OPERAZIONI, 1942

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Il col. Graziani protagonista dell'episodio qui narrato.

 

ATTACCO TRAGICO

Il 5 febbraio 1942 due aerosiluranti S79, pilotati dal ten.Graziani e dal gregario Cimicchi, decollarono alle 14,30 da Gadurrà per condurre un attacco ad un piccolo convoglio inglese composto da una petroliera ed alcune unità di scorta, una missione apparentemente di routine che si sarebbe rivelata raccapricciante, uno dei racconti più intensi che non ha bisogno di commenti, questo è il racconto del pilota ten. Graziani:

" Avvistammo a poche miglia da Tobruk il convoglio navigante verso Ovest come segnalato, la petroliera era scortata da quattro cacciatorpediniere sul lato destro e tre su quello sinistro. La mia condotta d’attacco era stata prestabilita fin dalla partenza. La perfetta conoscenza dell’obiettivo avrebbe certamente tenuto lontano ogni preoccupazione dalla reazione contraerea avversaria. Le unità di corta aprirono un violento fuoco contraereo che divenne più intenso mano a mano che mi avvicinavo. Lo scoppio delle granate davanti, di sotto e di sopra del velivolo non riuscivano a fermare lo slancio del mio S79, lanciato verso l’obiettivo come un cavallo verso l’ostacolo: Udii il suono metallico delle schegge delle granate contro le pale delle eliche e sentìì l’odore acre del fumo entrato nelle fusoliera attaccare la gola. Il velivolo, intanto, proseguì oltre ed io pervenni a distanza di lancio: sorvolato lo schieramento dei quattro cacciatorpedinieri diressi contro la petroliera. Ero intento alla manovra di sgancio quando notai macchie sul parabrezza: contemporaneamente sentìì qualcosa d’umido sul collo. Sganciato il siluro non avvertìì il solito sobbalzo del velivolo per l’alleggerimento dei 10 quintali di peso del siluro. . Inoltre al momento del comando di sgancio del siluro sentìì il fruscio di una fuga d’aria al quale lì per lì non feci caso.

Quando però fui fuori dell’inferno di fuoco, fuori della portata delle armi contraeree, con un rapido sguardo mi accorsi del dramma che aveva vissuto il mio equipaggio. Vidi il secondo pilota Maresciallo Riso accasciato sul lato destro, bagnato di sangue sul petto. Udìì il primo aviere Pavese, motorista, dietro di me lamentarsi per una ferita alla mano, vidi il sergente Venuti che tutto lordo di sangue m’informò che era morto il primo aviere fotografo Di Paolo, mentre l’aviere scelto armiere Galli che era ferito al femore m’informò che il siluro non era partito. Considerai la possibilità di ripetere l’azione. Feci una stretta virata e mi portai all’attacco dalla parte opposta: intanto i caccaitorpediniere ripreso a vomitare fuoco. Questa volta per assicurarmi lo sgancio del siluro che non partì ugualmente. Dopo essermi portato fuori tiro dalle armi nemiche, ordinai al sergente Venuti di andare in fondo alla fusoliera per osservare se c’era qualcosa di anormale: Mi riferì che l’asta di sgancio meccanico s’era abbattuta sul siluro : Poiché avevo accertato che il circuito idraulico era in avaria per perdita d’aria , compresi che non potevo far nulla per rinnovare l’attacco alla petroliera. Non mi rimase che pensare al dramma che si era svolto a bordo. Ed ecco il tristissimo consuntivo: il primo aviere e Di Paolo, mentre scattava le fotografie, stando col busto fuori dal velivolo, era stato colpito alla testa da una scheggia di granata o dal proiettile di una mitragliera che gli aveva asportato quasi totalmente la calotta cranica. Il suo cervello schizzò in parte sul mio collo ed in parte sul parabrezza. Il sergente Venturi che lo tratteneva per le gambe onde evitare che venisse sbalzato fuori dal velivolo, venne investito dai fiotti di sangue del povero Di Paolo, il cui cuore aveva continuato a battere per qualche istante.Il maresciallo Riso ebbe il polmone perforato da due schegge. Perse molto sangue e rimase svenuto per tutto il volo di rientro.

Costatai inoltre l’esistenza di due fori sul parabrezza dalla parte del mio posto di pilotaggio: Era accaduto che essendomi spostato leggermente verso il centro del velivolo per meglio controllare la mira, avevo evitato di essere colpito al volto da due schegge entrate attraverso il parabrezza, le quali mi stapparono il passante della combinazione di volo sulla spalla sinistra e finirono sulla mano sinistra dell’aviere Pavese seduto dietro di me. Pavese perse due dita mentre l’aviere Galli colpito al femore giaceva in fondo alla fusoliera. Indenni eravamo io ed il serg. Venuti. Il velivolo era efficente, ma l’apparato ricetrasmittente era stato colpito ed era inefficiente.

Tutto ciò accadde in prossimità dell’imboccatura del porto di Tobruk in condizioni atmosferiche cattive, verso le 17 proprio al calar delle tenebre.

Dovevo tuttavia ritornare a Rodi. Era una notte illume e volavo tra i piovaschi senza l’ausilio della radio. Perduto ogni contato col gregario Cimicchi, mi misi in rotta con scarse possibilità di giungere a Rodi per le avverse condizioni atmosferiche. Chiamai il buon Venuti e gli dissi pressappoco così; noi puntiamo su Rodi però non so quante e quali possibilità avremo di individuare l’isola con un tempo così. Se non incroceremo l’isola finiremo sul territorio turco che riusciremo ad individuare per la presenza di luci delle città, dei villaggi, delle case di campagna. Sul territorio noi ci lanceremo col paracadute. Tu provvederai a mettere il paracadute al morto ad aiutare i feriti ad indossarlo e a lanciarsi fuori dall’aereo, poi ti lancerai tu stesso ed alla fine io, per ultimo, abbandonerò l ' aereo.Con queste scarse prospettive di riuscire a rientrare alla base, intrapresi il volo di ritorno, coadiuvato da Venuti a leggere la carta di navigazione ed effettuare i calcoli relativi ai tempi di volo. L’aviere Pavese nonostante la perdita di sangue dalla mano, vigilava ugualmente sul funzionamento dei motori e provvedeva ad escludere o inserire determinati serbatoi dal circuito d’alimentazione. Dopo un ‘ ora e 15 minuti di volo, realmente drammatico, per le nostre condizioni psicologiche e traumatizzati di quando in quando dai sinistri bagliori provocati dai gas di scarico dei motori quando l’aereo entrava nelle nubi, intravidi in lontananza, in mezzo alla più tetra oscurità , un bagliore esattamente alla prua dell’aereo. Il volo continuò senza alcuna correzione ed il bagliore divenne a poco a poco una luce chiara. Mi si allargò il cuore. Quella luce non poteva essere altro che quella dei fari della difesa contraerea di Gadurrà. Dall’avvistamento di quel primo tenue bagliore all’atterraggio trascorsero 25 minuti equivalenti a 120 km di distanza.

Ritengo di poter attribuire più al caso che alle mie capacità d’aviatore l’aver raggiunto in quelle difficilissime condizioni di volo, l’isola di Rodi e di essere atterrato sul campo di Gadurrà quando, ormai ben pochi speravamo sul mio rientro: chi mi ha dato la forza di resistere alla fatica fisica e psichica? Chi mi ha aiutato nella condotta della navigazione in condizioni tanto eccezionali ?

Quando arrivai nella zona di parcheggio dei velivoli, alla vista folla di ufficiali e specialisti che mi attendevano, ho avuto coscienza completa del dramma vissuto col mio equipaggio ed in questo dramma ho sentito la solidarietà di tutti i commilitoni accorsi a testimoniare il loro affetto. Scoppia in un pianto dirotto e non ebbi la forza di uscire dall’abitacolo, fui prelevato dal posto di pilotaggio nelle stessa maniera dei feriti. Mi abbracciò affettuosamente il Comandante cap. Marini….."

Al col. Graziani (tenente alla data dei fatti) deceduto nel 1997, fu insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, la più alta onorificenza italiana fu assegnata soltanto a 29 aviatori degli equipaggi degli aerosiluranti.

 Avversari gentiluomini.

Questo racconto dell’aviere Bicelli all’epoca in forza alla 185.a squadriglia soccorso di Rodi su idrovolanti Cant Z 506 Airone, dimostra che si poteva essere nemici pur rispettandosi. Sembra un episodio tratto dai racconti dei piloti da caccia della I GM quando le regole della cavalleria erano generalmente rispettate.

 

"Nel settembre 1942 andai in missione con il Cap. Molteni in un lungo volo verso la costa Palestinese per la ricerca di un equipaggio aereo abbattuto. Seguiamo la rotta Haifa, Rosetta, Caso, Damietta. Si trattava di una missione assai difficile per la presenza nella zona di importanti basi militari britanniche per cui il Comandante Molteni ci fece a tutti le solite raccomandazioni di massima attenzione.

Durante la navigazione le condizioni metereologiche zonali non erano delle più soddisfacenti e nel cielo stazionava una stretta nuvolaglia con formazioni vorticose a raffiche di vento laterali molto fastidiose. Ad un tratto vedemmo sbucare dalle nubi un "Bristol Blenheim" che si diresse verso di noi. Picchiammo subito in direzione del mare per sfuggire all’attacco, ma fummo investiti da un uragano di fuoco. Gli Shrapnels arrivavano da ogni direzione. Presto ci accorgemmo che non di trattava solo del cacciabombardiere britannico ma inavvedutamente eravamo capitati sulla dritta di un piccolo convoglio nemico, composto da 4 navi mercantili armate e due Torpediniere di scorta. Il Comandante Molteni nell’intento di togliere l’aereo da quella tragica situazione riuscì a riprendere quota inoltrandosi dentro un provvidenziale banco di nubi. Dal brutto incontro il velivolo aveva riportato seri danni alle parti vitali e prevedendo il peggio il Comandante ordinò al radiotelegrafista di comunicare al Comando la situazione e le coordinate del punto in cui ci trovavamo. A questo punto con il velivolo così malconcio ci siamo incamminati per la via di Rodi, distante almeno tre ore di volo. Ad un certo punto della navigazione il 1° Aviere Morello gridò: due aerei nemici in coda …….vicinissimi! Il Capitano Molteni fece subito una virata di 90° e picchiò verso il mare, attraversando il banco di nuvolaglia, ma i due aerei nemici in pattuglia serrata ci sfrecciarono sopra con un rumore infernale.

Tra noi e loro iniziò un parossistico giuoco di moscacieca fra una nuvola e l’altra per far perdere le nostre tracce, ma invano. I due "Gleen Master" ci seguivano come due forsennati segugi tenendoci sotto il tiro delle armi. Ad un tratto i due aerei si affiancarono al nostro Cant. Z vidi il Capitano Molteni impallidire, mentre le sue mani stringevano spasmodicamente la cloche. Tutto l’equipaggio era ormai teso, impietrito. Ci aspettavamo da un momento all’altro di essere mitragliati e abbattuti. Ad un tratto, però, il pilota britannico del velivolo di destra si portò la mano al casco in segno di saluto. Lo stesso fece il pilota del Glen Master alla nostra sinistra. Tutti rispondemmo al saluto agitando le mani ed i due aerei britannici ci ripresero fulmineamente, allontanandosi. Eravamo finalmente salvi e questa volta la Croce Rossa aveva fatto davvero il suo miracolo. Dopo altre due ore di volo, quando giungemmo sulla verticale di Rodi, notammo che era stato attivato tutto l’apparato di emergenza in vista del nostro difficoltoso ammaraggio. Quattro motolance erano scaglionate al di fuori dell’area portuale pronte ad intervenire in caso di necessità, mentre sul molo una folla multicolore si agitava nell’attesa. Erano presenti molti Ufficiali e lo stesso Comandante dell’Aeronautica dell’Egeo Gen. Ulisse Longo.

Dopo aver scaricato in mare la parte residua di carburante ci avvicinammo all’ammaraggio che non fu affatto difficoltoso. Giunti a terra il Capitano Molteni comandò: equipaggio in riga ….attenti. Si avvicinò a questo punto il Gen. Longo che con gesto affettuoso strinse la mano a ciascuno di noi complimentandosi per l’azione svolta. Non ho mai dimenticato quel volo tanto travagliato ma soprattutto il saluto cavalleresco dei due piloti britannici cui va la mia riconoscenza ed il calore di quella folla festante quando rimettemmo piede sul porto del Mandracchio".

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