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Crimini e criminali durante l'occupazione militare tedesca e fascismo repubblicano nel Dodecaneso
Un accordo segreto tra Italia e Repubblica federale tedesca sui criminali di guerra permise la liberazione del cosiddetto “gruppo di Rodi”, il nucleo più numeroso di criminali nazisti consegnati alla giustizia italiana dagli Alleati
Pubblicato su Italia Contemporanea settembre 2003,
copyright Filippo Focardi
Dal 20 settembre al 16 ottobre 1948 si svolgeva presso il Tribunale militare territoriale di Roma il processo contro nove cittadini tedeschi accusati di crimini commessi sull’isola di Rodi ai danni di civili e militari italiani[1]. Sugli stessi banchi sui quali pochi mesi prima avevano seduto Herbert Kappler e gli altri commilitoni accusati per la strage delle Fosse Ardeatine[2], erano comparsi il generale Otto Wagener, comandante delle truppe tedesche sull’isola di Rodi e principale imputato al processo, il capitano Helmut Meeske, i maggiori Johann Koch e Herbert Nicklas, l’ufficiale medico Christian Korsukewitz, il tenente Paul Walter Mai, il sottotenente Willy Hansky, il caporale Johann Felten, l’interprete Georg Dallago. Il procedimento era iniziato su indicazione delle autorità militari britanniche, che all’inizio del gennaio 1946 avevano segnalato all’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo il caso dei militari tedeschi responsabili di crimini di guerra contro soldati italiani internati a Rodi[3]. Richiesti dall’Italia alle autorità alleate nel novembre 1946 in base ad una denuncia della Procura Generale Militare presso il Tribunale Supremo Militare[4], i nove soldati germanici erano stati consegnati nel 1947 alle autorità italiane e quindi chiamati in giudizio sotto due capi di imputazione: per «concorso in violenza con maltrattamenti ed omicidio contro privati cittadini italiani» e per «violenze commesse contro prigionieri di guerra» italiani[5]. I fatti loro imputati si riferivano al periodo compreso fra il luglio 1944 e la liberazione dell’isola di Rodi da parte degli Alleati nel maggio 1945. Secondo i capi d’imputazione, in questo periodo gli imputati avevano «usato violenza contro privati italiani, non partecipanti alle operazioni militari, cagionando la morte di un numero imprecisato di essi per maltrattamenti, fame, fucilazioni per rappresaglia e per tentativi di fuga, mancanza di assistenza sanitaria». Un analogo comportamento, secondo l’accusa, era stato tenuto nei confronti dei prigionieri di guerra italiani internati sull’isola, molti dei quali erano morti a seguito dei maltrattamenti subiti, delle pessime condizioni alimentari, della mancanza di adeguate cure mediche, delle fucilazioni condotte per rappresaglia a seguito di pur lievi infrazioni disciplinari e dei tentativi di evasione[6]. Principale responsabile di queste azioni ritenute contrarie alle leggi di guerra e al diritto internazionale era il generale Otto Wagener. Nato nel Baden nel 1888, ufficiale di carriera dell’esercito tedesco, Wagener aveva preso parte alla prima guerra mondiale come capitano e aveva poi combattuto nei corpi franchi sul Baltico[7]. Militante dell’estrema destra tedesca, dopo il fallito putsch di Kapp, era stato arrestato e imprigionato. Dismessa la divisa e dedicatosi agli affari[8], nel 1929 Wagener aveva aderito al partito nazionalsocialista stringendo un forte legame con Hitler. Fu una figura di rilievo negli anni dell’ascesa al potere del nazismo. Rivestì infatti la carica di capo di Stato maggiore delle SA, le squadre paramilitari del partito nazista, e fu responsabile dell’ufficio per l’economia del partito. Nell’aprile 1933 fu nominato Reichskommissar per l’economia nel governo nazista. Alla fine di luglio 1933 improvvisamente cadde in disgrazia presso il Führer (pare grazie alle manovre di Hermann Göring) e fu costretto ad abbandonare tutti gli incarichi. Fino al 1938 restò però nominalmente caposquadra delle SA e membro del Reichstag. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, Wagener fu richiamato in servizio nella Wehrmacht col grado di capitano. Nel luglio 1944 aveva preso il comando, col grado di colonnello, della brigata di fanteria da fortezza tedesca di stanza a Rodi e nel settembre 1944 era subentrato al generale Kleemann come comandante dell’intera area dell’Egeo orientale, assumendo il comando della divisione tedesca acquartierata a Rodi e nelle isole vicine. Nel dicembre 1944 era stato promosso generalmaggiore. In qualità di comandante dell’area dell’Egeo orientale, Wagener aveva ordinato la costruzione a Rodi di tre campi di internamento (Nord, Centro e Sud) e di un campo di punizione a Calitea. In questi campi avevano avuto luogo le già ricordate violenze contro la popolazione civile e contro i soldati italiani internati dopo l’8 settembre. A Wagener era addebitata la responsabilità di aver emanato ordini draconiani che avevano causato lutti e sofferenze, come l’accaparramento dei beni alimentari della Croce Rossa destinati agli italiani, la pratica del prelevamento di ostaggi e della ritorsione sui civili, l’ordine di passare per le armi dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Con la sentenza emanata il 16 ottobre 1948, il tribunale italiano respingeva le accuse generiche di affamamento della popolazione e di maltrattamenti non meglio specificati, ma considerava fondate le prove relative ad almeno quattro episodi che avevano portato alla fucilazione complessivamente di 29 internati italiani. I fatti accertati riguardavano: la fucilazione di cinque prigionieri nel Lager Nord, eseguita il 18 gennaio 1945, in base al regolamento del campo che prevedeva la fucilazione di più prigionieri nel caso di fuga di uno degli internati; la fucilazione, in data 8 febbraio 1945, di cinque prigionieri del Lager Nord e di cinque del Lager Centro come punizione per l’uccisione di una sentinella tedesca durante un tentativo di fuga; la fucilazione di tredici prigionieri del Lager Nord, alla fine di aprile del 1945, in conseguenza di una sommossa nel campo e della fuga di alcuni reclusi; la fucilazione di un internato nel Lager Nord eseguita il 20 febbraio 1945, dopo che era state trovate prove di una sua presunta relazione con i partigiani.Unificando i due capi d’imputazione, il tribunale dichiarava Otto Wagener, Herbert Nicklas, Paul Walter Mai e Johann Felten colpevoli di ‘violenza con omicidio contro cittadini italiani’. Riconosciute a tutti le circostanze attenuanti[9], condannava il gen. Wagener a 15 anni di reclusione, il maggiore Nicklas a 10 anni di reclusione, il capitano Mai – comandante del famigerato campo Nord – a 12 anni, il caporale Felten a 9 anni. Gli altri imputati venivano assolti[10].
I quattro militari tedeschi condannati il 16 ottobre 1948 rappresentavano il nucleo numericamente più consistente di criminali di guerra germanici giudicati da tribunali italiani[11]. Fin dal 1944 sia i governi di unità nazionale sia organi antifascisti come il CLNAI avevano rivendicato il diritto di giudicare in Italia i responsabili tedeschi di crimini di guerra. Al termine del conflitto le autorità alleate avevano acconsentito a che l’Italia giudicasse i criminali di guerra tedeschi, esclusi gli ufficiali superiori, a partire dal grado di generale di divisione. Il loro giudizio era stato infatti riservato alla giustizia britannica, che condusse alcuni processi importanti, fra cui quello tenuto a Roma per la strage delle Fosse Ardeatine contro i generali Maeltzer e von Mackensen (18-30 novembre 1946) e quello condotto a Venezia dal febbraio al maggio 1947 contro il Feldmaresciallo Albert Kesselring[12]. In Italia, la responsabilità dell’azione penale era stata attribuita nell’estate del 1945 alla Procura Generale Militare. Contando sia sul materiale d’accusa raccolto fin dal novembre 1944 dalle autorità di polizia italiane coadiuvate dai CLN locali sia su quello raccolto dalle autorità investigative inglesi e americane, la Procura Generale Militare aveva potuto istruire un gran numero di procedimenti (basati su circa duemila duecento notizie di reato)[13] e aveva inoltrato alle competenti autorità alleate domande di estradizione riguardanti oltre cento presunti criminali di guerra tedeschi[14]. Solo pochi furono tuttavia i processi effettivamente svolti presso i tribunali militari italiani. Almeno tre furono i motivi che concorsero a determinare quest’esito negativo. Primo, l’imprecisione delle domande d’estradizione che in molti casi non contenevano «elementi completi di identificazione» tali da poter individuare con esattezza le persone incriminate[15]; secondo, la reticenza del governo italiano a scatenare un’ondata di processi contro i criminali tedeschi per non legittimare con ciò le richieste di criminali di guerra italiani mosse dai paesi aggrediti dall’Italia fascista, in particolare dalla Jugoslavia[16]; terzo, il mutamento dell’atteggiamento della Gran Bretagna e degli Stati Uniti che, riguardo alla punizione dei criminali di guerra nazisti, passarono dalla collaborazione con le autorità italiane mantenuta fino alla prima metà del 1947 ad una progressiva riluttanza a consegnare le persone inquisite, legata al maturare dopo il piano Marshall della politica di ricostruzione di uno Stato tedesco occidentale[17]. Tale atteggiamento culminò nella decisione americana di fissare al 1 novembre 1947 la data ultima per la consegna delle richieste di estradizione per i tedeschi accusati di crimini di guerra residenti nella propria zona d’occupazione in Germania[18] e nell’analoga decisione di Londra che stabilì per la zona d’occupazione britannica la data del 1 settembre 1948[19].
Questi tre fattori di natura sia tecnica (l’imprecisione di molte delle indagini svolte) sia politica (le preoccupazioni italiane per i propri criminali di guerra e la volontà anglo-americana di accelerare la ripresa tedesca) spiegano la scarsa incidenza dell’azione punitiva italiana. Dalla documentazione depositata presso il Ministero degli Affari Esteri risulta che, prima del processo contro il cosiddetto ‘gruppo di Rodi’, si erano tenuti presso i tribunali militari italiani altri tre processi. A quello iniziale svoltosi a Firenze fra il maggio e il giugno 1947 contro il colonnello Rudolf Fenn e il capitano Theo Krake, entrambi della organizzazione Todt, era seguito un anno dopo a Roma il già menzionato processo contro Herbert Kappler per la strage delle Fosse Ardeatine, quindi il processo a Firenze contro il maggiore Josef Strauch imputato per la strage del Padule di Fucecchio[20]. Tre gli imputati riconosciuti colpevoli e condannati a pene detentive: al capitano Krake erano stati inflitti due anni di reclusione per violenza continuata consistente in percosse contro cittadini italiani[21], il tenente colonnello Kappler aveva subito la condanna all’ergastolo, il maggiore Strauch era stato condannato il 23 settembre 1948 a sei anni di reclusione[22]. Alla manciata di criminali di guerra tedeschi condannati dai tribunali italiani nel biennio 1947-1948 (in tutto sette), si aggiunsero fra il 1949 e i primi anni cinquanta almeno altri quattro militari tedeschi: il capitano della Marina Waldemar Krumhaar, condannato a Torino il 31 marzo 1949 a quattro anni e cinque mesi di reclusione per il saccheggio del paese di Borgo Ticino[23], il capitano Alois Schmidt condannato a Napoli il 6 aprile 1950 a 8 anni di reclusione per il reato di concorso in rappresaglia continuata per gli eccidi di Pian di Lot in Giaveno e di via Cibrario a Torino[24]; il capitano Franz Covi condannato nello stesso anno a Torino a 14 anni e 8 mesi di reclusione per l’uccisione di due partigiani[25]; infine, il maggiore delle SS Walter Reder condannato all’ergastolo nell’ottobre del 1951 dal tribunale militare territoriale di Bologna per la strage di Marzabotto. Un quinto militare tedesco, il tenente Alois Schuler, fu invece assolto il 27 giugno 1950 dal tribunale militare territoriale di Roma dall’accusa di omicidio ai danni di un operaio italiano deportato in Germania[26]. Anche un sesto militare germanico, il comandante della divisione Hermann Göring, generale Wilhelm Schmalz, fu assolto nel luglio 1950 dallo stesso tribunale di Roma dall’accusa di violenze con omicidio contro privati cittadini per le sanguinose rappresaglie eseguite nella zona di Arezzo[27]. Dunque, a fronte di una mole di indagini considerevole che aveva coinvolto decine e decine di militari tedeschi responsabili di efferati crimini di guerra contro civili e militari italiani sia in Italia sia all’estero, la magistratura militare italiana era stata in grado di portare in giudizio e di punire un numero estremamente ridotto di responsabili[28].
I pochi criminali tedeschi condannati dai tribunali militari italiani poterono inoltre contare molto presto, ad esclusione di Kappler e di Reder, su misure straordinarie di condono della pena che condussero in tempi brevi alla loro liberazione. A patrocinare la causa dei criminali tedeschi furono alcuni attori capaci di esercitare notevole influenza sul governo italiano. Dapprima la Chiesa cattolica, che ebbe cura dell’assistenza religiosa dei condannati e perorò la loro scarcerazione, quindi, dopo la formazione nel 1949 della Repubblica federale tedesca, il nuovo governo del cancelliere Konrad Adenauer, legato ai governi De Gasperi da stretti vincoli politici. Il caso del ‘gruppo di Rodi’ è da questo punto di vista estremamente significativo e riveste un ruolo centrale nella vicenda dei criminali di guerra tedeschi in Italia.
Salvezza per i «poveri connazionali»! Il ruolo del vescovo Alois Hudal e l’azione dell’«incaricato speciale del governo tedesco» Giovanni von Planitz.
Rinchiusi insieme a Kappler nella prigione militare di Forte Boccea a Roma, Wagener Mai Nicklas e Felten trovarono conforto spirituale e assistenza concreta in Alois Hudal, vescovo austriaco rettore del Collegio teutonico presso la Chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma, il più alto prelato di lingua tedesca nella città santa[29]. Indagini giornalistiche e storiografiche come quelle di Ernst Klee[30] e di Matteo Sanfilippo[31] hanno ricostruito il profilo di Hudal portandone alla luce il ruolo cruciale svolto a partire dal 1945 sia nell’assistenza ai prigionieri di guerra e ai profughi tedeschi in Italia sia ai criminali di guerra nazisti ricercati dalla polizia o reclusi, come Wagener e compagni, nelle carceri italiane. Lo stesso Hudal, in un libro di memorie pubblicato nel 1976, ha riconosciuto di aver consacrato dopo la fine della guerra la sua «intera attività caritatevole» ai «cosiddetti “criminali di guerra” perseguitati dai comunisti e dai democratici “cristiani”», vantandosi di averne «strappati non pochi ai loro persecutori con documenti falsi e con la fuga in paesi più fortunati»[32]. Hudal, che negli anni trenta aveva dimostrato ammirazione per Hitler e per il nazionalsocialismo[33], fu in effetti al centro sia della rete ufficiale di assistenza ai prigionieri di guerra e ai profughi di lingua tedesca sia della rete clandestina che aiutò molti criminali nazisti ad emigrare all’estero, specialmente in Sudamerica. Nel settembre 1946, alla vigilia del processo britannico contro Maeltzer e von Mackensen, Hudal aveva preso le difese del generale Maeltzer ricordandone la benevolenza dimostrata nei confronti dei prigionieri italiani[34]. Come direttore del Comitato austriaco della Pontificia Commissione Assistenza, egli prestò particolare attenzione al problema degli internati austriaci e tedeschi raccolti nei campi di Fraschette presso Alatri e di Farfa Sabina. Nell’agosto 1947, ad es., scrisse al Ministro dell’Interno Mario Scelba per condannare le condizioni in cui si trovavano gli internati[35] e nell’ottobre successivo si rivolse ai propri superiori in Vaticano per perorare il rimpatrio dei prigionieri dai due campi[36]. Nel marzo 1949 Hudal aiutò con denaro l’SS-Sturmbannführer Borante Domizlaff, processato e assolto nel luglio 1948 nel processo Kappler, e internato poi a Fraschette[37]. Il 12 maggio 1949 il vescovo indirizzò una lettera al Segretario di Stato, Mons. Montini, sollecitando la Santa Sede a chiedere una sanatoria per i prigionieri di guerra tedeschi condannati in Italia[38]. Nella risposta datata 15 ottobre 1949 Montini segnalava ad Hudal che il Santo Padre era a favore di un’«ampia amnistia». Proprio nel periodo immediatamente successivo alla lettera di Hudal a Montini, si colloca la prima iniziativa documentabile del Vaticano a favore dei militari tedeschi del ‘gruppo di Rodi’. Con telespresso datato 8 luglio 1949, l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede comunicava al Ministero degli Affari Esteri quanto segue:-
La Segreteria di Stato ha fatto qui presente che la signora Wendula Wagener si è rivolta al Santo Padre chiedendo un interessamento per ottenere un provvedimento di grazia in favore di suo marito, il Generale Otto Wagener e di altri quattro tedeschi, condannati da un tribunale militare italiano a pene ammontanti da 9 a 15 anni di detenzione. Ha fatto presente che i condannati hanno tutti figli in minore età e sono ansiosamente aspettati dalle proprie famiglie, delle quali essi sono l’unico sostegno[39]
Dopo aver riportato i nomi dei detenuti tedeschi (i quattro del ‘gruppo di Rodi’, più Alois Schuler[40]), nel messaggio si chiedevano a Palazzo Chigi[41] elementi per fornire una risposta alla Segreteria di Stato. In data 28 luglio 1949 il Ministero degli Affari Esteri inoltrava la comunicazione ricevuta dalla propria Ambasciata alla Procura generale militare e alla Direzione generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia[42]. Quest’ultima rispondeva il 6 agosto facendo notare come la competenza per un eventuale provvedimento di clemenza spettasse al Ministero della Difesa[43]. Dieci giorni più tardi, il 16 agosto, il Procuratore generale militare Umberto Borsari informava il Ministero degli Esteri che la sentenza del tribunale militare di Roma contro il generale Wagener non era ancora passata in giudicato in quanto sia gli imputati sia il Pubblico Ministero avevano interposto ricorso per annullamento[44]. Un’eventuale domanda di grazia non poteva pertanto essere presa in considerazione fino all’esame del ricorso. Il 26 agosto Palazzo Chigi trasmetteva la risposta di Borsari alla propria Ambasciata presso la Santa Sede[45]. Si chiudeva così con un nulla di fatto la prima iniziativa, appoggiata dal Vaticano, per la richiesta di provvedimenti di grazia a favore del ‘gruppo di Rodi’. L’azione risultò in vero solo sospesa. Essa riprese appena un mese più tardi per iniziativa diretta del vescovo Alois Hudal. La strada prescelta passava questa volta per Bonn. Con una lettera datata 24 settembre 1949 Hudal si rivolse personalmente al Cancelliere Konrad Adenauer, da poco entrato in carica al vertice del primo governo tedesco del dopoguerra[46]. Il vescovo menzionava la propria opera d’assistenza prestata nel carcere militare di Forte Boccea a quattro «ufficiali tedeschi del Reich», fra cui il generale Wagener, e perorava un intervento del nuovo governo tedesco in favore dei «poveri connazionali». Il prelato ricordava che «il Vaticano aveva già intrapreso qualcosa», ma sottolineava come fosse opportuno che, in vista dell’attesa amnistia per l’Anno Santo, le autorità di Bonn intervenissero direttamente presso il Presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi, per chiedere la scarcerazione dei militari. «Sarei sinceramente lieto – concludeva Hudal – se i miei cari amici avessero la fortuna di rivedere dopo quattro anni la loro patria e le loro famiglie». Alla lettera di Hudal era acclusa una missiva del generale Wagener ad Adenauer, scritta dal carcere il 14 settembre, nella quale era illustrata la vicenda del ‘gruppo di Rodi’ e sollecitato un intervento del neo-cancelliere[47]. Il vescovo austriaco di Santa Maria dell’Anima aveva fatto da tramite per l’istanza di Wagener, sostenendola con particolare premura.
Le autorità tedesche valutarono con attenzione il da farsi, prendendo in considerazione varie ipotesi[48]. Il responsabile dell’Ufficio della Cancelleria federale (Bundeskanzleramt) Herbert Blankenhorn[49], espresse l’avviso che, vista l’autorità e il prestigio del vescovo Hudal, fosse consigliabile una risposta personale del Cancelliere. Il 12 ottobre 1949 Adenauer inviava dunque una lettera al rettore del Collegio teutonico in cui comunicava di aver «preso conoscenza con interesse» della questione del generale Wagener e degli altri commilitoni reclusi in Italia e di aver chiesto all’avvocato difensore di Wagener, Hans Laternser, informazioni più circostanziate sulla vicenda[50]. Il Cancelliere si riservava di far sapere a Hudal gli eventuali passi che sarebbero stati intrapresi presso il governo italiano. Lo stesso giorno, il 12 ottobre, Blankenhorn chiedeva all’avvocato Laternser una «breve descrizione» delle circostanze che avevano condotto alla condanna di Wagener e degli altri militari tedeschi[51].
Dopo essere stato sollecitato in novembre dall’Ufficio della Cancelleria[52], Laternser, il 6 dicembre 1949, inviava a Bonn copia dell’arringa difensiva tenuta al processo di Roma contro Wagener e gli altri imputati[53]. Nella lettera di accompagnamento l’avvocato esprimeva il parere che le autorità italiane fossero «ben disposte» nei confronti della Germania. Un passo ufficiale del Cancelliere Adenauer non sarebbe rimasto pertanto «senza effetto». L’atteggiamento italiano non era stato mal giudicato dall’avvocato tedesco. Di lì a pochi giorni, infatti, con Decreto presidenziale n. 930 del 23 dicembre 1949 veniva concesso ai criminali di guerra tedeschi un condono della pena di tre anni. Il primo a beneficiare di questa misura fu il maggiore Josef Strauch, rimesso in libertà il 29 gennaio 1950.[54]
Intanto, l’Ufficio della Cancelleria accelerava il lavoro e affidava la cura della questione dei criminali di guerra tedeschi reclusi in Italia al responsabile dell’ufficio di collegamento con l’Alta Commissione Alleata, von Trützschler. Il 21 dicembre 1949 questi si rivolgeva di nuovo all’avvocato Laternser per avere informazioni sulla condanna inflitta ai militari tedeschi e sulla durata della pena ancora da scontare[55]. Il 2 gennaio 1950 Laternser rispondeva di non avere a disposizione la sentenza del processo Wagener, in possesso degli avvocati difensori italiani[56]. Egli ricordava, in ogni caso, che il generale Wagener era stato condannato a 15 anni di reclusione, mentre gli altri coimputati a pene inferiori. Sottolineava poi che contro la sentenza di primo grado era stato interposto un ricorso, di cui era prevista la discussione in febbraio. Avvertiva però che i tempi avrebbero potuto slittare. Infine, rendeva noto che in Italia era stata annunciata una vasta amnistia, di cui avrebbero potuto beneficiare anche i condannati tedeschi. L’amnistia non sarebbe stata tuttavia applicabile fino al pronunciamento di un giudizio definitivo.
Cinque giorni dopo, il 7 gennaio, Laternser scriveva nuovamente al Bundeskanzleramt per comunicare informazioni più dettagliate, che gli erano state fornite dal generale Wagener e dagli altri suoi assistiti in Italia[57]. Egli riferiva che la discussione del ricorso era stata fissata presso il Tribunale supremo militare di Roma per 17 febbraio 1950. Il Papa Pio XII, il vescovo Hudal e il responsabile della giustizia dell’Ordine di Malta si erano già attivati in vista di questo appuntamento, inviando lettere alle autorità italiane competenti. Sarebbe stato quindi «di decisiva importanza che il Cancelliere federale Adenauer, in occasione della sua attesa visita a Roma, manifestasse il suo interesse per la questione in una conversazione col presidente del consiglio De Gasperi». Ciò avrebbe avuto un’influenza determinante sul riesame del processo. Durante la visita del cancelliere gli avvocati italiani di Wagener avrebbero provato ad entrare in contatto con Adenauer o con un suo incaricato per fornire un breve resoconto della situazione processuale. Laternser osservava che sui condannati non pesavano accuse infamanti e che essi non avevano mai commesso abusi nell’esercizio delle proprie funzioni né oltrepassato i limiti della legge tedesca e del diritto internazionale. Meritavano pertanto ogni appoggio da parte delle autorità tedesche. L’avvocato invitava il Bundeskanzleramt a tener conto dei suggerimenti espressi e a intervenire per la loro liberazione.
Nel frattempo, il generale Wagener si era rivolto direttamente al responsabile dell’Ufficio della Cancelleria Federale, Herbert Blankenhorn[58]. Con una lettera datata 21 dicembre 1949, Wagener aveva illustrato e sollecitato la proposta di incontro con Adenauer o con un suo emissario richiamata da Laternser, e segnalato a questo scopo l’indirizzo e il numero di telefono dell’avvocato italiano Ermanno Belardinelli, uno dei membri del collegio della difesa, perfettamente in grado di parlare tedesco. Il 18 gennaio 1950 von Trützschler rispondeva alle due lettere di Laternser del 2 e del 7 gennaio[59]. Al difensore di Wagener veniva comunicato che per il momento non era prevista alcuna visita di Adenauer a Roma e che pertanto la possibilità di un suo intervento personale sul governo italiano era da escludersi. Finché pendeva il ricorso, era analogamente da escludere qualsiasi passo del governo tedesco presso l’Alta Commissione Alleata, ritenuto poco produttivo e a rischio di offendere la suscettibilità delle autorità italiane. Von Trützschler, comunque, assicurava che l’intera faccenda era seguita con attenzione dalla Cancelleria. E aggiungeva che, dopo la prossima apertura della rappresentanza diplomatica italiana a Bonn[60], sarebbe stata valutata l’opportunità di esercitare un’«influenza informale» sugli inviati diplomatici italiani. Laternser era pregato di informare il generale Wagener del contenuto della lettera. Dalla documentazione del Bundeskanzleramt non risultano altri passi da parte tedesca fino al maggio 1950. Nel frattempo nella vicenda giudiziaria del ‘gruppo di Rodi’ si erano prodotti sviluppi significativi. Il 13 marzo 1950 il Tribunale supremo militare aveva rigettato i ricorsi dei condannati[61]. Il giorno stesso, pertanto, la sentenza era diventata esecutiva. Sul piano legale, era seguita una risposta immediata: il 15 marzo Wagener e gli altri tre militari tedeschi avevano interposto ricorso straordinario presso la Cassazione. Pendente ancora il giudizio della Cassazione, l’11 aprile 1950 tutti e quattro i criminali di guerra tedeschi avevano beneficiato, al pari del già ricordato Josef Strauch e di Alois Schmidt, di un condono della pena pari a tre anni. La Cancelleria federale fu informata dell’esecutività della sentenza da una lettera inviata da Roma al cancelliere Adenauer, in data 1 aprile 1950, da Margarete Krüger Appelius, sorella del vice-presidente Appelius.[62] La donna segnalava che, dopo il fallimento del ricorso, Wagener e compagni erano stati trasferiti nel carcere di Gaeta e caldeggiava un intervento del governo tedesco a loro favore. La lettera giunse a Bonn alla metà di aprile[63]. Circa due settimane dopo, il 4 maggio 1950 von Trützschler si rivolgeva di nuovo all’avvocato Laternser per chiedere dettagli sulla bocciatura del ricorso[64]. Egli chiese anche informazioni sul passo compiuto dai legali italiani presso la Cassazione. Per von Trützschler era necessario che Bonn avesse «la migliore conoscenza possibile dello stato delle cose» per poter esaminare «se e in quale momento risultasse opportuno intraprendere delle iniziative per ottenere la grazia o la sospensione della pena per il Maggiore-generale Wagener». Di lì a poco, in effetti, il governo tedesco compiva i primi passi presso le autorità italiane. In mancanza di una regolare rappresentanza diplomatica a Roma[65], il canale prescelto fu quello di incaricare una persona di fiducia in Italia. La persona prescelta fu il conte Giovanni von Planitz, che nel maggio 1950 fu accreditato presso i ministeri italiani dell’Interno e della Difesa come «Incaricato speciale del Governo tedesco federale», responsabile della cura degli interessi degli internati tedeschi in Italia[66]. Avvocato di origini tedesche, ma ufficiale in congedo dell’esercito italiano, in possesso della doppia cittadinanza italiana e tedesca, von Planitz. all’inizio del 1950 aveva iniziato a operare, in accordo con il Ministero tedesco per i Rifugiati e con quello della Giustizia, a favore del rimpatrio dei cittadini germanici internati a Fraschette e a Farfa Sabina. A partire dal 1947 aveva lavorato come interprete e coadiutore giudiziario nel procedimento contro Wagener e compagni, continuando poi, di propria iniziativa, a prestare aiuto legale ai tedeschi condannati per crimini di guerra reclusi nelle carceri italiane. Oltre a buoni rapporti col Ministero della Giustizia italiano e con quello della Difesa, von Planitz vantava di avere buone relazioni con De Gasperi e con il suo capo di gabinetto.[67] Il 28 maggio 1950 von Planitz indirizzò al Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, una prima petizione in favore della liberazione di Wagener e degli altri criminali di guerra tedeschi, i quali – come egli scriveva - «se incorsero nei rigori della legge, ciò fu sempre ed unicamente per un così alto senso di disciplina che ebbe ad animarli da costringerli ad azioni che comunque esse vogliansi valutare, rappresentavano per loro una necessità indeclinabile dei loro doveri»[68]. L’obbedienza agli ordini superiori, leit-motiv di tutte le difese opposte alle accuse di crimini di guerra, veniva utilizzato come argomento a discolpa anche nella seconda lettera inviata da von Planitz al Presidente Einaudi il 21 giugno 1950: «se rei – notava von Planitz -, non per altro lo sono stati che per obbedienza agli ordini dei capi e rispetto alle leggi della loro patria»[69]. Per convincere il proprio interlocutore, l’incaricato speciale del governo tedesco faceva notare come il numero dei militari germanici condannati o sotto giudizio per crimini di guerra fosse in Italia «assolutamente esiguo» in rapporto agli altri paesi europei. In Italia erano infatti coinvolte non più di 10 persone, a fronte di 1300 in Francia, 1700 in Jugoslavia, 400 in Belgio, 300 in Olanda, 150 in Norvegia, 120 in Grecia, di 50 in Danimarca. Ricordando il valore di perdono dell’Anno Santo, von Planitz sollecitava la suprema carica dello Stato italiano a compiere «un atto di clemenza», che, per il suo valore d’esempio, sarebbe servito «a rendere più intime e cordiali le relazioni fra i popoli comunemente inspirati a sentimenti di cristiana pietà». L’estate passava senza che alle domande di grazia fosse data alcuna risposta[70]. Solo quattro mesi dopo la sua ultima lettera ad Einaudi, il 17 ottobre 1950, von Planitz si rivolgeva all’Ufficio per gli Affari esteri presso la Cancelleria federale per comunicare nuovi sviluppi[71]. Egli informava che il ricorso in Cassazione promosso da Wagener e dagli altri militari del ‘gruppo di Rodi’ sarebbe stato discusso in data 28 ottobre. Segnalava poi che le domande di grazia da lui inoltrate erano state valutate positivamente dal Procuratore generale militare (cioè da Umberto Borsari), ma avevano incontrato una certa resistenza da parte del Ministro della Difesa Pacciardi. Per questo motivo, il Presidente della Repubblica Einaudi non aveva ancora preso una decisione e aveva rinviato nuovamente la pratica al Ministero della Difesa per ulteriore esame. In questa situazione, secondo von Planitz, diventava risolutivo intervenire con solerzia presso il Ministero degli Esteri italiano. Egli sottolineava che, a causa di frizioni sorte con Palazzo Chigi[72], era sconsigliabile un suo personale interessamento e suggeriva quindi di rivolgersi alla missione diplomatica italiana a Bonn. Nonostante le sollecitazioni di von Planitz, le autorità tedesche si mossero con una certa cautela. Il 25 ottobre Bonn chiese al governo di Roma una copia dei protocolli delle sedute o della sentenza del processo Wagener da cui risultasse la composizione della corte[73]. Come motivazione si affermava che tale documentazione serviva per il processo in corso in Belgio contro il generale von Falkenhausen, dove era sorto un contenzioso sulla composizione del tribunale giudicante. Dal momento che almeno la sentenza era in possesso degli avvocati italiani di Wagener e dunque facilmente recuperabile, il passo diplomatico tedesco era probabilmente finalizzato a rendere manifesto, per via indiretta, l’interessamento di Bonn alla questione dei criminali di guerra in Italia. Il governo tedesco non aveva però ancora deciso un’iniziativa specifica. Tant’è che il 26 ottobre 1950 von Trützschler, rispondendo alla lettera di von Planitz del 17 ottobre, affermava che prima di intraprendere qualsiasi passo occorreva aspettare il risultato del ricorso in Cassazione[74]. Si invitava comunque von Planitz a comunicare qualsiasi caso di criminali di guerra tedeschi condannati in Italia con sentenza passata in giudicato allo scopo di preparare adeguata richiesta di grazia. Pur aspettando il responso della Cassazione, Bonn era determinata a intervenire. Le cose maturarono velocemente fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre.
Il 28 ottobre 1950 il conte von Planitz informava il Ministero della Giustizia tedesco che la Cassazione aveva respinto quel giorno il ricorso di Wagener e degli altri prigionieri germanici, confermando la sentenza[75]. Non restava adesso altra via che la grazia. Per favorire una soluzione positiva per le richieste di grazia pendenti, von Planitz sollecitava nuovamente una presa di contatto con la Missione diplomatica italiana in Germania. Occorreva inoltrare un fermo reclamo. A suo avviso, non era infatti ammissibile che una persona come il generale Graziani, condannato a 21 anni di reclusione, venisse liberato per amnistia, mentre uno come il caporale Felten, condannato a 9 anni, dovesse scontare ancora 5 anni di carcere. Il 30 ottobre von Planitz informava del negativo pronunciamento della Cassazione anche l’Ufficio per gli affari esteri della Cancelleria[76]. Nella lettera, rinnovava l’invito ad un intervento presso i rappresentanti diplomatici italiani in Germania per ottenere la grazia non solo dei quattro del ‘gruppo di Rodi’, ma anche del capitano Alois Schmidt e del tenente Franz Covi, che avevano rinunciato a ricorrere in appello[77]. Il 1 novembre 1950 von Planitz inviava quindi alla Cancelleria una relazione dell’avvocato Ermanno Belardinelli, che illustrava le motivazioni del giudizio della Cassazione[78]. Lo stesso 1 novembre von Planitz inviò d’urgenza un telegramma all’Ufficio per gli affari esteri della Cancelleria, in cui segnalava che le richieste di grazia per Wagener, Mai, Nicklas e Felten erano state appena ritrasmesse con giudizio negativo dal Ministero della Difesa al Presidente della Repubblica[79]. «Un passo ufficiale da parte vostra – scriveva von Planitz – è ora assolutamente necessario, per prevenire una decisione negativa del Presidente Einaudi». La mattina del 3 novembre, però, von Trützschler rispondeva stringatamente, confermando quanto affermato nella precedente lettera del 26 ottobre, e cioè che nessun passo era possibile prima del giudizio della Cassazione[80]. La risposta si spiega col fatto che la Cancelleria federale non aveva ancora ricevuto né le lettere di von Planitz del 30 ottobre e del 1 novembre (il timbro di registrazione porta infatti la data del 4 novembre), né la lettera di von Planitz del 28 ottobre al Ministero della Giustizia, inoltrata al Bundeskanzleramt solo il 17 novembre. Nessuno alla Cancelleria federale conosceva ancora il pronunciamento della Cassazione. La sera del 3 novembre von Planitz si affrettò dunque ad inviare un nuovo telegramma all’Ufficio affari esteri della Cancelleria, col quale comunicava il responso negativo della Cassazione italiana[81]. Come egli osservava, un «passo ufficiale» del governo tedesco era adesso «possibile e molto urgente». Dalle 9 della mattina del 4 novembre 1950, ora in cui il telegramma di von Planitz fu ricevuto a Bonn, le autorità tedesche furono informate della situazione prodottasi in Italia. Esse agirono stavolta con decisione. Figura centrale sulla scena fu il deputato della Unione cristiano-democratica tedesca (CDU) Heinrich Höfler. Compagno di partito ed amico personale di Konrad Adenauer, Höfler era direttore della Caritas tedesca[82]. Persona ben conosciuta dal Presidente del Consiglio De Gasperi e dal suo Capo di Gabinetto Paolo Canali, egli aveva coltivato strette relazioni con molte autorità italiane ed era anche in contatto con il vescovo Alois Hudal. All’inizio dell’anno, era stato Höfler a suggerire il nome di von Planitz come uomo di fiducia in Italia del governo tedesco per il problema dei rifugiati[83]. Egli stesso si era recato a Roma nella primavera del 1950 per trattare con il Ministero dell’Interno il rimpatrio dei rifugiati[84]. Höfler era senza dubbio fra le persone più indicate per condurre una delicata iniziativa diplomatica nella penisola. La mattina del 14 novembre 1950 Höfler ebbe con il Cancelliere Adenauer una conversazione a quattr’occhi sulla questione dei criminali di guerra tedeschi in Italia[85]. Considerato il rischio che le richieste di grazia potessero essere respinte, Höfler concordò con Adenauer di condurre il prima possibile una missione in Italia. Era previsto che egli prendesse contatto con il capo di gabinetto di presidente del Consiglio e con i ministri della Giustizia e della Difesa. Il 15 novembre l’Ufficio per gli Affari Esteri presso la Cancelleria rilasciava ad Höfler un certificato, con cui si attestava che «per incarico del Cancelliere della Repubblica Federale il deputato del Bundestag germanico, Sig. Höfler Heinrich, si reca in Italia per consultarsi con le competenti Autorità italiane sulla situazione dei prigionieri ed internati germanici rimasti tuttora nelle prigioni e nei campi italiani»[86]. Il 17 novembre 1950 Höfler partiva per l’Italia.
Il Ministero degli Affari Esteri italiano di fronte alla questione dei criminali di guerra tedeschi
Prima di soffermarsi sui risultati della missione del deputato tedesco, è opportuno analizzare il comportamento tenuto fino ad allora dalle autorità italiane a proposito della questione dei criminali di guerra tedeschi. Abbiamo già accennato alle remore che da parte italiana erano state manifestate a proposito dei processi ai criminali tedeschi, soprattutto da parte del Ministero degli Affari Esteri. Tali remore erano scaturite dalla preoccupazione per il destino dei cittadini italiani accusati di crimini di guerra, richiesti dai paesi aggrediti dall’Italia fascista quali l’Etiopia, l’Albania, la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, l’Unione Sovietica. L’Italia non voleva estradare i propri presunti criminali di guerra e temeva che un’azione contro i criminali tedeschi avrebbe potuto rafforzare le ragioni degli Stati determinati a processare gli italiani. La paura di un «effetto boomerang» (come fu chiamato dall’ambasciatore Quaroni)[87] aveva dunque inibito, insieme ad altri fattori già ricordati, la conduzione di una vasta azione di giustizia contro i criminali tedeschi. In una conversazione tenuta nel giugno 1947 fra il Procuratore militare Borsari e l’alto funzionario degli Esteri Castellani, questi si era espresso favorevolmente circa il prolungarsi dei tempi dei procedimenti contro i criminali tedeschi, in quanto, a suo giudizio, nel frattempo sarebbe stata conclusa la pace con la Germania e il governo italiano avrebbe quindi potuto «compiere il bel gesto di offrire al nuovo Stato tedesco la consegna dei criminali di guerra in suo possesso, perché li faccia giudicare dai propri tribunali»[88]. L’atteggiamento dei governi italiani, fin dall’inizio condizionato dagli interessi nazionali in gioco, risultò nel succedersi del tempo ancor più benevolo e accondiscendente nei confronti dei criminali tedeschi. Ciò avvenne in ragione del mutamento della posizione degli inglesi e degli americani divenuti contrari a misure punitive contro gli ex-nemici tedeschi e in ragione dei sempre più stretti vincoli politici intessuti dall’Italia con la Repubblica federale di Germania. Questi vincoli costituiscono un quadro di fondo imprescindibile per capire lo svolgersi della vicenda dei criminali di guerra di cui ci stiamo occupando[89]. Occorre richiamarli qui brevemente.
Dopo la costituzione nel settembre 1949 del primo governo Adenauer e la contemporanea cessazione del governo militare alleato, l’Italia fu il primo paese ad aprire una Missione diplomatica in Germania occidentale (3 novembre 1949). Affidata a Francesco Babuscio Rizzo, la Missione diplomatica italiana fu spostata nel febbraio 1950 da Francoforte a Bonn, dove nell’aprile 1950 fu trasformata in ambasciata. La ripresa a pieno titolo di rapporti ufficiali fra i due paesi fu possibile soltanto dopo la revisione dello statuto di occupazione della Germania compiuta nel marzo del 1951. Solo alla fine di maggio del 1951 il Consolato generale tedesco, aperto a Roma nel dicembre 1950, fu infatti trasformato in ambasciata. Nonostante i tempi richiesti per la ripresa di regolari relazioni interstatuali, i rapporti politici fra i due paesi risultarono molto intensi fin dall’inizio. Importante fu il sostegno italiano alla candidatura nel Consiglio d’Europa della Bundesrepublik, che fu invitata ad aderire al Consiglio il 30 marzo 1950, ne divenne membro associato il 13 luglio successivo e membro effettivo il 2 maggio 1951. Ugualmente positiva per Bonn fu la scelta di Roma di appoggiare la proposta del francese Robert Schuman di costituire una Comunità europea del carbone e dell’acciaio (maggio 1950) e, poco dopo, quella di sostenere i progetti di riarmo della Germania formulati prima nel Consiglio atlantico di New York (settembre 1950), poi dal Presidente del Consiglio francese René Pleven, fautore della creazione di un esercito europeo (24 ottobre 1950). Anche sul piano dei rapporti politici bilaterali, si crearono presto delle strette relazioni fra i due Paesi, specialmente fra la Democrazia cristiana e i partiti cristiani tedeschi CDU e CSU[90]. Il console italiano a Monaco, Francesco Maria Malfatti, promosse efficacemente i contatti fra esponenti della DC e dell’Azione cattolica italiana e esponenti dell’Unione cristiano sociale bavarese (CSU)[91]. Molti deputati bavaresi del partito furono a Roma nel dicembre 1949 in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Santo. I rapporti fra i partiti d’ispirazione cristiana si intensificarono durante la segreteria Gonella, a partire dall’aprile 1950. Nello stesso mese di aprile del 1950, in occasione del congresso di Sorrento delle Nouvelles equipes internationales (l’organo di collegamento fra i partiti democratico-cristiani europei), si recò in Italia il presidente dei deputati della CDU al Bundestag, Heinrich von Brentano, che incontrò i vertici della DC e fu ricevuto in udienza dal Papa[92]. Per favorire l’intesa fra l’Italia e la Germania federale, nel mese successivo fu costituita a Roma l’Associazione italo-tedesca, di cui il segretario della Democrazia cristiana, Guido Gonella, fu nominato Presidente onorario[93]. In ottobre visitarono l’Italia il presidente del consiglio dei ministri bavarese Hans Ehard e il potente Ministro federale dell’economia Ludwig Erhard. Nello stesso mese, nell’ottobre 1950, Gonella si recò a Gosslar per assistere al congresso della CDU. In quella occasione invitò Adenauer a compiere una visita in Italia. E’ in questa cornice, di comuni interessi sul piano della politica internazionale e di progressiva ripresa dei contatti politici bilaterali fra i principali partiti di governo nei due Paesi, che va inquadrato l’atteggiamento italiano nei riguardi della questione dei criminali di guerra tedeschi.
Nella primavera del 1950 la diplomazia italiana era stata chiamata ad affrontare il problema degli internati tedeschi nei campi di Fraschette e di Farfa Sabina[94]. La stampa tedesca aveva pubblicato numerosi articoli e testimonianze, in cui i due campi erano descritti come veri e propri lager in cui venivano gettati cittadini germanici incolpevoli, sottoposti senza ragione a violenze e privazioni materiali. Si era prodotto così un certo turbamento nell’opinione pubblica. In realtà, nei due campi venivano internati profughi tedeschi, per lo più di giovane età, penetrati in Italia illegalmente senza documenti, col proposito di emigrare, soprattutto nelle Americhe. Le autorità a Bonn erano al corrente della realtà delle cose e operarono con responsabilità per frenare le escandescenze dell’opinione pubblica tedesca. Il problema dei profughi fu al contempo affrontato in Italia dal Ministero degli Interni e dal Ministero degli Esteri e avviato a soluzione con l’accelerazione dei rimpatri, in collaborazione col nuovo Consolato generale tedesco di Roma[95]. A partire dalla seconda metà di agosto 1950, accanto al problema dei profughi, emerse in primo piano anche il problema dei tedeschi condannati in Italia per crimini di guerra. A sensibilizzare sull’argomento il Ministero degli Affari Esteri fu l’ambasciatore italiano in Germania Babuscio Rizzo. In un telespresso inviato il 18 agosto 1950, egli riferiva che la stampa e l’opinione pubblica del Paese da tempo si mostravano «particolarmente sensibili alla sorte dei cittadini tedeschi condannati in altri Stati per fatti connessi alle ostilità belliche o all’occupazione tedesca di quei territori»[96]. Tale «rinnovato interesse» non scaturiva solo da un senso di «solidarietà nazionale», ma anche dalla «sensazione che molte delle sentenze pronunciate contro cittadini tedeschi da corti alleate o organi giudiziari di altri Stati erano totalmente o parzialmente prive di fondamento legale e equitativo». L’ambasciatore affermava la presenza di un «diffuso convincimento» fra i tedeschi, secondo cui «il graduale avviamento della Germania verso la sovranità ed il suo reinserimento a parità di diritti nella comunità occidentale comporta[va]no l’esigenza di rivedere una legislazione nata dalla mentalità armistiziale e come tale anacronistica e superata e di sopprimere se non tutti, molti degli effetti derivanti dalla sua passata applicazione». Come esempi significativi di passi compiuti in questa direzione, Babuscio Rizzo menzionava la costituzione a Monaco di una “Commissione per la grazia ai criminali di guerra”, istituita dalle autorità americane, e la notizia della liberazione dal carcere di Landsberg di alcuni detenuti di alto livello fra cui il Dr. Dietrich, ex-capo dell’Ufficio stampa del Terzo Reich e il Dr. Lehmann, direttore delle fabbriche Krupp. Come conseguenza di questo nuovo orientamento delle autorità americane si era esacerbata l’ostilità dei tedeschi verso i Paesi che invece continuavano ad istruire processi contro cittadini germanici per delitti di guerra, ad esempio il Belgio e la Francia. L’ambasciatore invitava il Ministero a considerare con attenzione la nuova situazione psicologica creatasi in Germania. Era facile prevedere che ad essa sarebbe seguita «prima o dopo un’iniziativa ufficiale del governo tedesco». Occorreva pertanto valutare l’opportunità di predisporre anche in Italia provvedimenti di condono per i criminali di guerra tedeschi. Non solo Babuscio Rizzo si mostrava favorevole a misure di questo genere, ma suggeriva anche lo strumento tecnico da utilizzare: la grazia piuttosto che un’amnistia. Lo strumento della grazia, adottato anche dalle autorità americane, presentava infatti «il vantaggio di prescindere da provvedimenti legislativi di portata generale, suscettibili fra l’altro di provocare reazioni negative nell’opinione pubblica interna, e di adottare invece, caso per caso e tenuto conto di tutti gli elementi di merito, singoli provvedimenti di condono».
La Direzione Generale Affari Politici del Ministero degli Esteri ricevette il telespresso di Babuscio Rizzo il 9 settembre 1950. Cinque giorni dopo, il 14 settembre, lo inoltrava al Ministero di Grazia e Giustizia e per conoscenza alla Presidenza del Consiglio dei Ministri[97]. Il 26 ottobre il Ministero di Grazia e Giustizia trasmetteva a Palazzo Chigi una nota del Procuratore generale militare Umberto Borsari, che conteneva l’elenco dei criminali di guerra tedeschi detenuti in Italia[98]. Il Ministero di Grazia e Giustizia faceva rilevare che «le proposte per eventuali provvedimenti di clemenza in favore dei detenuti, in detta nota elencati, sono di competenza del Ministero della Difesa». I militari tedeschi in carcere erano in tutto otto. Borsari li aveva suddivisi in tre categorie. Quelli condannati con sentenza passata in giudicato, i ricorrenti e coloro che si trovavano in attesa di giudizio. Al primo nucleo appartenevano Wagener, gli altri tre del ‘gruppo di Rodi’ (Nicklas, Mai, Felten) e il capitano Alois Schmidt, recluso nel carcere militare di Napoli. Venivano poi elencate le pene comminate a ciascun detenuto, il tribunale che aveva emesso la sentenza e il residuo di pena ancora da scontare. Al generale Wagener rimanevano da scontare 8 anni e 5 mesi di reclusione, al maggiore Nicklas 3 anni e 5 mesi, al tenente Mai 5 anni e 5 mesi, al caporale Felten 2 anni e 5 mesi, al capitano Schmidt 1 anno e 5 mesi. Fra i ricorrenti figuravano il tenente colonnello Herbert Kappler, condannato all’ergastolo e detenuto nel Reclusorio di Gaeta, e il tenente Franz Covi, condannato a 14 anni e 8 mesi e detenuto nel carcere militare di Torino con una pena di 8 anni e 10 mesi ancora da scontare. In attesa di giudizio risultava soltanto il maggiore Walter Reder, detenuto presso le carceri militari di Bologna. Come si rileva da un appunto della Direzione affari politici del Ministero degli Esteri[99], agli inizi di ottobre l’ambasciatore Babuscio Rizzo si era recato a Roma, dove aveva richiamato l’attenzione del Segretario generale di Palazzo Chigi, il conte Vittorio Zoppi, e del Direttore generale degli Affari politici, Jannelli, sulla particolare importanza che il Governo di Bonn annetteva al problema dei cittadini tedeschi condannati all’estero come criminali di guerra. L’ambasciatore aveva citato in quell’occasione il proprio telespresso del 18 agosto e chiesto di conoscere quale seguito esso avesse avuto. Dalla documentazione non è dato sapere se egli avesse agito in base ad una sollecitazione ricevuta da Bonn. E’ probabile che su Babuscio Rizzo fosse stata esercitata dalle autorità tedesche quell’«influenza informale» ipotizzata da von Trützschler nel gennaio precedente. Prima ancora che dalla Cancelleria federale, si può presumere che un’azione di “sensibilizzazione” possa essere stata esercitata dal Ministero della Giustizia tedesco o dal Ministero per i Rifugiati, i dicasteri più interessati alla sorte dei criminali di guerra e impegnati nella loro difesa legale. Negli stessi giorni in cui Babuscio Rizzo incontrava a Roma i suoi superiori, l’attenzione sul problema dei criminali tedeschi era stata richiamata anche da un’iniziativa di Giovanni von Planitz. Paolo Canali, segretario particolare del Presidente del consiglio De Gasperi[100], informava il Segretario generale agli Esteri, Vittorio Zoppi, di aver ricevuto la visita di «un certo barone von Planitz», il quale si era detto «incaricato ufficialmente dal Governo di Bonn di perorare la domanda di grazia di otto generali tedeschi che sarebbero stati condannati dai nostri tribunali». Von Planitz si era comportato «cafonescamente», accennando alla possibilità di un rinvio della ripresa delle relazioni diplomatiche se la grazia non fosse stata concessa. Il resoconto dell’incontro tra Canali e von Planitz si trova in un appunto manoscritto del conte Zoppi, non datato ma presumibilmente riconducibile ai primi giorni di ottobre[101]. Zoppi rispose a Canali con una lettera inviata il 9 ottobre, con la quale, basandosi sui dati comunicati dal Procuratore Borsari, rettificava l’indicazione fornita da von Planitz di «otto generali» tedeschi sotto condanna[102]. In carcere vi era un solo generale (cioè Wagener), e in tutto sette ufficiali, di cui tre condannati in via definitiva, tre in prima istanza, uno in attesa di giudizio. In allegato, Zoppi inviava una relazione della Questura di Roma e un rapporto della Rappresentanza italiana a Bonn su von Planitz. Questi documenti risultano mancanti. Non si sa quindi di quali informazioni si disponesse a Roma sull’«incaricato speciale del governo tedesco». L’episodio conferma in ogni caso il deteriorarsi dei rapporti fra von Planitz e il Ministero degli Esteri italiano. Si capisce bene perché nei giorni successivi, come in precedenza richiamato, von Planitz sollecitasse un intervento di Bonn sostenendo l’inopportunità di un proprio impegno diretto. A Palazzo Chigi non risultano sviluppi della questione dei criminali di guerra fino alla seconda metà di novembre, quando giunse la notizia della prossima visita in Italia di Heinrich Höfler. Venerdì 17 novembre 1950 Babuscio Rizzo riferiva al Ministero di essere stato informato dal Cancelliere Adenauer dell’«intenzione di inviare in Italia il deputato Heidrich (sic!) Höfler per prendere contatti informativi con le competenti autorità italiane circa la situazione dei prigionieri ed internati tedeschi»[103]. L’ambasciatore esprimeva l’avviso che la visita di Höfler potesse «servire a troncare una volta per sempre le insinuazioni riportate di tanto in tanto in questa stampa sugli internati tedeschi». Quindi richiamava l’attenzione di Palazzo Chigi sul suo telespresso del 18 agosto, «avendo motivo di ritenere che il signor Höfler vorrà sondare il pensiero del Governo italiano anche sulla questione dei criminali di guerra». Babuscio Rizzo informava che il deputato tedesco aveva espresso il desiderio di partire «fra pochi giorni» e di far visita al Ministro della Difesa e al Ministro Guardasigilli, oltre che al capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio. Visto l’interesse che il Cancelliere Adenauer attribuiva alla visita, l’ambasciatore pregava di «favorire i desiderati contatti». Egli si riservava di comunicare la data dell’arrivo a Roma dell’inviato tedesco e ogni altro dettaglio utile. Il Ministero degli Esteri si mosse con sollecitudine. Appena ricevuta la comunicazione di Babuscio Rizzo, il 20 novembre la Direzione generale affari politici preparò un appunto per il Segretario Zoppi in cui era illustrata la situazione degli internati tedeschi e dei criminali di guerra ed era definita la posizione italiana in vista di un’eventuale risposta da dare a Höfler[104]. Per quanto riguardava gli internati, si trattava di circa 120 persone, il cui prolungato internamento era dovuto soprattutto alle difficoltà frapposte dalle autorità alleate di occupazione in Germania. Da parte italiana vi era tutto l’interesse ad affrettarne il rimpatrio. Per quanto riguardava invece i tedeschi condannati e detenuti per crimini di guerra, si riportavano le indicazioni fornite da Borsari e si indicavano i nomi dei condannati (Wagener, Nicklas, Mai, Felten, Schmidt, Kappler, Covi, Reder), i motivi della condanna e la pena inflitta. Quindi si osservava:-
E’ certo che il Signor Höfler farà sondaggi, sia pure in via ufficiosa, per prospettare la questione, assai sentita in questo momento in Germania, della possibile adozione di provvedimenti di condono e di grazia a favore dei criminali di guerra condannati all’estero.
La situazione dei nostri rapporti col Governo di Bonn suggerisce di non opporre, se possibile, a tali prevedibili sondaggi un atteggiamento totalmente negativo e si ritiene che per taluni detenuti, meno gravemente implicati, potrebbe essere esaminata la possibilità di una mitigazione e diminuzione della pena.
Sarebbe quindi opportuno, qualora si decidesse in tal senso, di interessare il competente Ministero della Difesa (Tribunale Supremo Militare) affinché proceda sin d’ora ad una revisione dei singoli casi e sottometta proposte al riguardo
Le valutazioni della Direzione affari politici erano condivise da Zoppi che, a mano, sulla copia dell’appunto commentò:- «Va bene condoni senza grazie totali e poi silenzio»[105]. Agli Esteri si riteneva dunque possibile e politicamente opportuno fare delle concessioni al governo tedesco, ma solo per i colpevoli dei crimini meno gravi e senza arrivare ad una completa estinzione della pena. Occorreva poi del tempo per studiare i singoli casi e preparare gli eventuali provvedimenti. Se dunque la missione di Höfler avesse mirato, come obiettivo principale, a sollevare la questione dei criminali di guerra, essa doveva ritenersi inopportuna e occorreva fosse rinviata. Fu quello che Zoppi comunicò all’ambasciata italiana a Bonn con un telegramma inviato la sera stessa del 20 novembre 1950. Scriveva il Segretario generale:-
Qualora fosse intenzione di Höfler di proporsi, come scopo particolare del suo viaggio, di richiedere siano adottate a favore predetti criminali guerra misure clemenza, sarebbe opportuno trovare il modo di rinviare sua venuta, affinché si abbia il tempo ed anche la possibilità di esaminare questione. In linea di massima siamo favorevoli ai provvedimenti di cui sopra, ma bisogna prepararli qualora si voglia che qualche risultato positivo sia raggiunto, ciò anche in relazione agli ovvii riflessi politici di carattere interno.[106]
Il telegramma di Zoppi giungeva però troppo tardi. Come sappiamo, Höfler si era già messo in viaggio per l’Italia il 17 novembre, senza che Babuscio Rizzo a Bonn ne fosse stato informato. Nel colloquio avuto con Adenauer, l’ambasciatore era stato messo a conoscenza della missione di Höfler ma non del suo imminente inizio. Soltanto la sera di martedì 21 novembre, dunque quattro giorni dopo la partenza di Höfler, Babuscio Rizzo fu in grado di comunicare la notizia a Palazzo Chigi[107]. L’ambasciatore scelse toni rassicuranti, informando che Höfler era già partito per l’Italia «chiamato a Roma anche per altre questioni inerenti all’associazione “Charitas”». Egli riferì di aver «reso note alla Cancelleria federale le nostre disposizioni favorevoli, in linea di principio, alle misure di clemenza invocate per i criminali di guerra» ed espresse il parere che per il momento il governo tedesco non attendesse «risultati più positivi». Bonn riteneva infatti «perfettamente giustificata» la necessità di un’adeguata preparazione che evitasse reazioni nell’opinione pubblica italiana.
Babuscio Rizzo non aveva mancato di segnalare al governo tedesco la «scarsa opportunità» della missione Höfler, secondo il punto di vista italiano[108]. Ciononostante, la Cancelleria non prese in considerazione l’ipotesi di richiamare Höfler in Germania. Adenauer continuò ad appoggiare l’iniziativa e, per garantirne le possibilità di successo, tenne in sospeso la proposta avanzata pochi giorni prima dalla Zentrale Rechtsschutzstelle, che aveva sollecitato la Cancelleria a compiere un passo ufficiale presso il governo italiano per chiedere la grazia a favore dei quattro criminali tedeschi del ‘gruppo di Rodi’ e di Franz Covi[109]. Dopo aver richiamato il parere espresso dall’ambasciata italiana e segnalato l’inizio della missione Höfler, il 24 novembre von Trützschler comunicava al Ministro tedesco della Giustizia di «essere costretto a rimandare fino a nuovo ordine una richiesta di grazia per i cinque tedeschi condannati»[110]. La questione sarebbe stata presa di nuovo in considerazione «nel caso che nel frattempo il governo italiano non si fosse pronunciato di sua iniziativa a favore della grazia»[111].
La missione Höfler e la liberazione dei criminali tedeschi del ‘gruppo di Rodi’
Una decisione come quella concernente la concessione della grazia ai criminali di guerra tedeschi dovette necessariamente coinvolgere, fra gli altri, il Ministro degli Affari Esteri Carlo Sforza e il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che dal gennaio 1950 guidava il suo sesto dicastero basato su una maggioranza composta da DC, PSLI e PRI. E’ presumibile che dopo che Palazzo Chigi ricevette la notizia dell’avvenuta partenza di Höfler, sia stata rapidamente avviata una consultazione ai più alti livelli governativi sulle decisioni da prendere. Non è da escludere che Höfler fosse nel frattempo arrivato a Roma e avesse già preso contatto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, presso la quale, come ricordato, vantava ottime entrature. La documentazione rinvenuta non permette di far luce sul ruolo svolto da Sforza e da De Gasperi. Sappiamo invece che il momento decisivo per la riuscita della missione fu l’incontro di Höfler col Segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, conte Vittorio Zoppi, che ebbe luogo domenica 26 novembre 1950 a Palazzo Chigi. Sull’andamento dell’incontro disponiamo di un resoconto particolareggiato redatto dall’avvocato Ermanno Belardinelli, presente al colloquio al fianco di Höfler[112]. Il colloquio durò poco più di mezz’ora, dalle 11.30 alle 12.05. Höfler presentò le proprie credenziali di inviato plenipotenziario del governo tedesco per la questione dei prigionieri di guerra e degli internati. Specificò di essere venuto in missione speciale poiché non erano state ancora riallacciate le relazioni diplomatiche fra l’Italia e la Bundesrepublik. Sottolineò quindi come la situazione dei cittadini tedeschi reclusi nelle carceri militari italiane e raccolti nei campi di internamento stesse particolarmente a cuore al governo tedesco federale. Ed aggiunse che il popolo germanico avrebbe molto apprezzato che «la ripresa delle relazioni ufficiali tramite l’apertura del consolato generale tedesco a Roma fosse stata accompagnata da un atto di grazia a favore dei prigionieri di guerra tedeschi». L’argomento degli internati fu il primo ad essere affrontato e fu risolto rapidamente. Zoppi pose in evidenza che le maggiori difficoltà per il rimpatrio degli internati tedeschi provenivano dagli Alleati. Höfler rispose di esserne perfettamente a conoscenza, di avere già parlato del problema col Ministro dell’Interno Mario Scelba e di aver raggiunto con questi una perfetta intesa. Il deputato tedesco riportò dunque il discorso sui criminali di guerra. Professando piena fiducia nella giustizia italiana, affermò di non aver alcuna intenzione di chiedere interventi a favore dei casi ancora sub judice. Höfler pregò l’interlocutore italiano che fosse fatto il possibile per accelerare i processi in corso ed espresse la speranza che fosse promulgato un atto di grazia per i casi su cui esisteva già un giudizio definitivo. Si arrivò così a parlare del ‘gruppo di Rodi’. Il conte Zoppi espresse in proposito l’opinione che fosse possibile «applicare una mitigazione della pena o un atto di grazia» solo nei confronti dei prigionieri di grado inferiore. A suo avviso «la grazia in favore di un generale», cioè a favore di Wagener, avrebbe «offeso l’opinione pubblica». Un passo del genere era perciò sconsigliabile. A queste osservazioni Höfler replicò che Wagener faceva parte di un unico gruppo di imputati. Inoltre ricordò che, su consiglio della stessa giustizia militare italiana, tutti i condannati avevano rivolto assieme una domanda di grazia, che giaceva presso il Ministero della Difesa. Da parte sua, l’avvocato Belardinelli aggiunse che una mitigazione della pena era ormai da un punto di vista legale impossibile e pose in evidenza come l’opinione pubblica italiana non si fosse mai interessata al caso Wagener. Zoppi, a questo punto, acconsentì alle richieste tedesche e promise che entro un determinato periodo di tempo tutti i prigionieri del ‘gruppo di Rodi’ sarebbero stati graziati. Egli ebbe cura di sottolineare che «nessuna notizia del colloquio doveva arrivare alla stampa, perché altrimenti il governo sarebbe stato attaccato in parlamento da tutti i comunisti». Il Segretario generale dette anche il suo assenso a che Höfler informasse della decisione il cancelliere Adenauer. Alla domanda rivoltagli dal deputato tedesco se fosse necessario interpellare il Ministero della Difesa, Zoppi rispose negativamente. Venendo il colloquio alla sua conclusione, Höfler chiese ed ottenne il permesso di visitare in carcere Wagener e gli altri compagni. Prima di congedarsi, egli spese infine parole conciliative per appianare i contrasti fra il Ministero degli Esteri italiano e von Planitz, scaturiti a suo dire da un semplice fraintendimento. Tutto il colloquio, come scrive Belardinelli, si svolse in «un tono molto cordiale». Tornato a Bonn, l’8 dicembre 1950 Höfler informò la Cancelleria federale del successo della propria missione, che si era protratta dal 18 novembre al 1 dicembre[113]. Con soddisfazione egli comunicò a von Trützschler di aver ottenuto dal governo italiano la promessa della liberazione di tutti i militari tedeschi del ‘gruppo di Rodi’. Höfler si dichiarava fiducioso anche per la sorte degli altri criminali di guerra tedeschi in Italia. Egli raccontava che, sulla via del ritorno, aveva fatto un tentativo per visitare l’ex-maggiore delle SS Walter Reder, detenuto in carcere a Bologna in attesa di giudizio. Il tentativo era stato infruttuoso, ma il deputato tedesco aveva potuto appurare che Reder godeva ottima salute. A suo giudizio, anche il caso Reder faceva ben sperare. L’«impressione generale» di Höfler era che l’Italia fosse «assolutamente pronta a emettere entro un periodo di tempo non troppo lungo altri provvedimenti di grazia», così da «arrivare il più presto possibile ad una soluzione positiva della questione dei prigionieri tedeschi». Da parte tedesca non mancarono nei giorni successivi alcuni passi per favorire questa soluzione. In una lettera del 19 dicembre, lo stesso Heinrich Höfler, ringraziando il conte Zoppi per le promesse fatte durante l’incontro di Roma, auspicava «solleciti provvedimenti di grazia» per i casi ancora in sospeso[114]. Una simile decisione avrebbe rafforzato i rapporti fra l’Italia e la Bundesrepublik, impegnate nella creazione di una «forte e unita Europa», «unica salvezza di fronte al tentativo di un’aggressione orientale». Il richiamo alla necessità di fronteggiare la minaccia sovietica riecheggiava anche nella lettera con cui, nei giorni di Natale, l’ammiraglio Gottfried Hansen, presidente della Lega dei soldati di carriera tedeschi, si rivolgeva ai governi di tutti gli Stati occidentali, fra cui l’Italia, per chiedere un’amnistia generale per tutti i tedeschi ancora incarcerati[115]. Per l’ammiraglio Hansen, la volontà di coinvolgere la Germania nella difesa dell’Occidente non poteva prescindere dalla completa riabilitazione, morale e giudiziaria, dei soldati tedeschi condannati nel dopoguerra. Frattanto in Italia le autorità competenti stavano procedendo a favore di Wagener e degli altri membri del ‘gruppo di Rodi’ secondo le promesse fatte dal conte Zoppi. La preoccupazione maggiore fu indubbiamente quella, già da Zoppi messa in risalto nel colloquio con Höfler, delle possibili reazioni dell’opinione pubblica. Non era una preoccupazione infondata. Il 26 novembre 1950, il giorno stesso dell’incontro fra Höfler e Zoppi, l’«Avanti!», organo ufficiale del partito socialista, aveva pubblicato un articolo ben informato che denunciava l’esistenza di trattative in corso a Roma fra autorità tedesche ed italiane per la liberazione dei criminali di guerra[116]. Il giornale parlava di passi in corso presso la Presidenza della Repubblica, favoriti dalla Santa Sede, che avrebbero dovuto portare alla scarcerazione dei prigionieri tedeschi prima della visita di Adenauer in Italia, che allora si riteneva imminente. Come testimonia un appunto di Zoppi del 27 novembre, la Presidenza della Repubblica stava in effetti esaminando la domanda di grazia per i quattro del ‘gruppo di Rodi’, trasmessa dal Ministro della Difesa Pacciardi, che aveva espresso «qualche dubbio per ripercussioni nell’opinione pubblica»[117]. Un decreto di grazia era stato già firmato il 10 ottobre 1950 dal Presidente della Repubblica Einaudi a favore del capitano Alois Schmidt. Le paure manifestate da Pacciardi, che avevano bloccato sino a quel momento l’iter della grazia, furono superate entro la fine dell’anno. Il 29 dicembre 1950 il conte Zoppi comunicava infatti all’ambasciatore Babuscio Rizzo la decisione definitiva delle autorità italiane di accogliere la domanda di grazia per i prigionieri del ‘gruppo di Rodi’. Nel dispaccio si legge:-
La Presidenza della Repubblica, d’accordo col Ministero della Difesa, ha in questi giorni deciso che provvedimenti di grazia verranno emanati ad un certo intervallo gli uni dagli altri (per ragioni di opinione pubblica interna), a cominciare da un’epoca molto prossima[118].
Zoppi pregava l’ambasciatore a Bonn di «comunicare verbalmente» la notizia al deputato Höfler e di nuovo si raccomandava «di non rendere pubblica per ora la cosa».Il 10 gennaio 1951 Babuscio Rizzo rispondeva di aver provveduto a comunicare la notizia al Segretario di Stato tedesco, Walter Hallstein[119]. L’ambasciatore italiano sottolineava di essersi rivolto ad Hallstein perché non conosceva personalmente Höfler e perché, attraverso il Segretario di Stato, la notizia sarebbe giunta «sollecitamente» al Cancelliere Federale, «assai sensibile alla sorte dei suoi connazionali all’estero ed al nostro atteggiamento in tale materia». Il 17 gennaio Hallstein comunicava ad Heinrich Höfler il completo successo della sua missione[120]. Questi informava immediatamente il console generale tedesco a Roma, Clemens von Brentano, della prossima liberazione dei quattro prigionieri tedeschi e lo invitava a preparare i documenti necessari per l’espatrio[121]. In questo modo si sarebbe evitato che dopo la scarcerazione essi fossero internati provvisoriamente nel campo di Fraschette in attesa dei visti per la Germania. All’inizio di febbraio il Consolato generale tedesco si rivolse al Ministero degli Esteri italiano tramite il consigliere di legazione Heinz Heggenreiner per conoscere «le modalità e i termini dei provvedimenti di clemenza»[122]. Circa un mese più tardi, il 13 marzo 1951, lo stesso Consolato generale chiese a Palazzo Chigi che, una volta liberati, i militari tedeschi fossero consegnati direttamente ad una persona incaricata dal Consolato generale, il Dott. Erich Bendheim, «affinché si possa provvedere all’immediato rimpatrio in Germania ed evitare possibilmente ogni indiscrezione della stampa»[123]. La richiesta tedesca fu accolta prontamente dalle autorità italiane. Il 21 marzo 1951, infatti, il Procuratore generale militare, Umberto Borsari, si rivolgeva all’Ufficio stranieri presso la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, pregando di «disporre preventivamente per gli accertamenti necessari» nei confronti dei quattro militari tedeschi del ‘gruppo di Rodi’ «in modo da poter dare il nulla osta per il rimpatrio, appena disposta l’escarcerazione»[124]. La misura era volta ad evitare il pericolo, già richiamato da Höfler, che i militari tedeschi, prima del ritorno in Germania, fossero trattenuti in campo di internamento «in attesa delle informazioni sul loro conto».Intanto, a seguito del passo compiuto in febbraio dal consigliere Heggenreiner, il conte Zoppi aveva telefonato al segretario generale del Presidente della Repubblica, Antonio Carbone, per sollecitare «almeno un primo provvedimento di condono»[125]. Il meccanismo predisposto dalle autorità italiane prevedeva che il Ministero della Difesa, d’intesa con la Procura Generale Militare, presentasse alla Presidenza della Repubblica successive proposte di condono della pena, in maniera che i militari tedeschi detenuti potessero essere liberati e rimpatriati, uno per volta, a distanza di un paio di mesi l’uno dall’altro[126]. Il Ministero degli Esteri era incaricato di tenere i rapporti col governo tedesco per informarlo sul progredire dell’iter della grazia e delle scarcerazioni. Il coordinamento fra le istituzioni fu, però, assai scarso. E la scansione temporale delle liberazioni risultò diversa da quella prevista. Il 23 febbraio 1951 il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi firmò un primo decreto di grazia: il decreto presidenziale n. 1412 a favore del caporale Johan Felten[127]. La sua promulgazione non fu resa nota con tempestività ai Ministeri interessati. In data 7 marzo 1951 il colonnello Amatucci, vice-capo di Gabinetto del Ministero della Difesa, interpellato dalla Direzione affari politici di Palazzo Chigi, informava che solo il capitano Alois Schmidt era stato graziato, che era «in corso» il provvedimento per il caporale Felten ed «imminente» quello per il maggiore Nicklas[128]. Stranamente il Gabinetto della Difesa mostrava di non essere al corrente del decreto presidenziale a favore di Felten, firmato due settimane prima da Einaudi e controfirmato dallo stesso Ministro della Difesa, il repubblicano Randolfo Pacciardi. Palazzo Chigi non poté dunque avvertire per tempo le autorità tedesche. Tant’è che il 24 marzo 1951 il console generale Clemens von Brentano informava i suoi superiori a Bonn che i provvedimenti di grazia per i connazionali del ‘gruppo di Rodi’, approvati dal Ministero della Difesa italiano, si trovavano con ogni probabilità ancora al vaglio della Presidenza della Repubblica[129]. Secondo voci raccolte a Palazzo Chigi, almeno due dei prigionieri sarebbero stati liberati entro breve tempo.La liberazione del primo criminale di guerra germanico, Johann Felten, in realtà era già in corso. Il giorno precedente al messaggio del console tedesco, ovvero il 23 marzo 1951, la Procura militare della Repubblica presso il Tribunale militare territoriale di Roma aveva comunicato alla Procura generale militare di aver ordinato la scarcerazione del caporale Felten.[130] La Procura militare di Roma segnalava che il detenuto sarebbe passato «nella forza supplementare del Reclusorio militare di Gaeta, in attesa di disposizioni da parte dell’Autorità competente, per il rimpatrio». La misura fu attuata il 24 marzo[131]. Tre giorni dopo, il 27 marzo, il Capo della Polizia D’Antoni ordinava al Questore di Latina di disporre quanto necessario per accompagnare Felten alla frontiera del Brennero[132]. Lì sarebbe stato consegnato alla polizia austriaca, già preavvertita dalla polizia bavarese di confine, e rimpatriato in Germania attraverso la frontiera Kufstein-Kiefersfelden. Il messaggio del capo della Polizia era indirizzato anche alla Direzione affari politici del Ministero degli Esteri, che così venne a conoscenza della scarcerazione del militare germanico. Le modalità del rilascio di Felten indicate al questore di Latina differivano da quelle concordate con il governo di Bonn. L’indomani, dunque, 28 marzo 1951, il Ministero degli Esteri contattò con urgenza il Ministero dell’Interno, cui fu fatto presente come il Consolato generale tedesco avesse espresso il desiderio che i militari graziati fossero affidati per il rimpatrio ad un proprio incaricato, il già menzionato Erich Bendheim.[133] Preoccupato di definire le modalità di espatrio dei prigionieri e di richiamare la necessità di una puntuale informazione fra le istituzioni competenti, Palazzo Chigi inviò quindi un telespresso alla Procura generale militare, indirizzato per conoscenza anche al Ministero della Difesa, al Ministero dell’Interno e al Procuratore militare presso il Tribunale militare territoriale di Roma[134]. Nel messaggio, il Ministero degli Affari Esteri ricordava quanto concordato con il Consolato generale tedesco per l’espatrio dei prigionieri germanici (ritorno immediato in Germania senza sosta nei centri di raccolta del Ministero degli Interni, affidamento dei militari a personale del Consolato tedesco). Dunque, richiedeva che «venisse data tempestiva comunicazione, sia degli eventuali provvedimenti di clemenza adottati o da adottare nei confronti dei predetti militari tedeschi sia della data in cui venisse disposta la loro dimissione dagli Stabilimenti di Pena e la concessione da parte del Ministero dell’Interno del nulla osta per il rimpatrio». A seguito delle indicazioni ricevute da Palazzo Chigi, il Capo della Polizia D’Antoni contattò il 29 marzo il Questore di Latina, dando disposizioni affinché Felten fosse subito accompagnato alla Questura di Roma, che nel frattempo avrebbe preso contatto con il Consolato generale tedesco[135]. Il Ministero degli Esteri aveva già provveduto ad informare Heggenreiner, il quale prese immediatamente accordi diretti con la Questura di Roma. Il 1 aprile 1951 il caporale Johann Felten fu accompagnato dai carabinieri alla Questura di Roma[136]. Il 4 aprile lasciò l’Italia attraverso il Brennero[137]. Lo stesso giorno, 4 aprile 1951, von Trützschler comunicava ad Heinrich Höfler la notizia trasmessa il 24 marzo dal console Clemens von Brentano circa l’imminenza di un provvedimento di grazia per almeno due dei militari del ‘gruppo di Rodi’[138]. L’informazione era del tutto superata. Höfler, già a conoscenza della liberazione di Felten, rivolse allora all’Auswärtiges Amt una lettera dal tono risentito[139]. Egli riferiva di aver visitato il reclusorio di Gaeta poco prima di Pasqua e di aver appreso con sorpresa che il caporale Felten, dopo la scarcerazione, era stato trattenuto ancora per alcuni giorni poiché il Consolato generale di Roma non aveva preparato la documentazione per l’espatrio. Il deputato tedesco esprimeva l’auspicio che una cosa del genere non avesse a ripetersi. In effetti, dal giorno della scarcerazione di Felten, 24 marzo, al giorno della sua traduzione alla Questura di Roma e della sua consegna al Consolato tedesco, 1 aprile, erano passati ben otto giorni. La responsabilità, tuttavia, non era stata del Consolato tedesco, bensì delle autorità italiane. Palazzo Chigi, cui spettava il compito di tenere i contatti con le autorità tedesche, era rimasto all’oscuro del decreto di grazia per Felten ed era stato informato della sua scarcerazione tre giorni dopo che questa era stata effettuata.
Disguidi e ritardi nelle informazioni si ripeterono anche per gli altri militari tedeschi del ‘gruppo di Rodi’. Il 24 aprile 1951 il Presidente Einaudi firmava la grazia per il tenente Walter Mai (decreto presidenziale n. 1435) e il 15 maggio procedeva analogamente per il più noto dei prigionieri tedeschi: il generale Otto Wagener (decreto presidenziale n. 1430)[140]. Risulta che la notizia della grazia concessa a Wagener circolasse presto negli ambienti del Ministero degli esteri[141]. Per verificarne la fondatezza un funzionario del Ministero, Tiberi, si rivolse di nuovo al vice-capo di gabinetto della Difesa, colonnello Amatucci,[142]. Questi negò che si fosse dato corso ad alcun provvedimento di clemenza nei confronti del generale Wagener. Tracciando il quadro della situazione, Tiberi notava che fino ad allora erano stati liberati il capitano Alois Schmidt ed il caporale Johann Felten. Segnalava che era in corso il provvedimento a favore del maggiore Herbert Nicklas e che successivamente sarebbero stati scarcerati il tenente Mai e, per ultimo, il generale Otto Wagener, il cui espatrio era previsto per agosto. Si trattava, con ogni evidenza, di un quadro erroneo. Wagener e Mai, infatti, erano già stati graziati dal Presidente Einaudi. Il maggiore Nicklas, l’ultimo del gruppo, lo sarebbe stato di lì a poco con il decreto presidenziale n. 1438 del 29 maggio 1951.
Palazzo Chigi non tardò comunque a venire a conoscenza della situazione. In un appunto manoscritto del Direttore generale degli affari politici datato 23 maggio 1951, si legge che l’avvocato Carbone della Presidenza della Repubblica «conferma che tutti sono stati graziati, eccetto Kappler»[143]. La notizia non era del tutto corretta, poiché in realtà il decreto di grazia per Nicklas non era stato ancora firmato (fu firmato il 29 maggio, dunque sei giorni dopo). Corretta era tuttavia l’informazione circa i provvedimenti nei confronti di Mai e di Wagener. Ciò fu confermato pochi giorni dopo dalla Procura generale militare, che il 25 maggio inoltrò al Ministero dell’Interno e al Ministero degli Esteri un telegramma diretto alla Questura di Latina, con cui veniva disposto il trasferimento di Mai e di Wagener dal reclusorio di Gaeta al consolato tedesco di Roma[144]. Il 26 maggio Tiberi si rivolgeva nuovamente ad Amatucci, trovando questa volta conferma della notizia[145]. «Egli non sa spiegarsi – scrive Tiberi riferendo le parole di Amatucci – come i provvedimenti siano stati presentati direttamente alla firma del Presidente della Repubblica, senza passare per la Procura Militare e il Gabinetto della Difesa. Suppone che siano stati presentati direttamente dal Ministro». Il Ministro della Difesa Pacciardi si sarebbe dunque rivolto direttamente ad Einaudi. La supposizione appare plausibile e spiegherebbe il corto circuito nell’informazione riscontrato già nel caso di Felten.
Il ritardo informativo creò nuovamente qualche problema col Consolato generale tedesco di Roma, con l’aggravante di una fuga di notizie all’esterno. In un appunto per il Direttore generale degli affari politici, datato anch’esso 26 maggio 1951, Tiberi riferiva di aver ricevuto la visita del dott. Heggenreiner, dal quale era stato informato del fatto che il Segretario generale alla Presidenza della Repubblica, cioè Carbone, aveva comunicato privatamente ad una cittadina tedesca la notizia della concessione della grazia ai tre militari del ‘gruppo di Rodi’ ancora incarcerati[146]. La voce si era diffusa nella collettività germanica di Roma, che aveva accusato il Consolato generale tedesco «di non essersi sufficientemente interessato della questione». «Il Consolato Generale tedesco non poté essere avvisato – osservava Tiberi – perché il Ministero degli Esteri (come del resto quello della Difesa e la Procura Generale Militare) non era stato messo al corrente dell’avvenuta firma dei decreti di condono da parte del Presidente della Repubblica». Nel corso del colloquio Heggenreiner aveva chiesto di essere informato sulla data in cui Wagener, Mai e Nicklas sarebbero stati scarcerati ed aveva espresso il parere che la loro liberazione sarebbe potuta avvenire «con la minore pubblicità possibile, prima della visita a Roma del Cancelliere Adenauer», prevista per il giugno successivo.
Il rimpatrio dei militari tedeschi avvenne senza intoppi secondo la procedura già sperimentata con Felten e nei tempi auspicati da Heggenreiner. Il 27 maggio il Capo della Polizia D’Antoni dava disposizioni alla Questura di Latina affinché Otto Wagener e Walter Mai fossero subito accompagnati alla Questura di Roma, che a sua volta fu pregata di prendere contatto con il Consolato Generale tedesco per il rimpatrio degli ex-detenuti[147]. Il 31 maggio il questore di Roma, Polito, segnalava al Ministero dell’Interno e agli Esteri che Wagener e Mai erano stati tradotti in giornata da Gaeta alla questura di Roma[148]. Qui i «predetti, presentati locale Consolato Generale tedesco, sono stati muniti passaporto individuale rispettivamente n.1328/51 et n. 1327/51 rilasciati data ieri, validi fino 15 giugno prossimo, per consentire loro ritorno in patria». «Essi pari data – aggiungeva Polito – sono stati muniti foglio via obbligatorio ingiunzione presentarsi Ufficio Sicurezza Frontiera Ponte Chiasso entro 2/6/951, cui Ufficio è pregato assicurare presentazione ed esodo territorio nazionale». Il 4 giugno la polizia di frontiera di Ponte Chiasso (Como) segnalava alla Questura di Roma che il generale Wagener e il tenente Walter Mai in data 1 giugno avevano abbandonato il territorio nazionale attraverso il valico ferroviario di Como San