Dodecaneso  
Il sito italiano sulla storia antica e moderna delle isole dell'Egeo   

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8 Settembre 1943

IN MARCIA VERSO L'ARMISTIZIO di Gino Manicone

 

 

 

 

Dopo il crollo delle truppe dell’Asse sul fronte dell’Africa Settentrionale ed il conseguente abbandono della famosa quarta sponda la guerra si combatteva, ormai sul suolo italiano.

L’agognata «Vittoria» era ormai naufragata nel mare delle illusioni mentre gli Stormi dei bombardieri americani si accanivano contro le maggiori città italiane arrecando lutti e rovine per fiaccare definitivamente il morale della popolazione.

Di fronte ad una situazione generale sempre più compromessa una grande inquietudine incominciò a serpeggiare nelle alte sfere militari italiane che incominciavano a pentirsi di aver seguito acriticamente la megalomania fascista che le aveva trascinate a combattere una guerra senza speranza. Il famoso slogan «VINCEREMO» scritto perfino sui muri dei casolari agricoli delle varie province italiane divenne la base delle tragiche barzellette contro il Duce che veniva ormai definito senza ritegno il personaggio del «quaqueraquà».

L’unico punto di riferimento per un rapido quanto difficile cambiamento della situazione, per evitare l’incenerimento dell’intero territorio italiano, rimaneva solo la più alta autorità istituzionale della nazione cioè il Re Vittorio Emanuele III. Bisogna inoltre evidenziare che anche il Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo del regime, non era più politicamente monolitico come in precedenza e molti suoi membri non erano disposti a seguire il Capo fino alle estreme conseguenze: per ciò piano piano si mise in moto un movimento sotterraneo per prendere contatto con gli Alleati, cosa assai difficile e pericolosa per la presenza di un forte nucleo di Unità Tedesche schierate lungo la nostra penisola ed anche per la presenza, ancora ingombrante, del Capo del Governo Benito Mussolini.

A questo punto l’entourage Sabaudo composto da vecchi Generali assolutamente fedeli al Sovrano si rese conto che la via per raggiungere il successo del cambio delle alleanze passava attraverso l’estromissione del Capo del Fascismo. Le avvisaglie ditali malumori sulla continuazione della guerra si avvertirono anche a Rodi allorquando giunse inaspettata-

mente nell’isola il Ten. Colonnello Ettore Muti, già Segretario del Partito Fascista, il quale aveva il compito segreto di paracadutare alcuni sabotatori italiani su obiettivi britannici esistenti nella costa Siro-palestinese. In tale occasione il Muti riferì confidenzialmente al Generale Briganti che in considerazione dell’andamento del conflitto, stava prendendo corpo in Italia un serio tentativo per ribaltare la situazione politica al fine di salvare il salvabile, allontanando il Duce dal potere restituendo tutte le prerogative istituzionali e costituzionali al Sovrano. Le informazioni riservate espresse dal Ten. Col. Muti trovarono ben presto puntuale concretezza e il 25 luglio Benito Mussolini venne allontanato dal potere e quindi arrestato.

Dopo tale data tutti gli idoli e gli orpelli della dittatura fascista furono abbattuti in tutte le piazze d’Italia.

Con la caduta del Fascismo le alte sfere militari ripresero dovunque il potere ed il Maresciallo Badoglio venne nominato Capo del nuovo Governo con l’equivoco compito di «continuare la guerra», in realtà, però, per uscirne fuori in qualche modo data la disastrosa situazione italiana.

Fare, però, un ribaltamento delle alleanze a 1800 non esprimeva solo una grossa remora morale ma creava situazioni assai pericolose ed imbarazzanti in tutti i settori militari sia interni che esterni perché molte Unità Militari italiane si trovavano frammiste con le Unità germaniche nei vari fronti di guerra.

L’armistizio venne firmato a Cassibile il 3 settembre 1943 da parte del generale Castellano e dal Generale Bedelsmith da parte degli Alleati, con l’intesa che la data della sua pubblicazione rimaneva riservata agli Alleati. Tale data doveva, comunque, avvenire tra il 12 e il 16 Settembre.

Il timore di un colpo di mano germanico creò un alone di riservatezza intorno a tale importante avvenimento e lo stesso Generale Ambrosio Capo di Stato Maggiore delle forze italiane così annotava in tale particolare momento: «Tra le gravipreoccupazioni cifu quella di mantenere il segreto presso gli enti periferici anche a costo di inevitabili sacrifici», aggiunse poi. «Il capo del Governo Maresciallo Bado glio metteva nella previsione la perdita di mezzo milione di uomini».

Ebbene, fra tutte le previsioni fatte dal Maresciallo Badoglio solo quella cinica ed immorale del mezzo milione di uomini da destinare allo sfacelo si rivelò tragicamente esatta. Per quanto al segreto evidenziato dal Gen. Ambrosio si rivelò il segreto di «pulcinella» in quanto i tedeschi già dall’anno 1942 avevano ipotizzato il brutale voltafaccia dell’Italia ed in conseguenza avevano preparato anche i piani tendenti a neutralizzarlo.

Ritornando al settore dell’Egeo, oggetto specifico della presente trattazione, la famosa «Sturmdivision» Rhodos, principale artefice della resa della numerosa guarnigione italiana di stanza a Rodi, venne inaspettatamente inviata nell’isola nei primi mesi del 1943 con il presunto scopo di dare appoggio alle unità italiane, in realtà, però, per sostenere il sordido piano elaborato dal Maresciallo Keitel Capo dello Stato Maggiore Germanico, nella prevedibile occasione del rovesciamento delle alleanze.

Da quanto affermato nel seminario di Cesena dal Prof. Lutzmann dell’ufficio storico della Germania Occidentale in presenza del sottoscritto, le autorità diplomatiche e lo stesso Ufficio Informazioni della Whermathc, esistente a Roma ma con diramazioni in tutti i settori d’intervento, inviavano puntualmente all’OKW già dal 1942 informazioni sempre più pressanti ed aflarmanti sulla situazione interna italiana. Lo stesso Eugene Dolmann, eminenza grigia tedesca a Roma, informò per tempo il Fuhrer dei piani italiani quasi scoperti di un colpo di stato da parte della gerarchia militare «nota» e analizzò i rapporti di forza tra «fascisti e monarchici». Allo scopo di contrastare tale evenienza vennero formalizzati i piani «ALARICO» e «COSTANTINO» con i quali vennero stabiliti i criteri fondamentali per l’occupazione dell’Italia e il disarmo delle truppe, cosa ritenuta abbastanza semplice dal propagandista nazista Gebbels, il quale platealmente affermava che «gl’italiani non vogliono combattere e sono felici quando possono consegnare le armi ed ancora più felici quando possono venderle». Esaminando il rapporto di forze nell’isola di Rodi alla data dell’ 8 settembre 1943 abbiamo:

FORZE TEDESCHE: STURMDIVISION RHODOS:

1)11 Comando della Divisione con i suoi servizi divisionali;

2) Tre Battaglioni di granatieri (divenuti probabilmente 4 nel mese di agosto 943, con circa 4.000 uomini armati di tutto punto e completamente motorizzati, dotati di 50-60 pezzi da 75146; 40-50 pezzi da 50 e da 28; da 60-70 mortai e da 80 armi anticarro;

3) Un raggruppamento celere per esplorazioni con 1.500 uomini dotati di motocarrozzette armate di mitragliatrici; 20 vetturette e camionette blindate. Circa 40 autoblinde di diverso tonnellaggio di cui parecchie con cannoni da 50 nilm;

4) Un battaglione di carri armati «Tigre» da 32 Tonn. (16 inizialmente e 32 in agosto

943);

5) Un gruppo su due batterie di cannoni da 105 mlm e un altro da 150 aiIm, tutti semoventi;

6) Un gruppo di artiglieria divisionale su due batterie da 105 aiIm e una da 150 mlm con cingoli;

7) Un raggruppamento di circa i .000 pionieri con mezzi tecnici e da combattimento fra cui automezzi blindati e vetture armate;

8) Reparti minori;

9) Cinque batterie contraeree da 88 mm inserite fra quelle italiane dotate di propri mezzi di trasporto

10) Un reparto di 300 soldati greci con uniforme tedesca con compiti non molto chiari della cui non opportuna presenza il Comando Italiano aveva ripetutamente protestato;

La Sturdivision «Rhodos» aveva inoltre una propria rete di comunicazione per radio con l’OKW (Comando Supremo) e con l’OBSE (Ober Befehl Sud Est) di Salonicco e Creta. Con Salonicco e Creta aveva anche un collegamento radiotelefonico.

Sulle isole i tedeschi avevano impiantato anche tre stazioni di radiolocalizzatori con apparati Wassermann, Freya e Wurzburg a Pezzulla, Capo Pasanisi (Rodi) e San Domenico a Scarpanto vicino a Capo Kastellon.

LE FORZE ITALIANE DISTANZA A RODI NEL SETTEMBRE 1943

ERANO LE SEGUENTI:

ESERCITO: Una Divisione di Fanteria «Regina» composta da tre Reggimenti, il 90, 3090 e 331 oltre al 50.° Artiglieria con gruppi mobili, 11 Compagnie costiere autonome ed altre unità in tutto 13.000 uomini comandati dal Generale di Divisione Michele Scaroina. Il 100 Reggimento era dislocato nelle varie isole del Possedimento;

2) Artiglieria al comando del Gen. Giuseppe Consoli, formata da 4 Raggruppamenti:

350 360 550 e 56~. Complessivamente 53 batterie e 29 Sezioni autonome con impiego costiero antisbarco. Totale della forza 34.000 uomini articolati e predisposti unicamente per la difesa a mare.

3) MARINA:

A) Comando zona militare marittima (Mariegeo) con uno Stato Maggiore il cui capo era il Capitano di Vascello Mario Gossi. Disponeva delle seguenti unità:

B) Cacciatorpediniere «Crispi» per servizi di scorta ed una squadriglia di motosiluranti;

C) 3.a Flottiglia MAS con la 3.a, 11.a e 16’ Squadriglia;

D) 50 Gruppo Sommergibili al Comando del Capitano di Fregata Virgilio Spigai di stanza a Lero ma nel settembre del 1943 si trovava lontano dal Dodecaneso perché in missione lungo le coste italiane;

E) Cannoniera «Caboto» al Comando del Capitano Corradini;

F) Nave Posamine «Legnano» a disposizione del Governatore Comandata dal Capitano di Corvetta Emanuele Campagnoli;

G) Sette batterie costiere;

«Majorana» (Monte Smith) Comandata dal Ten. Vasc. Carlo Ragni; «Melchiorri» (Calithea) Comandata da Cap. Art. Natale Moscarò; «Bianco» (Cremastò) Comandata dal Ten. Art. Romualdo Lia; «Dandolo» (Lindo Ovest) Comandata dal Cap. Art. Carlo Giglioli; «Morosini» (Lindo Est) Comandata dal 5. Ten. di Vascello G. B. Cazzullo Gennaro;

«Mocenigo» (Cattavia) Comandata dal Ten. Art. Gennaro Leone;

«Bragadin» (Cattavia Ovest) Comandata dal Ten. Art. A. Clerici.

Esistevano due stazioni trasmittenti: una a Rodino e l’altra sul monte Profeta Elia. Nella zona di San Giovanni di Rodi esisteva anche una stazione per intercettazioni estere dissimulata fra le abitazioni civili.

La forza della marina ammontava a 2.200 uomini.

Per la forza della aeronautica si rimanda all’apposito Capitolo riportato nelle pagine precedenti.

Anche se con il «senno del poi» non è stata mai vinta alcuna battaglia ègiusto rimarcare in sede storica la totale mancanza di senso critico e di logica del Comando Superiore Forze Armate Egeo (EGEOMIL) nell’accogliere nei primi mesi dell’anno 1943 i reparti della famosa Sturm Divisione «Rhodos» causa, poi, del dramma subito da tanta gente innocente. Come già accennato nei capitoli precedenti, durante i 4 anni del Conflitto, il Settore dell’Egeo solo per l’Aviazione e per la Marina rappresentò un punto nodale per le operazioni belliche svoltesi nel Mediterraneo Orientale e Centrale. Per quanto atteneva all’Esercito con il suo mastodontico presidio di ben 34.000 uomini nella sola isola di Rodi si trattò di vivere una prolungata anche se noiosa vacanza.

All’inizio del 1943, poi, il fronte di guerra si era ulteriormente allontanato verso Ovest e ormai le truppe dell’Asse erano addirittura in procinto di essere sloggiate dalla Libia e quindi l’ipotesi di un attacco contro il Dodecaneso si presentava assolutamente remota.

In tale particolare momento non era necessaria la competenza strategica di un Generale ma bastava la semplice logica di un Caporale per capire i dubbi, i pericoli e le intenzioni legate all’arrivo nell’isola di Rodi della Divisione di assalto tedesca. Si fece allora riferimento alle improbabili necessità del rafforzamento dell’apparato difensivo ma nessuno riuscì a pensare che per tale bisogna ove si fosse presentata in concreto, mai sarebbe stata inviata una Divisione blindo-corazzata, potentemente armata e con alto grado di mobilità. Una Unità specializzata ad operare sui campi di battaglia di grande estensione, morfologicamente e orograficamerite convenienti e mai, proprio mai in una piccola isola prevalentemente collinare e montuosa, dove sarebbe bastata una frana o far saltare un ponte per chiudere i mezzi corazzati dentro un «cul de sac». Per una grande Unità mobile costretta ad operare dentro un’ area ristretta di pochi Km. quadrati di natura insulare è come essere prigioniera di se stessa, a meno che sotto le mentite spoglie del rafforzamento difensivo essa non fosse arrivata in quel luogo come deterrente di strategia interna, come si è poi puntualmente verificato.

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