La salita verso Diapori
Per arrivare a Diapori bisogna salire. È una salita fatta di sole e di profumo di macchia selvatica. Man mano che si sale, l’Egeo si apre sempre più sotto lo sguardo, fino quasi ad abbracciare l’intero orizzonte. Il silenzio è scandito, qua e là, dall’ipnotico scampanellio delle capre, quasi sorprese dalla mia presenza. È una fatica che fa pensare. Quelle stesse pendenze, durante la guerra, erano percorse dagli uomini che raggiungevano batterie, alloggi e posti di servizio nel settore meridionale di Leros. Oggi, sopra Xerokampos, la caserma di Diapori appare quasi sospesa nel paesaggio, affacciata sul mare e insieme segnata da un lungo abbandono.

Fig. 1. La caserma di Diapori, nel settore sud-orientale di Leros. Foto: Andrea Calandrelli, 2026.
Da caserma italiana a presidio tedesco
Prima della battaglia di Leros il settore di Punta Diapori faceva parte del sistema difensivo italiano del Gruppo Navale Sud, con le postazioni PL 388 e PL 281. Dopo la conquista tedesca dell’isola, nel novembre 1943, le installazioni vennero riutilizzate. La PL 281 fu successivamente inserita nella 6./Marine-Artillerie-Abteilung 624. Bastano questi pochi dati per restituire al luogo la sua continuità storica: una struttura italiana passata durante la guerra nelle mani dell’occupante tedesco.
Una piccola storia sulle pareti
Lungo uno dei corridoi interni della caserma, una serie di dipinti murali dà vita ad una sequenza pittorica: cinque immagini consecutive, costruite quasi come una piccola comic strip. Nella prima scena compare soltanto un piccolo cane, seduto. Nella seconda entra in scena una donna elegantemente vestita, con scarpe col tacco e una pelliccia di volpe sulle spalle; il cane sembra notarla e le corre incontro. Nella terza immagine si avvicina ancora, attratto dalla pelliccia. Nella quarta riesce ad afferrarla; nell’ultima fugge con la volpe in bocca.

Fig. 2. Il corridoio interno della caserma lungo il quale si sviluppa la sequenza pittorica. Foto: Andrea Calandrelli, 2026.
Il cane, per aspetto e vivacità, ricorda Milù, il celebre compagno di Tintin creato da Hergé, anche se non esistono elementi per parlare di una derivazione diretta. Non credo serva cercare significati nascosti. Colpisce soprattutto la leggerezza del racconto: una scena ironica, quasi quotidiana, dipinta in un luogo militare mentre intorno c’era la guerra.

Figure 3–7. La sequenza del cagnolino nelle cinque scene prima del danneggiamento. Foto: Andrea Calandrelli, 2023.
Il significato umano
È forse proprio qui che queste pitture acquistano il loro significato più profondo. I documenti militari raccontano reparti, batterie, ordini, bombardamenti e combattimenti. Le pareti di una caserma possono raccontare anche altro: il bisogno di colore, di umorismo, di immaginazione, forse semplicemente di normalità. Qualcuno, in un luogo destinato alla guerra, scelse di lasciare una storia leggera. Non sappiamo quale pensiero accompagnasse quel gesto; sappiamo però che quella piccola narrazione è rimasta sulla parete per più di ottant’anni, trasformandosi da decorazione di caserma in testimonianza della vita degli uomini che vi passarono. Nella letteratura dedicata a Leros la sequenza è stata attribuita, in via ipotetica, al pittore tedesco Otto Meister, appartenente alla Propagandakompanie X. L’attribuzione non è però confermata da documentazione diretta e resta sullo sfondo rispetto al valore dell’opera stessa.
Agosto 2026: l’atto vandalico
Nell’agosto 2026 la seconda scena della sequenza pittorica è stata gravemente colpita da un atto vandalico. Una vasta porzione della superficie pittorica è stata asportata, mutilando la figura del cagnolino e interrompendo materialmente il racconto. Il confronto con le fotografie realizzate nel 2023 rende evidente la gravità del danno.

Figura 8. La seconda scena prima del danneggiamento (2023) e dopo l’atto vandalico (2026). Foto: Andrea Calandrelli.
Quello che il tempo e la guerra avevano lasciato sopravvivere per più di ottant’anni è stato “ferito” in pochi istanti.

È difficile non parlare di scempio: non perché si sia perso soltanto un disegno, ma perché è stata colpita una traccia umana, fragile e irripetibile, capace di raccontare un aspetto della guerra che raramente compare nei rapporti ufficiali.
Salvare la memoria
Il vandalismo richiama anche un problema più ampio. Numerose strutture storico-militari di Leros sono oggi esposte all’abbandono, all’usura e al progressivo deterioramento. Nel corridoio di Diapori gli intonaci caduti, le murature lesionate e le superfici consunte mostrano quanto il rischio di perdita non dipenda soltanto da nuovi gesti vandalici, ma anche da una lenta erosione del tempo. Conoscere ciò che è accaduto, proteggere le tracce lasciate dagli uomini e riconoscere il valore di questi spazi aiuta a comprendere meglio il presente e a rafforzare la consapevolezza di quanto fragile sia la pace. La discesa da Diapori, dopo aver visto ciò che era accaduto al cagnolino, è stata diversa dalla salita. Il mare era lo stesso, il sole era lo stesso, ma lo sguardo no. Restava la sensazione che qualcosa sopravvissuto alla guerra, all’abbandono e a più di ottant’anni di tempo potesse ancora scomparire. Salvare questi luoghi non significa celebrare la guerra, ma conservarne la memoria affinché la guerra non ritorni. L’arte racconta e ci racconta, a volte ci cura.
copyright Andrea Calandrelli 2026
Bibliografia
- Luciano Alberghini Maltoni, “La battaglia di Lero”, Storia Militare, nn. 121–122, 2003.
- Peter Schenk, “The Battle for Leros”, After the Battle, n. 90, pp. 6–39.
- Germanisches Nationalmuseum – Deutsches Kunstarchiv, “Meister, Otto”, scheda biografica online.
- Leros Military History, “Batteria PL 388 – PL 281”, scheda online.
