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Alle
basse Sporadi, costituenti nel loro insieme il vecchio possedimento
italiano nell' Egeo chiamato Dodecaneso, appartiene l'isola di Lero.
Di forma assai articolata fa da sistema con l'adiacente isola di Calino
dalla quale la separa uno stretto, ingombro di isolotti.
Ricca di alture scoscese, lunga 15 km e larga in alcuni punti appena mille
metri, ha la caratteristica di possedere coste frastagliatissime ed almeno
due profonde insenature adatte all'ormeggio in sicurezza di idrovolanti e
mezzi navali. Quando gli avvenimenti in Etiopia e in Spagna lasciavano
ormai presagire quello che sarebbe presto accaduto, la Regia
Marina, vista la
inadeguatezza del porto di Rodi e l'assenza di rade chiuse in tutte le
altre isole dell'Egeo Italiano, concentrò la sua attenzione su Lero e le
sue insenature naturali, in particolare di Portolago e
Parteni, che,
uniche, avrebbero offerto alle navi un punto di appoggio di carattere
permanente. In pochi anni l'isola era diventata un'importante base della
Marina dove all'inizio della guerra erano dislocati, oltre a naviglio di
superficie, per lo più MAS e siluranti, numerosi sommergibili tra i quali
il "Gemma" il "Neghelli" lo "Jantina"
l'"Ondina" lo "Zeffiro" il "Perla" lo "Sciré"
l'"Anfitrite" il "Foca" il "Naiade",
purtroppo tutti poi perduti nelle operazioni belliche.
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Un velivolo Do !7 bombarda Leros |
il Ct. Olga colpito ed
affondato nella baia di Portolago 26 settembre 1943. |
Naturalmente una cosi` nutrita presenza di naviglio presupponeva
l'esistenza di caserme, stazioni di carica degli accumulatori, officine,
bacini di carenaggio, centrali per il rifornimento di acqua, ossigeno,
combustibile, depositi di carburante per decine di migliaia di tonnellate
di nafta, in poche parole un vero e proprio arsenale, piccolo ma
efficiente. Un aeroporto, ampi depositi di siluri e munizioni in caverna,
insieme ad una piccola centrale elettrica anch'essa in caverna,
completavano il quadro d'insieme. é chiaro che il naviglio ospitato e
l'organizzazione industriale sorta rappresentava un discreto obiettivo per
un eventuale assalitore e pertanto andava difeso. A ciò provvedeva un
certo numero di sbarramenti di mine ed ostruzioni portuali, 500 soldati
del 10^ Fanteria, Divisione Regina e 24 batterie di cannoni, per lo più
miste, navali e contraeree per un totale di circa 100 pezzi. Le batterie
costituivano un insieme numericamente elevato, ma in quanto a qualità
erano un campionario della produzione dei cinquanta anni precedenti; si
andava dai vecchi 152/40 navali della batteria "Ciano" per
arrivare, attraverso un discreto assortimento, ai moderni 90/53 antiaerei.
Alcune postazioni di moderne mitragliere binate antiaree da 37/54
completavano lo schieramento difensivo. Il pregio di moltissime batterie
era l'eccellente posizione in cresta con il difetto però che in tutte,
anche le maggiori, non vi era alcuna protezione, escluse quelle naturali,
e pertanto i cannonieri "nonostante fossero Italiani", al
momento opportuno, si batterono con generosità e coraggio.
Lero nella guerra contro gli Inglesi
La notte del 9 giugno 1940 i sommergibili uscirono in mare e il 10 giugno
fu la guerra. Pareva che dovesse succedere il finimondo e invece li` per
li` non accadde nulla. Ma gli Inglesi dov'erano? Non li`, per il momento.
La guerra c'era, ma infuriava aspra in alto mare e si sapeva. Si era
combattuto a Punta Stilo. All'alba del 20 luglio furono attesi invano in
arrivo dall' Italia il "Colleoni" e il "Bande Nere"
affondato nel passo di Cerigo dopo strenuo combattimento. La guerra c'era,
ma la vedevano gli aviatori e i sommergibilisti che andavano a cercarla
fuori del possedimento, non gli uomini addetti agli impianti di difesa
dell'isola. Il possedimento fu attaccato, ma solo a scopo diversivo il 4
settembre 1940; azione aerea su Rodi e navale su Scarpanto per distrarre
l'attenzione dei nostri dal passaggio di un convoglio. Il gioco non valse
la candela, noi perdemmo quattro aerei, gli Inglesi una diecina e il
convoglio fu ugualmente bombardato.
A Lero non accadde nulla; i cannonieri restarono appisolati e lo erano
anche quando il 20 settembre i bombardieri britannici si decisero ad un
primo attacco. L'azione fu inconcludente sia per l'imprecisione del
bombardamento sia per la fortuna che ci aveva assistito, come poi dimostrò
il grafico dei crateri, diligentemente compilato. Ai primi di ottobre si
ebbe il primo posto vuoto alle nostre banchine; il sommergibile
"Gemma" saltò in aria, di notte, ad appena cinquanta miglia
dall'Isola. Da allora aumentarono le attese, purtroppo vane, di veder
comparire all'imboccatura le sagome note delle nostre unità; mese dopo
mese, anno dopo anno i posti vuoti alle banchine crebbero. La sera del 20
ottobre una discreta formazione area attaccò decisamente da bassa quota.
Molte bombe mancarono il bersaglio, ma molte purtroppo furono
piazzatissime. Ci furono danni materiali ingenti, quaranta morti e molti
feriti. Il naviglio non fu toccato, ma il morale del presidio fu scosso. I
nostri cannonieri furono ingannati da una intelligente manovra di
avvicinamento e da un attacco condotto a quota radente.
Come poi si seppe, il comandante della squadriglia un certo Hamilton., di
indubbio valore, aveva in tempo di pace lungamente soggiornato a Lero e
conosceva bene i luoghi, risultando perciò pericolosissimo. La cosa fu
spiegata agli uomini delle batterie e agli addetti alle mitragliere delle
unità navali. Bisognava che la rete di avvistamento funzionasse alla
perfezione e che tutte le armi disponibili sparassero al momento giusto
con la massima precisione. Dal rendimento del fuoco in quei pochi istanti
sarebbe dipeso il destino della base navale. La notte fatale in cui i
Britannici ritentarono l'impresa diversi fattori erano a nostro favore; la
visibilità era perfetta e la totale assenza di vento consenti` alle reti
foniche di segnalamento di funzionare egregiamente tanto che i cannonieri
ebbero tutto il tempo per raggiungere i pezzi e prepararsi al tiro.
".....il silenzio altissimo fu rotto dal rombo crescente degli aerei
che si avvicinavano. Le vette scoscese imprigionavano il suono dei motori
e lo incanalavano a valle, centuplicato da un curioso effetto aerofonico.
Il frastuono era ormai assordante e le batterie tacevano ancora.
D'un tratto le sommità delle colline si coronarono di fiamme gialle e il
rullare fragoroso di cento cannoni che sparavano insieme parve voler
schiantare i monti per aver modo di espandersi. Dal basso, dalla schiera
densa delle navi all' ormeggio si alzò una spettacolosa cortina di
traccianti. In quell'inferno di fuoco irruppe H. alla testa degli
attaccanti. Era troppo anche per un grande guerriero. Il suo aereo cadde
presso la batteria 306. Altri si piantarono in mare dopo aver attraversato
il cielo come vistose meteoriti. Bengala, aerei e bombe si spaccarono a
casaccio sulle rupi. L'impresa temeraria degli assalitori era fallita e
per un gioco del caso nessuno degli Italiani fu ferito. Hamilton e i suoi
aviatori furono sepolti il giorno dopo nel cimitero di Temenia con solenni
onoranze....." . Da quel giorno, per lungo tempo, Lero non fu più
toccata dagli aerei britannici.
Dalla caduta di Mussolini all'Armistizio
La caduta di Mussolini non ebbe nell'isola risonanza alcuna. I fatti
militari l'avevano così evidentemente determinata che nessuno se ne stupì.
Pur nell'incertezza del momento ognuno continuò a fare il proprio lavoro
e il turno delle sentinelle non fu spostato di un secondo. In quel periodo
però i Tedeschi provvidero a mettersi in guardia dalla ormai evidente
defezione italiana, predisponendo il piano per l'imbottigliamento degli ex
alleati. Alle 18,30 dell' 8 settembre 1943 il radiotelegrafista addetto
alle intercettazioni comunicò che Radio Algeri aveva trasmesso la notizia
dell' armistizio richiesto dall' Italia. Alle 20, un'ora e mezzo più
tardi, il nostro giornale radio comunicò la stessa notizia. Qualcuno,
libero dal servizio, si abbandonò ingenuamente a qualche gesto di
allegria e le campane degli isolani suonarono a festa. Il comandante della
base, ammiraglio MASCHERPA (M.O.V.M.), intimò che tutto rientrasse nella
più assoluta normalità, ordinando di assumere l'assetto di emergenza con
la precisazione di reagire immediatamente a qualsiasi intimazione e
offesa, "anche se tedesca". Sull' Isola non vi erano Tedeschi
che potessero puntare le baionette alle costole, ma ciò al Comandante non
parve sufficiente garanzia. Non vi fu ne` sbandamento disciplinare né
crisi di autorità. Fu ordinato di entrare a Lero a tutte le unità che si
trovavano in mare, ordine che solo il cacciatorpediniere "Euro"
fu in grado di eseguire.
Intanto era nato il giorno 9 e mentre alcune unità della Marina
rimanevano imbottigliate al Pireo e a Creta, a Rodi scoppiavano, come
prevedibile, seri conflitti tra Italiani e Tedeschi. Nell' isola di Icaria
avvenivano invece rivolte contro il presidio italiano, che dipendeva però
dal comando di Samo. Da Rodi, la sera del 9 giunse la richiesta di
rinforzi che furono mandati con il cacciatorpediniere "Euro"
che, per non rimanere imbottigliato, fu poi rispedito precipitosamente
indietro. La situazione era molto confusa. Rodi cadde il mattino del
giorno 11 trascinandosi dietro il Comando Superiore delle Forze Armate, il
Comando della Marina in Egeo e, quel che é peggio, mettendo in mano
tedesca i suoi campi di aviazione; gli unici dai quali gli Inglesi,
all'occorrenza, avrebbero potuto aiutarci. Era chiaro che in Italia
regnava una situazione caotica. Era chiaro che nei Balcani ed in Grecia i
nostri avrebbero avuto la peggio.
Caduto il comando dell'Egeo con dieci generali e due ammiragli, tutta la
responsabilità dello scacchiere sparso e disarticolato si riversava
automaticamente su Lero e sul suo Comandante. Le siluranti i MAS e il
cacciatorpediniere "Euro" sfuggito ai Tedeschi, con i pochi
mezzi portuali, era quanto restava a disposizione della nostra difesa. Gli
Inglesi avevano già fatto un cauto tentativo di mettersi in contatto con
noi mentre dei Tedeschi ancora nessuna traccia, se si esclude il volo di
un loro ricognitore tenutosi a distanza di sicurezza. Il giorno 12,
domenica, giunse una prima missione inglese con intenti informativi. Il
tempo stringeva e bisognava prendere una decisione. Gli ufficiali, per lo
più riservisti, furono tutti consultati e a tutti fu lasciata la facoltà
di scegliere liberamente. Unanime fu la risposta, di fedeltà all' Italia
e al Re, a condizione che la bandiera dell' isola restasse italiana: e
tale restò fino all' ultimo. Di tutto il mondo insulare erano rimaste
ancora in mano nostra Coo, Calino, Stampalia, Lero, Patmo e altre isolette
minori del possedimento, nonché Samo e Icaria tra le isole occupate.
Solo Lero però costituiva un punto di appoggio vero e proprio ed era
ormai chiaro che su di essa si sarebbero polarizzate le attenzioni dei due
belligeranti. Il giorno 13 gli Inglesi inviarono a Lero una seconda
missione recante un messaggio personale del Comandante in capo del Medio
Oriente con la promessa di aiuti, affidando alle forze italiane la difesa
e lasciando chiaramente intendere che la sovranità italiana sull' isola
non era in discussione. Lo stesso giorno, ad un preannunziato arrivo di
parlamentari tedeschi, fu risposto che si rivolgessero altrove, perché
non desiderati. I giorni 16, 17 e 20 settembre 1943 gli Inglesi sbarcarono
a Lero in tutto un migliaio di fucilieri, che rappresentavano pur sempre
il doppio delle forze di fanteria di cui potevamo disporre, ma molto meno
del complesso di tutta la nostra guarnigione, che si aggirava sui 6.000
uomini. In momenti successivi il contingente inglese raggiunse i 4.000
uomini. Ci fu grande movimento nel porto; cacciatorpediniere britannici e
piroscafi vi entravano spesso, piccole unità e mezzi locali gremivano le
banchine. L' Ammiraglio aveva intanto dato l' ordine di aprire il fuoco su
qualunque aereo tedesco avesse sorvolato la rada. Il primo colpo di
cannone fu sparato dalla batteria 989 contro un ricognitore tedesco, più
per intimidazione che altro; l'aereo capì subito l'invito e schizzò via
velocissimo.
La notte del 17 settembre, nei pressi di Stampalia, si ebbe uno
scontro in mare tra un cacciatorpediniere inglese e un convoglio tedesco
diretto a Rodi. I Tedeschi ebbero la peggio, ma due nostre siluranti,
partite da Lero per dare man forte, furono poi attaccate in navigazione da
dodici Stukas e ridotte a mal partito. Fu quello il primo vero scontro tra
Tedeschi e Italiani nella zona di Lero. Il 22 settembre arrivarono in
porto tre cacciatorpediniere britannici ed uno greco il "Principessa
Olga" con un altro migliaio di uomini che furono poi smistati con
nostre unità a Coo e Stampalia. I soldati inglesi sbarcati sull'Isola,
per essere dei vincitori come in sostanza erano, si comportarono
correttamente, cercando di occupare meno spazio che potevano. I nostri li
accolsero con riserbo e freddezza ma in pochi giorni il ghiaccio si
sciolse.
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Kustenjager (truppe da sbarco) all'attacco della batteria Ciano dopo lo sbarco alla baia del
Grifo. Questa foto fu pubblicata sulla rivista Signal, da notare la
divisa tropicale, in primo piano il fucile Mauser K98 e dietro la
mitragliatrice MG 42 |

Parà tedeschi s'imbarcano su uno Ju 52
dall'aeroporto di Atene. A differenza dei parà alleati, quelli
tedeschi si lanciavano senza armi che erano invece paracadutate in
appositi contenitori. |
Quello che era accaduto a Cefalonia e altrove, perfettamente
note, avevano spianato la via agli Inglesi e gli iniziali rapporti di
formale correttezza si trasformarono poi durante la battaglia in un vero e
proprio affratellamento. Essi, al comando prima del Generale Brittorous
e poi
del Generale Tilney, si sistemarono alla meglio nella zona centrale dell'
Isola e la "Union Jack", correttamente, era stata alzata solo
sulla palazzina sede del comando britannico di Alinda.
Dall'inizio dell'assedio alla capitolazione
Il 26 settembre 1943, alle 9.05 del mattino, vi fu il primo attacco
tedesco. Un numero imprecisato di Stukas, con il loro urlo caratteristico,
piombò sull'isola in picchiata, arrecando in pochi minuti danni
ingentissimi. Intanto le batterie, colte di sorpresa, avevano aperto un
fuoco vivissimo, ma la parte sostanziale dell'attacco era finita,
purtroppo per noi con disastrosi risultati. Distrutte caserme con morti e
feriti; colpito in pieno e affondato il CT greco "Principessa
Olga" dove, per tragica fatalità, si erano recati quella mattina in
visita i ragazzini delle scuole locali; affondato il nostro MAS 534;
colpito con pericolo di affondamento un altro cacciatorpediniere inglese.
Senza le maglie fondamentali della rete di avvistamento verso Ovest
(perdute con la resa di Sira) e malgrado i CT britannici avessero il
radar, il primo colpo tedesco su Lero era pienamente riuscito, non tanto
per i danni inflitti alle nostre caserme quanto per l'ecatombe di
innocenti compiuta sul CT greco e i gravissimi danni inflitti all'altro CT
britannico. Mentre tutti si prodigavano con ogni mezzo al soccorso dei
feriti, al recupero dei caduti ed alla riparazione dei danni, alle 15.30
si scatenò una seconda violentissima azione aerea tedesca. Il superstite
CT inglese, intorno al quale Inglesi e Italiani erano tutti indaffarati a
salvare il salvabile, colpito di nuovo, aumentò lo sbandamento e quindi
si capovolse. I piroscafi "Taranrog" (catturato ai Tedeschi dai
nostri a Rodi) e "Prode" furono seriamente danneggiati ed in
seguito affondarono. Il nostro CT "Euro", all'apparire degli
aerei, si era salvato schizzando via dalla banchina dove era ormeggiato;
fu poi affondato anch'esso nella rada di Parteni il 3 ottobre.
La seconda ondata di Stukas non giunse questa volta però inattesa e sei
aerei vennero abbattuti. Il ripetersi degli attacchi anche il giorno 27
convinse subito tutti che l'azione sarebbe stata ormai condotta ad
oltranza. Si presentava ora, drammatico, il problema dei feriti e dei
rifornimenti. Delle due infermerie esistenti fu ceduta agli Inglesi quella
di Alinda, lasciando agli Italiani quella più grande di Portolago.
Occorreva quindi provvedere allo sgombero rapido dei feriti e ciò fu poi
sempre fatto con sollecitudine dai Britannici a mezzo di
cacciatorpediniere che arrivavano la notte per rifornirci. Dal mattino del
26 settembre alla sera del 31 ottobre 1943, l' Isola subì una
schiacciante offensiva aerea, non tanto per l'imponenza degli attacchi,
quanto per l'assiduità, la decisione e l'accanimento con cui venivano
portati.

Leros 17 novembre 1943,
gruppo di
paracadutisti tedeschi della Luftwaffe in sosta nei pressi del Monte
Meraviglia al termine dei combattimenti. Sui visi si legge la
stanchezza e la durezza del combattimento. |

Leros 17 novembre 1943, un ufficiale
impartisce ordini ad alcuni paracadutisti.
(Fonte Bundesarchiv) |
Su Lero si ebbero in 35 giorni oltre 180 incursioni, con aerei
nemici perennemente in vista. Durante l'assdio furono da noi sparati
circa 150.000 (centocinquantamila) colpi di cannone, con un tormento quasi
insostenibile per i pezzi (alcuni scoppiarono) che alla fine non poterono
svolgere che tiro navale, perché a forza di sparare le molle di ritorno
in batteria si erano snervate e il cannone, a forti elevazioni, non si
toglieva più dalla posizione di rinculo. Il tiro delle batterie cominciò
con qualche imperfezione, ma si sviluppò con grande maestria al
rinnovarsi degli attacchi, per cui la batteria sulla quale gli aerei
picchiavano faceva sparire il personale, mentre le batterie vicine la
soccorrevano sparando furiosamente in ragionevole sicurezza. L'attacco in
picchiata presentava appunto questo inconveniente tecnico che i nostri
cannonieri impararono a sfruttare egregiamente. Esso dava infatti
sufficiente indicazione del punto in cui erano indirizzate le bombe,
permettendo alla reazione di comportarsi di conseguenza.
L'attacco in picchiata contro obiettivi incassati in valle presentava
l'altro grave inconveniente che dopo lo sgancio, l'aereo, mentre
riprendeva quota e perdeva velocità, passava con il ventre alla minima
distanza dalle armi situate sulle creste dei monti. Tiratori accorti,
disponendo di grande freddezza, potevano alla fine dell'attacco, con pochi
colpi ben assestati, aprire il ventre dello Stuka che si stava
disimpegnando. La Breda 37/54 binata di Monte Patella abbatté da sola con
questo sistema, grazie all' abilità dei serventi, otto aeroplani
"...nel mulinare delle schegge quei sette o otto uomini, contratti,
fermi come se dovessero essere fotografati, spiavano la buona occasione.
Aspettavano che l'aereo scarognato che aveva sganciato sul bacino
galleggiante o sul polverificio di Mericcià disimpegnasse, sorvolando in
crisi di manovra i nostri 300 metri di altura. Solo allora, con un
rafficone spasmodico che scuoteva il terreno, essi scaraventavano in tre
secondi dodici proiettili di quattro centimetri di diametro sul muso o
nella pancia dell'avversario. I bestioni, presi come piccioni al volo, si
trascinavano via sfumacchiando e andavano quasi sempre a morire in
mare....".
I Tedeschi con tanti attacchi ripetuti e tanto spreco di aerei (dopo un
mese di azioni, come ammesso in una loro radiotrasmissione, avevano già
perduto oltre cento aerei), per stringere l'assedio e prepararsi allo
sbarco, volevano raggiungere i seguenti obiettivi:
a) Distruzione del naviglio britannico dislocato in zona di
operazioni: vi riuscirono parzialmente (in un loro bollettino sostennero
di aver affondato nove CT: a noi risultavano cinque, compreso l' "Euro"
e il CT greco); é un fatto che, con l'assoluto dominio dell'aria,
riuscirono a paralizzare i movimenti di naviglio inglese al Nord di Creta,
durante il giorno, ma non di notte, tanto é vero che i CT britannici
entrarono a Portolago e ad Alinda, per rifornirci, quasi tutte le notti
fino all'ultimo. Tutti si accorsero subito che i Tedeschi, pur bravi di
giorno, come bombardatori notturni, almeno con gli Stukas, valevano poco.
b) Distruzione del naviglio italiano: a differenza degli Inglesi non
avevamo la possibilità di spostare le nostre unità a ridosso della
Turchia o fuori dall' Egeo, per cui lo perdemmo tutto ad eccezione di
alcune piccole imbarcazioni e molti MAS che si salvarono invece dalla
strage perché si potevano nascondere in grotte ed anfrattuosità
naturali.
c) distruzione della Base Navale di Portolago e dei centri abitati: fu
condotta sistematicamente sulle due sponde della rada con la demolizione
pressoché totale di tutte le opere di superficie. Ciò malgrado, la Base
non fu paralizzata in quanto ogni edificio aveva alle spalle la sua grotta
dove continuare, anche se in scala ridotta, tutte le attività
indispensabili. Sia il Comando italiano che quello Britannico erano
situati in centrali protette. I Tedeschi, forse per semplice brutalità,
bombardarono intenzionalmente anche la borgata dei nativi di Lero alto,
con molte vittime.
d) Distruzione opere di difesa; batterie contraeree, batterie navali,
fotoelettriche, stazioni di vedetta e postazioni mitragliere: al
raggiungimento di questo obiettivo i Tedeschi si dedicarono con
particolare accanimento. Naturalmente la precedenza fu per le batterie
contraeree che opposero agli attaccanti una resistenza e una
determinazione tali che, verso la fine dell'assedio, le azioni di
bombardamento degenerarono in veri e propri duelli rusticani tra aerei e
singole postazioni, dove contò più l'odio che la correttezza tecnica di
impiego.
Dopo le batterie contraeree, che mai furono ridotte al silenzio malgrado
gravi problemi di munizionamento, fu la volta delle batterie navali che
entrarono in azione prima con incessanti bombardamenti sull'adiacente
isola di Calino, una volta occupata dai Tedeschi, e quindi con tiri a
lunga gittata fino a 18.000 metri sulle unità da sbarco. La gente, per lo
più riservisti, s'era ormai imbestialita accanto ai cannoni, perché
aveva la sensazione che l'isola avrebbe potuto ancora resistere a lungo e
sopratutto non voleva cadere in mano tedesca, perché sicura della
fucilazione. Molte batterie infatti, a capitolazione avvenuta, furono
teatro di deliberati eccidi a sangue freddo compiuti dai Tedeschi
(paracadutisti e fanteria da sbarco) ai danni dei difensori sopravvissuti.
Migliore fu l' immediato destino di chi cadde prigioniero dei reparti
della Marina tedesca che si comportò invece onorevolmente. Dal 9 novembre
in poi, le ricognizioni aeree, le informazioni e il continuo andarevieni
all'orizzonte, fuori portata dei nostri cannoni, indicavano che era
imminente la preparazione allo sbarco. Frattanto un disordine sempre
maggiore si stava impadronendo delle comunicazioni, nonostante i disperati
sforzi di rimediarvi. Basti pensare che la rete delle comunicazioni, per
lo più via cavo, a forza di continue riparazioni, divorò tutto il filo
disponibile, ben 120 km (centoventichilometri). Paradossalmente la larga
disponibilità di radio non aiutò, ma contribuì al caos che si stava
creando in quanto, costrette a decine in poco spazio, ronzavano inquiete e
facevano a gomitate "come troppe api intorno ad un fiore troppo
piccolo".
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 Due
immagini del gen.Tilney col. gen. Muller dopo la
resa.
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Il Comando del Medio Oriente constatava ormai la totale padronanza del
cielo da parte tedesca e non considerava conveniente e strategica la
dislocazioni di ingenti forze aero-navali nella zona. Nel contempo
confermava che gli Italiani dovessero limitarsi a conservare le posizioni
e prescriveva la resistenza ad oltranza. Compito del presidio alleato era
"impegnare per il maggior tempo possibile il maggior quantitativo
possibile di forze nemiche"; disposizione un po' ipocrita, perché
evidentemente il destino dell' isola era già segnato, abbandonando
scioccamente le forze italo-britanniche alla propria sorte, a scadenza
affidata al vigore dell' assalto e alla residua energia dei difensori. E'
possibile che questo comportamento avesse allora anche una motivazione
squisitamente politica, poiché un eventuale successo prevalentemente
italiano nella salvezza dell' isola avrebbe, forse, a guerra finita,
potuto indurre l'Italia ad accampare qualche modesta pretesa su Lero.

Lo stemma del Royal
Queens Own Royal Kent Regiment che combattè contro i tedeschi senza
successo. .
Nella notte e sull'alba del 12 novembre 1943 forze da sbarco tedesche
giunsero intorno a Lero, con provenienza quasi da tutti i punti
dell'orizzonte. Inspiegabilmente, malgrado tempestive segnalazioni, la
Marina Inglese non intervenne. Gli Inglesi, che avevano più o meno sempre
controllato le acque dell'isola, le lasciarono libere proprio in occasione
dello sbarco, da essi stessi preannunziato. Un convoglio formato da due
cacciatorpediniere e dodici moto zattere cariche di uomini proveniente da
Sud Ovest fu inquadrato dal tiro dei 152/40 della batteria "Ducci",
che colpì in pieno già a 15.000 metri un CT. Il convoglio, vista la mala
parata, invertì precipitosamente la rotta e sparì più tardi dietro
Calino, rinunziando all'azione di sbarco. Le nostre batterie del Sud
continuarono i tiri su Calino e presero parte poi all'azione a fronte
rovesciato sui Tedeschi sbarcati altrove. A Nord Est, dove già nella
notte era sbarcato un gruppo rilevante di Tedeschi attestatosi sui
versanti del Monte Appetici, stavano invece avvenendo fatti gravi per
mancanza di comunicazioni; da quella parte notevoli gruppi di navi stavano
muovendo all' attacco dell' Isola. Malgrado le batterie 888, 899,
"Ciano", "San Giorgio" e "Lago" avessero
duramente colpito i convogli, questi non desistettero e sbarcarono alcune
centinaia di uomini alle due Punte Pasta (di Sopra e di Sotto) dove non
era possibile il tiro diretto delle nostre artiglierie.
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Una foto assai nota, due paracadutisti
del Luftwaffe I/FJR2 sostano dopo la battaglia. Sullo sfondo la rocca
ed il paese di Leros. Da notare la divisa desertica e la mimetizzazione
sull'elemetto. |
Lo sbarco era in sostanza avvenuto, ma non certo riuscito e i contingenti
necessari furono sbarcati successivamente nottetempo e alla spicciolata.
Le caratteristiche della zona e la deficiente vigilanza navale notturna lo
consentirono. Ora però si era determinata per i Tedeschi una situazione
pericolosa e piena di incognite. L' occasione non fu colta e purtroppo non
un bombardiere britannico intervenne nelle successive quattro giornate di
incredibile attesa. I Tedeschi poterono agire come se il potere
aereo-navale alleato fosse una favola. Lo stesso giorno i Tedeschi
effettuarono un aviosbarco con lancio di paracadutisti sulla zona centrale
dell' Isola, la più vitale, tra Alinda e Gurna. Data la ristrettezza
della zona fu un massacro; chi cadde in mare, chi sulle mine, chi sui
reticolati, altri mitragliati durante la discesa. I pochi superstiti, meno
della metà, ma in ogni caso diverse centinaia, iniziarono senza indugi il
combattimento. La discesa dei paracadutisti aveva dato alla lotta un
carattere ancor più caotico. Le nostre improvvisate sezioni antisbarco
resistettero tutta la notte e furono sopraffatte solo il giorno dopo; i
loro comandanti furono subito fucilati.
Un paracadutista
tedesco in divisa tropicale, recupera il suo paracadute.
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Il giorno 14, terza giornata, la lotta divampò furiosa. La fanteria
inglese, costituita da reparti sceltissimi, parve riprendersi dal torpore
in cui l' iniziativa tedesca l' aveva rinchiusa e nella notte, al centro e
al Nord contrattaccò, costringendo i Tedeschi ad arretrare. Con la luce
del giorno l'intervento dei soliti Stukas rese vano il sacrificio. Altri
lanci di paracadutisti andarono a rinforzare i nuclei rimasti annidati
nella stretta di Gurna, iniziando un movimento verso Nord per congiungersi
definitivamente con ulteriori forze fresche tedesche sbarcate nella notte.
Nel pomeriggio, il contrattacco coraggioso di un intero battaglione
inglese si concluse malamente. La battaglia ormai era praticamente
perduta. All'alba del giorno 15 gli scontri ripresero con rinnovata
violenza. I Tedeschi avevano ancora progredito. Dal Monte Appetici si
erano spinti sino all' abitato di Lero e dal centro avevano progredito
verso Santa Marina, Monte Rachi e Monte Meraviglia. Dal Nord si erano
spinti lungo la costa della baia di Alinda per effettuare il non ancora
completo congiungimento. La situazione era ormai disperata. Il giorno 16
novembre 1943, alle 18,30, solo dopo la resa del generale Tilney,
l'ammiraglio Mascherpa diramò l'ordine di cessare il fuoco; i
combattimenti però terminarono del tutto solo la mattina del 17.
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 Foto
scattata il 18 novembre dopo la vittoria a bordo di un mezzo da sbarco
tedesco, facce distese e sorrisi. In questa foto sono ripresi militari
di tutte le specialità che avevano partecipato all'assalto. Da
sinistra a destra, un incursore della Divisione Brandenburg, un
marinaio, un paracadutista del 15.o Reggimento Brandenburg, un paracadutista
della Luftwaffe I/FJR2.
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Gli Inglesi in alcuni casi, con ammirevole cameratismo, per scongiurare
fucilazioni immediate certe, offrirono agli Italiani le loro uniformi che
furono cortesemente rifiutate. Successivamente ebbe inizio quello che in
termini militari si chiama il concentramento dei prigionieri e che, in
mano tedesca, prese il nome di saccheggi, persecuzioni, torture, uccisioni
premeditate; i vincitori, nei giorni che intercorsero tra la caduta dell'Isola e la partenza dei prigionieri fecero in sostanza quanto era loro
possibile per dimostrare che la civiltà umana era letteralmente
scomparsa. Nei giorni seguenti, in diversi scaglioni, i vinti
abbandonarono l'Isola, destinati a raggiungere in condizioni pressoché
inumane i campi di prigionia in Polonia e in Germania
"...incolonnati tre per tre si inerpicarono come un immane
serpente per i fianchi del Monte Piana. In testa gli ufficiali, in coda i
cani. I cani, tutti i cani che avevano vissuto quattro anni di guerra al
fianco dei marinai, degli operai e degli ufficiali, seguivano compatti e
fedeli i fedeli padroni. Lo spettacolo era troppo pietoso e un nodo ci
strinse la gola....".
L' ammiraglio Luigi Mascherpa, anch'egli tratto prigioniero,
consegnato poi alla Repubblica Sociale Italiana, fu condannato a morte e
fucilato a Parma il 24 maggio 1944.
La follia di Churchill
di Anthony Rogers
Churchill's Folly
by
Anthony Rogers
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del sito ufficiale dell'isola di Leros dedicato alla battaglia.
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