non fu più in grado di opporsi al suo prepotente fratello e decise di la­sciare la Turchia. Chiese, in primo tempo, asilo al Sultano d’Egitto il quale per non contrariare il Baiazet non lo concesse. In seguito chiese asilo ai Gran Maestro Giovannita, cioè al suo giurato nemi­co. Riunito il Consiglio dell’Ordine venne deciso di accogliere l’ospite ed a tale scopo vennero inviate due galere, la grande Ca­racca dell’Ordine ed altro naviglio minore per rilevare l’importan­te ospite sulla Costa anatolica. Gem giunse a Rodi dove venne ac­colto con tutti gli onori dovuti al suo rango. Venne alloggiato nel­l’albergo di Francia riccamente addobbato per l’occasione. Si trattenne a Rodi solo 38 giorni ed il 12 settembre partì alla volta della Francia a bordo di una nave ‘dell’Ordine scortata da diverse galere, lasciando al Gran Maestro un’ampia procura per trattare la pace con il Baiazet anche a suo nome. Tali trattative furono condotte e .portate a termine con soddisfazione fra ambo le parti. Il  Baiazet s’impegnò a versare il 1~ agosto di ogni anno all’Ordine la somma di 35.000 Ducati per le spese di guardia e di mantenimento del fratello Gem. Sicuramente felice che il fratello risiedesse, ormai, lontano dalle terre dell’Impero Ottomano, il Baiazet inviò messi in Francia per augurargli una vita tranquilla nella « onorevoie guardia dei cavalieri dell’Ospedale ». Con l’avvento di tali favorevoli rapporti si stabilì nell’area egea una effettiva tregua e Rodi potè vivere, finalmente, un periodo di relativa calma. Molti commercianti tur­chi incominciarono subito a frequentare l’isola e la vita in città in breve rifiorì ricca ed opulenta come sempre. Il quartiere più affollato tu naturalmente quello dell’eros ed il Gran Maestro di fronte alla plateale commistione delle donnine cristiane con i turchi ed al generale rilassamento dei costumi che ne derivava, emanò un bando di estrema severità che prevedeva perfino la pena del rogo per tutti i cristiani, maschi e femmine, ‘che carnalmente si congiungessero con turchi. mori e giudei. Alla stessa pena sarebbero in­corsi anche i « ruffiani » di tanta scelleratezza e abominio ». Le relazioni con il Baizet continuarono ad essere buone e l’anno 1487 il Sultano con gesto davvero singolare, inviò al Gran Maestro in omaggio una Santa Reliquia cristiana caduta nelle mani di Maometto 11 dopo la resa di Costantinopoli: il braccio de­stro di San Giovanni Battista cioè la mano che aveva battezzato Cristo. Ma come tutte le cose belle hanno sempre una fine anche il rapporto tra il Sultano Baiazet ed i Giovanniti incominciò ad. incrinarsi perché il Sultano iniziò a richiedere con insistenza la restituzione del fratello Gem. Anche il Papa per opposte ragioni fece, però, la stessa cosa ed il d’Aubusson per la famosa «Santa Obbedienza » che come quella dei militari doveva essere « pronta, rispettosa ed assoiuta », fu costretto a consegnare il Principe Ottomano al Papa. L’importante ospite venne subito trasportato a Roma. La cosa irritò molto il Baiazet ed il Gran Maestro riuscì con gran fatica a calmano inviando a Costantinopoli continue ambascene e doni. L’anno 1493 un violento terremoto scosse l’isola di Coo con grandi distruzioni in Arangea, Pilli e Cefalo. L’anno successivo 1494 al Pontefice Innocenzo VIII successe Alessandro Borgia, un Pontefice molto censurato dalla storia. Il nuovo Papa fece condurre Gern in Castel Sant’Angelo, congedando i cavalieri Giovanniti di scorta che ritornarono subito al convento di Rodi. Grande fu il dolore del Gran Maestro d’Aubusson per le gravi conseguenze che potevano derivare all’isola di Rodi per il tracotante atto papale. Con successivo, insensato provvedimento il Borgia fece consegnare Gem a Carlo VIII Re di Francia, sceso in Italia per l’impresa di Napoli. Consegnato il Principe Turco nelle mani degli armati del Re francese, Gem morì durante il viaggio alla volta di Napoli. Una morte sospetta di veleno. Il tristissimo avvenimento gettò nello sconforto l’intero convento di Rodi, già angustiato per il fatto che il Borgia aveva anche infierito sugl’ interessi europei dell’Ordine. Aveva tolto, infatti, il Priorato di Catalogna al titolare Francesco de Bossolx per dario al nipote Ludovico Borgia. Il d’Aubusson espresse la sua amarezza al Re Ferdinando il Cattolico, il quale comprese le lagnanze del Capo dei Giovanniti e non permise mai nell’ambito dei suo regno gl’intrighi ed i soprusi del Borgia. Il 21 dicembre 1499 furono scoperti a Rodi alcuni casi di peste ed il Gran Maestro per evitare l’estendersi del contagio fece costruire d’urgenza un lazzaretto «extra moenia » (fuori le mura) per il ricovero delle persone infette. Anche se il Borgia si era reso colpevole di tante sconcezze nei riguardi dei cavalieri Giovanniti, il Papa era sempre il Papa ed il d’Aubusson dovette prenderne atto, quando il Pontefice lo nominò Capitano Generale della Lega navale pontificia e fu costretto a partire con le sue navi da Rodi per unirsi nelle acque dell’Egeo alla flotta cristiana. Ma all’infuori dell’assedio di Mitilene, poi tolto dai veneziani, attese invano le navi papali che non raggiunsero mai il mare Egeo. Deluso e sfiduciato fu costretto a ritornare a Rodi. L’anno 1502 i turchi a bordo di un cospicuo numero di fuste ottomane sbarcò nell’isola di Leros per impadronirsi del castello. Sopraggiunte le navi dell’Ordine la fuste ottomane tentarono la fuga ma vennero impegnate in battaglia ed in gran parte rimasero distrutte o danneggiate. Solo poche unità riuscirono a defilarsi verso la costa turca. I rei di saccheggio vennero impiccati e gli altri fatti prigionieri e messi ai lavori forzati per scavare i fossati della città. Il d’Aubusson si spense il 3 luglio 1503 lasciando gene­rale rimpianto. Fu un uomo grande sia in pace che in guerra.  

 

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